Jakob il bugiardo
by Jurek Becker
(*)(*)(*)(*)( )(134)
1945. In un piccolo ghetto ebraico della Polonia occupata dalle truppe naziste la vita si trascina tra infiniti stenti. Jakob Heym, proprietario di un caffè chiuso da tempo, si aggira smarrito tra le botteghe abbandonate dagli ebrei che hanno trovato riparo all’estero o non sono riusciti a scampare alla tragica sorte dei campi di sterminio.
Un giorno, per non aver rispettato il coprifuoco, si ritrova negli uffici del comando dell’«amministrazione tedesca» dove, in attesa dell’ufficiale di picchetto, gli capita di ascoltare una radio. Tra fatti di scarso rilievo su un quartier generale nazista, lo speaker ad un certo punto annuncia che le truppe tedesche hanno «eroicamente» respinto «l’attacco bolscevico a venti chilometri da Bezanika». Bezanika… un paese non a due passi, ma nemmeno tanto lontano.
Come comunicare agli altri una simile notizia? Dire: Rallegratevi fratelli, impazzite di gioia, i russi sono giunti a venti chilometri da Bezanika? E annunciare di aver sentito il tutto al comando nazista, col rischio di passare per una spia?
Jakob Heym sceglie un’altra via, la via della menzogna, utile in circostanze

All Reviews

17 + 2 in other languages
GabrieleGabriele wrote a review
01
(*)(*)(*)( )( )
JAKOB IL BUGIARDO
Vicenda tratta da una storia vera, quella di Jakob Heim, ebreo confinato nel ghetto di Lodz che, per creare una storia di speranza nel buio del ghetto, s’inventa di possedere una radio e, diffondendo notizie e bollettini di guerra favorevoli, conforta i compagni raccontando come il mondo esterno combatta la follia nazista.
Il romanzo comincia parlando degli alberi, che nel ghetto sono vietati, e sull’amarezza che si prova a non vederli più. Forse perché il verde è il colore della speranza. Tema degli alberi che ritorna anche nel finale visionario di un treno che corre verso il destino: “E vedo gente che guarda dietro al nostro treno, non riesco a riconoscerne i volti, ma innanzitutto vedo alberi, ormai quasi dimenticati, sebbene sia ancora giovane, un numero enorme di alberi. Faggi e ontani e betulle e salici e pini selvatici, Dio mio, quanti alberi vedo, gli alberi non finiscono più. Fu per un albero che non divenni violinista, sotto un albero divenni un vero uomo, i cinghiali sopraggiunsero troppo tardi per impedirlo. E sotto un albero sconosciuto persi mia moglie Chana e un paragrafo di regolamento tentò di vietarmi gli alberi per sempre. Qualcuno sostiene che gli alberi confondono la mia mente, io continuo a starmene lì; talvolta, ancora oggi monto su un treno, per un tragitto particolarmente boscoso, a tutto preferisco il bosco misto. Poi sento la voce di Jakob: - Non vuoi dormire finalmente?
- Lasciami ancora un po', - dico io.
- Ma non vedi più niente, - sento dire.
- Invece sì.
Vedo infatti ancora le ombre degli alberi, e dormire non posso, andiamo, dove andiamo.”
Una storia senza retorica, consigliata a tutti coloro che sentono la necessità di apprendere di più sulla Shoah, e che prediligono registri poco formali, raccontata in prima persona plurale da un compagno di Jacob, testimone e destinatario delle sue confidenze.

paolompaolom wrote a review
00
(*)(*)(*)( )( )
48
(*)(*)(*)(*)(*)
I carcerieri (tedeschi, polacchi o ucraini) sono raccontati poco in questo libro. Sentiamo raramente le loro voci, ma conosciamo i loro regolamenti.
Il ghetto di Lodz è pervaso della loro presenza senza che l’autore ce li presenti: si tratta di personaggi quasi senza nome, le sentinelle, il tenente del comando, le guardie della fabbrica, ma non importa perché è l’aria stessa ad essere intrisa di loro.
Compaiono solo una volta con nome e cognome. Quando vengono a prelevare l’eminente cardiologo ebreo per curare il generale.

Il tempo usato nel racconto è il presente: il passato fa male e il futuro … è meglio non pensarci. Chi pensa al passato e al futuro troppo spesso tende a suicidarsi.

