L'anima della frontiera
by Matteo Righetto
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Val Brenta, fine Ottocento. Augusto De Boer campa coltivando tabacco e contrabbandando in Austria le eccedenze, attraverso cammini aspri e pericolosi, minacciati dalle bestie feroci, dagli agguati dei briganti e dalla sorveglianza dei finanzieri. Un giorno però non torna a casa. Dopo tre anni, toccherà alla figlia adolescente Jole percorrerne le orme e capire cosa sia successo al padre

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AngelinaAngelina wrote a review
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Spoiler Alert
Lo so, sono cattiva, ma quando ci vuole ci vuole
Per fortuna l’ho comprato a due euro in un mercatino, così mi sento meno in colpa per aver buttato i soldi.
Esaltato come “caso letterario internazionale”, primo capitolo di una saga pluritradotta,
L’anima della frontiera
è una vera ciofeca, un libro che fa acqua da tutte le parti, improbabile nella trama e orripilante nel
linguaggio. La storia ruota attorno a Jole, aspirante contrabbandiera della Val Brenta di fine Ottocento, che
parte alla ricerca del padre scomparso tre anni prima oltre confine. Questa Jole è un fenomeno della natura,
una che è capace di cavalcare per ore “a pelo” (sic) un cavallo da traino carico di “decine” (sic!) di borse
piene di tabacco (circa ottanta! chili), che riesce a “dormire profondamente” all’aperto in autunno inoltrato e dopo aver lottato
con l’uomo che vorrebbe ucciderla e che ancora la insegue. Oltre metà del libro descrive il viaggio di andata (una noia mortale), poi tutto accelera e in cinquanta pagine la ragazza contrabbanda il tabacco e diventa ricca, fregando a sua volta il compratore che voleva fregarla, sfugge al proprio inseguitore, poi a un
carbonaro che vorrebbe violentarla, quindi, coincidenza!, ritrova suo padre che, vero deus ex machina, ricompare dopo tre anni appena in tempo per salvarle la vita; insieme i due ritornano a casa felici e contenti
come se niente fosse. Un personaggio tratteggiato con l’accetta, questa Jole, una vera donna di montagna,
realistica quanto un porcospino sulla luna.
E poi, dicevo, il linguaggio: mai letto niente di simile. Una lingua piena di ripetizioni, con un avverbio in
-mente dietro l’altro (a p. 63 tre di fila in tre righe successive), improbabili aggettivi perennemente in
coppia, verbi incoativi usati per descrivere azioni finite, locuzioni come “a un certo punto”, “in un attimo”,
“poco dopo” quasi a inizio di ogni paragrafo e vere e proprie amenità frutto del genio dell’autore, come il
meraviglioso “gli” riferito a Jole a metà di p. 94. Non so come si sia potuta pubblicare una cosa del genere,
senza un briciolo di editing. Ed è solo il primo della serie. Ma se siete in crisi di astinenza da ciofeche è
senz’altro il libro che fa per voi.
Francesco PlatiniFrancesco Platini wrote a review
01
Iniziare un viaggio in discesa è sempre strano.
***

“Chissà se ha un nome, la luce del sole che filtra tra i rami. Chissà come la chiamano nelle grandi città.”
***

«Quando un agnello si perde sulla montagna, bela forte. Talvolta arriva il lupo, ma talvolta arriva la madre.»

Matteo Righetto ammicca a Cormac McCarthy sin dall’esergo, sovrapponendo poi strati: cavallo, fucile, cappello, poncho fino alla trasformazione completa di Jole da contadina veneta a improbabile cowboy.
Nonostante il riferimento esplicito, ho sentito più forte l’assonanza con uno scrittore italiano, come Righetto cantore di un mondo di vinti precipitati dal destino a ridosso della frontiera, convenzione che instaura arbitrarie suddivisioni tra uomini e ingiustizie: Carlo Sgorlon.
Romanzo di formazione; discesa agli inferi con uscita a riveder le stelle; elegia della famiglia unica forma di tutela in un mondo ostile e per la natura e, soprattutto, per le imposizioni degli uomini; vicenda storica che rievoca il Veneto della fame, passato dallo sfruttamento austriaco a quello italiano, terra che cresce un tabacco d’eccellenza da cui i contadini non hanno nulla da guadagnare… Ma L’anima della frontiera è prima di tutto una scrittura poetica che rende con delicatezza paesaggi naturali e interiori, anche nei momenti più tragici, quando la vita obbliga ad azioni capitali, uccidere per non essere uccisi, infrangere la legge degli uomini per non morire di fame.

«Sulle montagne o si vive o si muore, non ci sono vie di mezzo.»