L'altro capo del filo
by Andrea Camilleri
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A Vigàta si susseguono gli arrivi di migranti e tutto il paese è coinvolto nel dare aiuto; in primo luogo la capitaneria e la polizia, ma anche tanti volontari. In questo frangente Livia strappa a Salvo una doppia promessa; di partecipare alla festa per i 25 anni di matrimonio di una coppia amica e di farsi per l’occasione un vestito nuovo. Così nella più rinomata sartoria di Vigàta il commissario conosce Elena, sarta entusiasta del proprio mestiere arrivata in paese da qualche anno; tra i due è subito simpatia. Ma non c’è il tempo per conoscere meglio la donna, ogni notte c’è uno sbarco, il commissario e i suoi uomini non si risparmiano, ci sono gli scafisti da individuare, sospettati anche dello stupro di una bambina. Poi una notte mentre Montalbano è al porto per il consumarsi di una ennesima tragedia del mare, un’altra tragedia lo trascina via dal molo: nella sartoria è stata ritrovata Elena trucidata a colpi di forbici. L’indagine parte dalla vita della vittima, gli amici, i possibili nemici, eventuali amanti, i lavoranti. Ma via via che si addentra nell’indagine nessuna ipotesi convince Montalbano; tra uno sbarco e l’altro trascorre ore in sartoria, in compagnia del gatto Rinaldo, orfano della padrona, alla ricerca di un indizio, di un filo dal quale partire. Tra cotoni del Libano, pezze morbide, rotoli di tessuti cerca di annodare i fili della vita della donna per giungere alla verità. E le trame delle stoffe ne nascondono altre che sembrano giungere dal passato di Elena e da luoghi lontani. Ne L’altro capo del filo attorno al dramma dei migranti che Camilleri racconta scuotendo le nostre coscienze, si muovono i personaggi che conosciamo da sempre; tutt’intorno altre figure straordinarie, il medico Osman e la solerte Meriam, anche loro migrati un giorno dalle coste dell’Africa, il vecchio sarto Nicola, il picciotto Lillo, tutto un mondo che Camilleri disegna con quella carica di umanità che è fra le cose che più si apprezza nelle sue storie.

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ThalitaThalita wrote a review
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MagratheaMagrathea wrote a review
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Storie di povirazzi vecchi e nuovi, che non arriniesciri a passari di moda.
Irrompe con prepotenza, in questo racconto, l'attualità degli sbarchi degli immigrati sulle coste siciliane a far da apertura ma anche da trama ad un tessuto sociale fatto di estenuanti turni degli uomini di Montalbano, dell'estrema umanità dimostrata da un ipersensibile Catarella e dell'immancabile omicidio all'interno di una comunità dove l'integrazione è un'etichetta scritta nella lingua di chi vede differenze, invece sconosciute, a chi ha una lunga storia di mescolanze culturali.
A tratti discontinuo, ma sempre ricco di sapori e colori seppur cartacei, niente di quanto introdotto è lasciato al caso. Ogni pezzo del puzzle scomposto ritrova la propria ragion d'essere, lasciandoci a tratti gli occhi lucidi nel riconoscere una realtà (nella finzione) che è ancora una ferita aperta.
Tanto che Camilleri, in preda a quell'amarezza che ci prende davanti a uno spettacolo insostenibile per l'animo, fa sbottare Montalbano in una digressione sull'Europa unita, quel sogno di unione dei popoli tramutato oggi in un incubo di intolleranza e nuove barriere che ci sta facendo regredire verso territori già noti di guerre e sopraffazioni.
E' un Camilleri disilluso, con addosso la stanchezza di chi ha attraversato quasi un secolo e che, dopo aver sostanziosamente contribuito al dibattito culturale di un paese che si stava rialzando da un conflitto mondiale, si ritrova a dover alzare la voce, a far urlare a Montalbano, con quanto fiato ha in gola, una verità seppellita sotto quintali di orrore quotidiano, assuefazione ed indifferenza.