In un angolino del ghetto vive Jakob Heym. Carica casse tutto il giorno: il ghetto di Lodz resistette fino all’agosto del 44 perché produceva molto.
Un sera, al rientro dalla fabbrica, una sentinella in vena di scherzi gli dice di presentarsi al comando: sono già le otto, ora di coprifuoco. Il povero Jakob va, entra, finisce dietro una porta e sente una notizia alla radio. Si presenta al tenente: sono le otto meno venti e l’ufficiale (che forse ha fatto un sogno gradevole) lo sbatte fuori.
Non può raccontarlo: nessuno è mai uscito vivo dal comando. Però non riesce a fare a mano di raccontare la notizia: i russi stanno combattendo a 500 km da lì e le cose non sembra vadano loro male. E poiché non può dire come lo sa, comincia a spargersi la voce che lui ha una radio.

La notizia, diffusa per tutto il ghetto, ha delle conseguenze: chi ha paura che i tedeschi lo scoprano, chi accantona l’idea del suicidio, chi lascia spazio ad un nuovo amore. E tutti pressano Jakob: non si sa più nulla? Dove sono i russi? Stanno avanzando?
Lui regge il gioco: la speranza significa qualche giorno in più, un motivo che spinge a sopravvivere. Un uomo esce dalle nebbie grigie della folla del ghetto per riassumere i connotati di un amico, collega, il barbiere di due porta accanto alla sua, di una spalla, perfino di un eroe che gli salva la vita E’ affamato di notizie, pressante; Jakob dà fondo alle sue risorse per continuare.

Dal vaso di Pandora uscirono la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia ed il vizio, e si diffusero tra gli uomini. Sul fondo rimase solo la speranza e il vaso fu richiuso. Il mondo divenne un luogo desolato ed inospitale, simile ad un deserto, finché Pandora lo aprì nuovamente per far uscire anche la speranza, l'ultima a morire, ed il mondo riprese a vivere.

Jakob si è assunto, casualmente, l’incarico di riaprire il vaso.

“”La difficoltà nasce dal fatto che tu ignori quanto pesa la speranza, nessuno te lo dirà, sei costretto a trovare la solo la formula e finire i calcoli in solitudine.””

Ogni tanto nel racconto si inserisce la voce fuori scena di un sopravvissuto: non sappiamo su uno dei 900 che riuscirono a nascondersi nel ghetto quando fu distrutto o uno dei pochi sopravvissuti ai campi dove gli altri furono portati. E’ lui che racconta la vicenda di Jakob, anche riempiendo i vuoti che la Storia ha lasciato.

Già, perché il momento in cui Jakob riesce a raccontare all’amico la verità, è appena precedente alla deportazione finale.
I Russi sono davvero vicini e la follia che ormai è il tessuto dell’agire tedesco deve lasciare solo cenere. Gli ebrei devono morire, fosse pure l’ultima cosa che il nazismo compie.

Attenzione: una Polonia Judenfrei andava bene anche a Stalin. L’Armata Rossa si fermò nelle periferie di Varsavia mentre il ghetto insorgeva e veniva distrutto.

