L'arcobaleno della gravità
by Thomas Pynchon
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L'arcobaleno della gravità, pubblicato nel 1973, è stato riconosciuto come uno dei grandi romanzi storici del Novecento, capace di scardinare gli schemi della narrativa tradizionale, proponendosi al tempo stesso come una riflessione su temi eterni e universali.
Lo scenario è quello dell'Europa della
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Giovanni GiustiGiovanni Giusti wrote a review
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Terminato dopo parecchi mesi di lettura, intervallata con altri romanzi meno ostici. Non è stata una passeggiata farsi strada in questa mostruosa e caotica sarabanda di vicende, personaggi, gag, digressioni a sfondo storico-scientifico e varie oscenità, che si dipana per quasi mille pagine. Tuttavia, alla fine, il nebbione in cui mi sentivo smarrito è sembrato diradarsi un poco, e mi è parso di riconoscere qualche filamento della sottile ma vastissima trama che collega i diversi episodi e protagonisti.
Perché davvero siamo di fronte, com'è stato scritto, ad un “romanzo-mondo”, solo che è un mondo impazzito, in cui tutti i personaggi agiscono in base alle loro pulsioni e psicosi, quando non sono strumenti di un misterioso “complotto” ordito da Loro (fantomatica ed ipotetica entità che tira i fili della vicenda, ma anche unica apparente fonte di controllo dell'ordine razionale delle cose).
In un'Europa devastata dalla guerra si svolge una picaresca e collettiva "quest" alla ricerca del Razzo (la V2, lo S-gerat) che assurge al ruolo di ossessione terminale, simbolo della Tecnologia come meta finale del progresso umano e contemporaneamente come agente di morte, di distruzione della vita stessa, quasi una sorta di Graal alla rovescia (non è un caso che gli studi per la V2 abbiano fatto da presupposto per il successivo sviluppo delle armi atomiche da parte delle potenze alleate). Nel mondo di Gravity's Rainbow siamo davanti alla totale assenza di strutture sociali, familiari, morali, men che meno politiche o religiose, in grado di dare un significato alle vita ed alle azioni delle persone. Unica alternativa alle proprie ossessioni è per ciascuno lo stordimento a base di sesso, alcool o droghe, o la sottomissione alle misteriose autorità che manovrano i fili della trama. L'effetto è quello di una gigantesca pala di Bosch o Bruegel del XX secolo, dietro al cui visibile caos si fa intuire al lettore la presenza di una complessa struttura simbolica i cui significati e rimandi sono comunque oscuri.
Queste mie impressioni di lettura non vogliono, né ovviamente possono, essere una recensione di uno dei testi più celebri e discussi della letteratura contemporanea. Mi piace però rimarcare come, se affrontato con un minimo di determinazione e interesse, il romanzo regali secondo me parecchi momenti di puro piacere (il talento di Pynchon non si discute), tratteggiando personaggi ed episodi che rimangono impressi a fuoco nella memoria. Con mia sorpresa, al termine del romanzo mi sono trovato quasi più incuriosito che non durante la lettura stessa, riproponendomi di tornare ancora fra le sue pagine, magari fra qualche tempo quando avrò smaltito l'indigestione che indubbiamente mi ha provocato.
PS Di Pynchon avevo già letto, molti anni fa, “V” e “L'incanto del lotto 49”. Non date retta a chi dice di approcciarlo partendo dalle opere più accessibili, con Pynchon cominciate da qui.
Mimmo AcunzoMimmo Acunzo wrote a review
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