Dall'altro capo del filo, ci sarà qualcuno in ascolto?
dilloamaridilloamari wrote a review
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Giogio53Giogio53 wrote a review
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E nessun rimpianto - 26 gen 20
Sarà difficile venire meno alla simpatia e forsanche all’amore che ho provato in tutti questi anni nel leggere le storie di Camilleri dedicate al commissario Montalbano. Dalla prima (“La forma dell’acqua” del 1994) a questa che, ad ora è la penultima. Sono ormai 24 i romanzi del nostro Salvo, ed in più questo è il centesimo libro scritto dall’erudito di Porto Empedocle. Ha inoltre una ulteriore peculiarità: nella nota finale, Camilleri tributa esplicito omaggio a Valentina Alferj. Perché ormai il nostro più che novantenne autore è diventato cieco e deve essere aiutato nella scrittura. Inoltre, Valentina pare sia anche intervenuta nella stesura. Non ho interesse a capire se e come questo è avvenuto, se e come scritture altre possono aver modificato il tradizionale andare di Camilleri. Registro per correttezza la nota, e vado direttamente al libro. Che non mi è risultato tra i migliori della serie, tanto che non ce la fa ad arrivare alla sufficienza piena. Anche se, al solito, è pieno dei “topos” di Camilleri. Abbiamo l’indagine da un lato, ma dall’altro anche la società civile, che Vigata, la Sicilia, l’Italia tutta non può essere insensibile all’arrivo in quantità industriale di migranti sul nostro suolo. E nell’emergenza, anche Salvo è coinvolto, che bisogna registrare gli arrivi, aiutare chi rischia la vita per una speranza forse mal riposta, ma anche identificare gli scafisti, che spesso si nascondono tra gli arrivati, e, perché no, individuare possibili terroristi legati al fondamentalismo islamico. Non ci meravigliamo quindi che una parte del libro sia dedicata a questo scottante problema, sempre all’ordine del giorno. D’altra parte, Camilleri è sempre stato in prima linea nell’impegno civile. Ma in parallelo si sviluppa la vicenda poliziesca, iniziata e finita, al solito, con una lite ed una riappacificazione tra Salvo e la storica fidanzata Livia. Per un anniversario di nozze di amici, Livia chiede la presenza di Salvo, magari ben vestito. Così che il nostro comincia a farsi confezionare un abito dalla sarta Elena. Che ha un soprassalto quando nota del tessuto particolare appena arrivato in negozio e che dovrebbe, potrebbe, essere usato per l’abito. Salvo non ha il tempo di approfondire queste sensazioni che la notte stessa Elena viene uccisa con un imprecisato numero di colpi di forbice, che, stranamente, le risparmiano solo il seno. Salvo comincia subito ad indagare, contornato dalla solita pletora di personaggi vigatesi: il suo vice Mimì Augello, l’ispettore Fazio, la solita macchietta dell’agente Catarella, l’autista spericolato delle volanti Gallo. Non torno su questi temi, su questi personaggi, che già tante volte sono presenti nelle storie, quasi che se ne possa fare un racconto completo, una biografia vigatese delle forze dell’ordine. Ma notiamo invece il contorno della vita di Elena, una donna riservata soprattutto per il periodo che pare abbia vissuto lontano da Vigata. Salvo avanza ad ampio spettro le sue indagini, ritrova una lontana parente, tartassa i lavoranti della sartoria, scopre amanti discreti. Ma sarà soprattutto indagando con il dottor Osman e l’aiutante Meriam, anche loro immigrati ma da tempo integrati nella comunità, che Salvo ed i suoi faranno passi avanti. Anche il gatto Rolando, con il gomitolo di lana cui gioca, aiuterà le indagini. Che seguendo il filo (o i fili) dell’indagine che risalirà alla giovinezza di Elena in quel del Friuli, dove… Beh, qui mi fermo, notando un finale maigrettiano, se mi è consentito, di cui potremmo parlare con chi ha letto il libro. Noto anche le solite derive gastronomiche, questa volta con sbavature friulane, dove Salvo, aspettando notizie, in una locanda si sbafa due tipici (e leggeri) piatti friulani. Comincia con la “jota” una minestra a base di crauti, fagioli e patate, insaporita con costine e cotenna di maiale, e semi di cumino. Per proseguire con il frico (o fricò), una specie di tortina di formaggio con patate e cipolle. Non so se per gli appunti che ho fatto all’inizio, ma la storia, come Salvo, è un po’ appesantita da diversi passaggi più lunghi di quanto ci si era abituati. Sarà forse che Salvo ormai, più che un cinquantino, è ormai un sessantino (ricordo ai meno attenti che nel romanzo scritto a quattro mani con Lucarelli, viene detto che è nato il 6 settembre 1950). Comunque, pur nella non pienezza del gradimento, difficilmente rinuncerò a leggere altri libri di Camilleri, se e quando usciranno.