Un racconto, non di sterminio (anche se qualche morto qua e là, volontario o no, c’è), ma di vita quotidiana. Non allegra, viste le condizioni del ghetto, ma narrata con la “leggerezza” che la speranza porta con sé.
Un’altra storia di ebrei? Ebbene sì. Se non ne avessimo sterminati così tanti, ci sarebbero state meno storie.
jabakusjabakus wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)( )
essebi64essebi64 wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)( )
PiperitapittaPiperitapitta wrote a review
35
(*)(*)(*)(*)( )
Cos'è in fondo una bugia?
Una mistificazione della verità, il tentativo di nascondere una realtà inaccettabile, un barlume di speranza che si accende all'improvviso?
La bugia di Jakob è una bugia bianca come una nuvola d'ovatta, di quelle dette non per far male, ma per aiutare a sperare nel domani e risollevare un'intera comunità dalla difficoltà di "vivere senza un futuro".
Jakob il bugiardo - del quale esistono ben due riduzioni cinematografiche: la prima del 1975 premiata al Festival di Berlino per il miglior attore protagonista e la seconda del 1999, remake Hollywoodiano con Robin Williams - è un romanzo surreale nello spunto di partenza, ma assolutamente reale nel suo svolgersi e nella rappresentazione di vita quotidiana dei suoi protagonisti, sulla cui scia in seguito, si collocheranno storie ben più incredibili come quelle di La vita è bella e Train de vie.
Jakob, ebreo polacco costretto nel ghetto di Łódź durante l'occupazione nazista, racconta ai compagni di prigionia di possedere una radio - oggetto proibito agli ebrei e scampato miracolosamente al sequestro - con la quale riesce ad avere notizie sull'avanzata dei russi in terra polacca; in realtà Jakob non possiede alcuna radio, ha solamente avuto l'occasione di ascoltare un frammento di notizia sulla quale imbastire la sua bugia.
Lo stile narrativo, quasi tutto in prima persona plurale e con un incedere quasi distaccato, ai limiti della pura cronaca, con il quale un sopravvissuto compagno di Jakob, testimone indiretto ma destinatario delle confidenze dello stesso Jakob alla fine della guerra, narra le vicende che si verificarono nel ghetto dall'arrivo della radio, sono lo spunto per offrire uno spaccato sulla vita degli ebrei nel ghetto e per ragionare insieme al lettore su temi universali come la solidarietà, la speranza e, ancor più in profondità, sul significato e sulle conseguenze della bugia a fin di bene, sul rapporto pietà-inganno che si instaura tra "il bugiardo" e le sue "vittime" .
Cos'è in fondo la bugia di Jakob se non un estremo atto d'amore, il tentativo ultimo di sfuggire all'apatia e all'abbandono, la possibilità di regalare una salvezza e con essa di offrire in dono il futuro?
È giusto regalare ad un malato terminale, che sappiamo inesorabilmente condannato, la possibilità di una vita che sappiamo già non esistere più?
È giusto offrire ad un condannato al carcere a vita una via di fuga, una porta invisibile eppure assolutamente reale?
È giusto offrire speranza anche per chi sembra non essercene più?
Jakob regala ai suoi compagni una nuvola d'ovatta bianca, grande più del cielo intravisto dal vagone con quale saranno deportati e, con essa, fino all'ultimo, la speranza di un albero: il ricordo di un albero: la possibilità di un albero: di tanti alberi sotto la cui ombra riposare in pace.

«Ecco giunto il mio momento. Mi seggo anch'io, mi accosto a lei e domando se vuole che le spieghi io di cosa sono fatte le nuvole. Lo vuole, sì, ed io le racconto di fiumi e laghi e del mare, dell'eterno ciclo dell'acqua, della quasi incredibile evaporazione, come l'acqua fluisce invisibile verso il cielo, vi si raccoglie in minuscole gocce, in nuvole, che in qualche momento si fanno pesanti e bagnate come una spugna zuppa, fino a perdere le gocce nuovamente come pioggia. Non tralascio nemmeno il vapore di locomotive, ad esempio, e di fumaioli e fuochi vari, mi ascolta con attenzione, ma scettica, so che questa lunga storia non è possibile sbrigarla in una sola lezione.»
«Pieno di aspettativa mi alzo e guardo fuori, finché annotta. Vedo paesi e campi, una volta, lontana, perfino una cittadina; presso uno stagno semicoperto da una natura selvatica scorgo un gruppo di soldati che riposa tra camion, pezzi di artiglieria e mucche. E vedo stazioni addormentate, binari e barriere e cantoniere, sulle quali cassette verdi traboccano di fiori; mi chiedo, se queste cassette sono un ordine di servizio, perché sono esposte da tutte le cantoniere e tutte verdi. E vedo gente che guarda dietro al nostro treno, non riesco a riconoscerne i volti, ma innanzitutto vedo alberi, ormai quasi dimenticati, sebbene sia ancora giovane, un numero enorme di alberi. Faggi e ontani e betulle e salici e pini selvatici, Dio mio, quanti alberi vedo, gli alberi non finiscono più. Fu per un albero che non divenni violinista, sotto un albero divenni un vero uomo, i cinghiali sopraggiunsero troppo tardi per impedirlo. E sotto un albero sconosciuto persi mia moglie Chana e un paragrafo di regolamento tentò di vietarmi gli alberi per sempre. Qualcuno sostiene che gli alberi confondono la mia mente, io continuo a starmene lì; talvolta, ancora oggi monto su un treno, per un tragitto particolarmente boscoso, a tutto preferisco il bosco misto. Poi sento la voce di Jakob: - Non vuoi dormire finalmente?
- Lasciami ancora un po', - dico io.
- Ma non vedi più niente, - sento dire.
- Invece sì.
Vedo infatti ancora le ombre degli alberi, e dormire non posso, andiamo, dove andiamo. »