L'albero velenoso della fede
by Barbara Kingsolver
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CartesianteCartesiante wrote a review
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Lascia il segno ciò che intacca, che s'incunea in noi non per imbibizione ma attraverso un taglio, uno squarcio che lacera la carne amplificandone i sensi, dal dolore al piacere, trasformando l'impegno profuso in un grado di percettibilità sempre più intenso. Amo i libri coraggiosi, quelli che ti guardano dritto negli occhi pretendendo il tuo tempo non per sottrazione ma per pura consapevolezza, quelli il cui peso richiede uno sforzo maggiore perché la leggerezza è un'invenzione nata per allagare di superficialità pagine e pagine di carta bianca. E' dannatamente superbo L'albero velenoso della fede, è complesso e disturbante come la storia che narra. Siamo negli anni '60, Nathan Price è un pastore battista che decide di trasferirsi in Congo perché la fede in Dio va esportata dovunque, un po' come si è fatto con la democrazia a partire dal Vietnam in poi. Nathan ha una moglie e 4 figlie che si ritrovano improvvisamente catapultate in un pezzo di mondo sconosciuto e inospitale nel quale la sopravvivenza é un cerchio da chiudere ogni santo giorno e il cibo non si acquista al supermercato ma va sudato e barattato seguendo regole di vita troppo lontane per essere condivise. Il Congo gratterà via giorno dopo giorno le certezze acquisite e le speranze future come se appartenessero ad una vita ormai passata e irriproducibile, spogliando i protagonisti di qualsiasi orpello e mettendo a nudo in modo ineluttabile le loro vere essenze. Le 5 donne si alternano nel racconto degli avvenimenti che si succedono nell'arco di oltre vent'anni dando al libro la forma di un diario scritto a più mani. Questa ambiziosa scelta narrativa rende senza dubbio più complessa e impegnativa la lettura ma ci permette di avere una percezione stereoscopica degli avvenimenti narrati aiutandoci ad approfondire meglio le personalità delle singole protagoniste. L'albero velenoso della fede non è solo la storia di una famiglia persa nel cuore dell'Africa ma è molto di più, è il racconto di una terra dove i sensi sono più importanti delle riflessioni, dove gli odori salvano la vita e i sapori hanno senso solo se riescono a sfamare. Il Congo descritto da Barbara Kingsolver è un groviglio inestricabile di credenze, di riti, di leggi naturali che non hanno bisogno di essere scritte per essere tramandate e alle quali non ci si può sottrarre pensando di essere i portatori di modernità e di verità assolute. La religione come strumento di salvezza è un'invenzione destinata a soccombere se non è capace di essere umile impegnandosi a capire piuttosto che imporre. C'è tanto altro tra le pieghe di questo splendido romanzo che riuscirà ad'intaccarvi l'anima se solo avrete la pazienza di dedicargli la giusta attenzione.
tragustoedelizia.wordpress.com
EuridiceEuridice wrote a review
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ArkicloArkiclo wrote a review
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Raramente ho letto un libro così particolare come L'albero velenoso della fede. Mi era già capitato di procedere a rilento con la lettura, ma la ragione solitamente era nell'argomento poco avvincente o nello stile non sufficientemente coinvolgente. In questo caso invece ho sentito proprio il bisogno di "digerire" ogni capitolo, di riflettere prima di poter procedere nella storia.

I romanzi sull'Africa coloniale si sprecano, ma in genere hanno toni epici e celebratori. Le versioni a cui ero abituata sono quelle di Karen Blixen, Wilbur Smith o Kuki Gallmann. Barbara Kingsolver sembra aver visto un'altra Africa, oserei dire quella vera. L'autrice ha vissuto davvero in Congo per breve tempo, all'eta di sette anni. I suoi genitori erano medici e nella prefazione la scrittrice americana si premura di sottolineare che sua madre "non era come quella del romanzo". Sul padre qualche dubbio forse resta.

Nel romanzo il capofamiglia è un predicatore battista, che coinvolge la moglie e le quattro figlie nella sua personale missione per portare "il verbo" nel cuore dell'Africa peccatrice. La maggiore delle figlie ha sedici anni ed è una tipica reginetta di bellezza americana, poi vengono le due gemelle dodicenni, entrambe dotate di una intelligenza fuori dal comune, ma segnate alla nascita da un incidente, che ha lasciato su Adah un lieve handicap fisico-motorio. Chiude la nidiata la piccola Ruth May, di soli cinque anni.

Ogni capitolo viene introdotto dalla voce materna, mentre il racconto è affidato alle quattro sorelle, ognuna delle quali offre la propria versione degli stessi episodi. Ad incontrare le maggiori difficoltà d'integrazione è la maggiore, Rachel, perché il suo aspetto così "diverso" la trasforma in una specie di fenomeno da baraccone. I lunghi capelli biondi, gli occhi azzurri, la pelle diafana attirano la curiosità dei nativi, che la inseguono per tirarle i capelli e scoprire se sono "veri". Al contrario la sorella menomata scopre che in Africa avere un handicap fisico è talmente "normale" da passare inosservato. Il suo camminare trascinando la gamba paralizzata è niente rispetto alla vicina di casa senza gambe, che, camminando sulle braccia, assolve a tutti i suoi compiti di moglie e madre di quattro figli.

Nessuno pensa che non sia suo compito-dovere badare alla casa, ai figli e mettere in tavola almeno due pasti al giorno, oltretutto con il niente a disposizione. La fame, quella vera, è un argomento ricorrente nei racconti di tutte le sorelle. Per i primi sei mesi la famiglia del predicatore riceve un sussidio dal governo belga e quei cinquanta dollari al mese ne fanno i ricchi. Poi il Congo proclama l'indipendenza e la missione viene ufficialmente chiusa, ma il predicatore non si arrende e costringe tutta la famiglia a restare al proprio posto, perché il suo compito non è terminato. A dire il vero la popolazione locale non sembra molto interessata alla conversione, soprattutto perché il "battesimo" dovrebbe svolgersi nel fiume e una delle regole base del villaggio è quella che i bambini non devono avvicinarsi all'acqua. La ragione è ovvia e banale: il fiume è infestato di coccodrilli. Il capo villaggio è preoccupato per il suo popolo e pagina dopo pagina diventa sempre più lapalissiano che quelli che al missionario occidentale sembrano comportamenti "pagani" in realtà non sono altro che regole di pura e semplice sopravvivenza.

L'esperienza segnerà per sempre la famiglia Price, ma anche ogni lettore non riuscirà a restare indifferente. E' un libro che consiglio a chiunque abbia interessa a capire gli altri. Ogni cultura è il prodotto dell'ambiente in cui vive ed davvero presuntuoso pensare che la nostra sia non solo superiore, ma anche esportabile. Ci sono certamente credenze e superstizioni che possono e devono essere superate, ma da entrambe le parti ci sono errori che sarebbero da correggere. Emblematica e la risposta che Anatole, il ragazzo che ogni domenica traduce i sermoni del predicatore, dà ad una delle sorelle. Leah gli ha chiesto perché lo faccia, dal momento che è chiaro che personalmente non ci crede. Anatole le risponde che solo chi conosce può scegliere.

Questo vale per gli africani, ma anche per noi che sempre più spesso ci permettiamo di giudicare senza sapere nulla. Forse sarebbe la cosa più importante da dire ai bambini il primo giorno di scuola.
jelabinojelabino wrote a review
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cherrycherry wrote a review
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