L'arte di legare le persone
by Paolo Milone
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Quante volte parliamo dei medici come di eroi, martiri, vittime… In verità, fuor di retorica, uomini e donne esposti al male. Appassionati e fragili, fallibili, mortali. Paolo Milone ha lavorato per quarant’anni in Psichiatria d’urgenza, e ci racconta esattamente questo. Nudo e pungente, senza farsi sconti. Con una musica tutta sua ci catapulta dentro il Reparto 77, dove il mistero della malattia mentale convive con la quotidianità umanissima di chi, a fine turno, deve togliersi il camice e ricordarsi di comprare il latte. Tra queste pagine cosí irregolari, a volte persino ridendo, scopriamo lo sgomento e l’impotenza, la curiosità, la passione, l’esasperazione, l’inesausta catena di domande che colleziona chiunque abbia scelto di «guardare l’abisso con gli occhi degli altri».

«Si riesce a lavorare in Psichiatria solo se ci si diverte. Io mi sono divertito per anni. Non tutti gli anni: non i primi – troppe illusioni, non gli ultimi – troppi moduli, non quelli di mezzo – troppo mestiere».

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PrimaVeraPrimaVera wrote a review
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Io guardo l’abisso con gli occhi degli altri
“Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura, mi ritrovo a fare il lavoro che fa piú paura a tutti.”
Ed è così che, Paolo Milone, psichiatra genovese, inizia a parlare dei mille volti del male di vivere che ha incontrato.
Del ruggito spaventoso che lui, per professione e per passione, ha dovuto sapere ascoltare nel modo più giusto, professionale e equilibrato possibile.
Senza pause o vacanze dai pensieri che andavano sempre lì.
Da Ludovica. Pino. Lino. Sara. Luisa e Fabio. E altri.
Tutti lì, chiusi a tripla mandata, in quel reparto 77 in quel di Genova.
Dove tutti per uno, uno per tutti.
E che una volta dimessi cadono come mine di un gioco giocato da chissà quale Dio.
Tira il filo dai, lega più forte.
Io ti lego per non iniettarti l’elisir di lunga degenza.

A differenza d #tuttochiedesalvezza di Daniele Mencarelli, troviamo qui lo stesso tema ma affrontato da un altro punto di vista. Questa volta a parlare non è il paziente ma lo psichiatra.
#lartedilegarelepersone non vuole essere un saggio sulla #psichiatria, secondo me c’è solo tanta voglia di lasciare su carta tutte quella storie tormentate.
La voglia di dichiarare che non è vero che la follia non esiste.
Che nel momento in cui lo diciamo qualcuno che soffre si sente più solo e meno capito.

Essere psichiatri è come essere un sarto, solo che se lui sbaglia le misure non sarà il vestito a non calzarti, ma la vita.
Di fronte a loro puoi decidere se affidartici o combattere un lotta che hai già perso in partenza. Perché tu puoi chiedere aiuto, l’aiuto può arrivare più o meno in tempo, ma se non sei tu a volerlo cogliere, di speranza ce ne è poca.

Fragile uomo, donna o ragazza.
Che poi di fragile lì non c’è proprio nulla, forse gli occhi. Vacui contenitori di speranze vane.
Isole perdute circondate da mare turbolento e violento.
Che chiedono solo di essere visti anche da quelle mappe disegnate a mano, storte e sbagliate.
Chiedono solo di esserci, quando quel mare si calmerà, e finalmente, tu, loro, noi, torneremo a galla a riveder le stelle.


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micomico wrote a review
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Reparto 77
L’arte di legare le persone”, edito da Einaudi, è il libro d’esordio dello psichiatra genovese Paolo Milone. Un memoir che è insieme racconto di vita e di professione, quella dello psichiatra, ma è soprattutto racconto di incontri e persone, relazioni. Purtroppo è un racconto anche di malattia, di ciò che comporta nella gente convivere con essa, malati, personale curante, o familiari che siano.

«Se non hai mai provato il dolore psichiatrico, non dire che non esiste. Ringrazia il Signore e taci».

“L’arte di legare le persone” è un piano inclinato, scivoloso. Leggendolo si incontrano i tentativi dei protagonisti di aggrapparvisi. Sono graffi. Graffiti sono i pensieri dell’autore. Squarci di coscienza, successioni di apnee ed emersioni. È la sensazione di dover essere sempre presenti a se stessi, non poter staccare mai.

Nel Reparto 77 si ragiona, si parla, si discute. Si cerca di calmare animi e allietare pene. All’occorrenza si legano anche le persone, prima che i pazienti possano divenire ingestibili, farsi del male. Misure di contenzione si chiamano. Si tratta di un’arte difficile che vive e si pratica a cavallo di un confine, come difficile è il mestiere di psichiatra, di colui che questo confine è chiamato a riconoscerlo, a decidere se varcarlo o meno. Talvolta, non essendone sicuro.

«L’arte di legare le persone. Legare le persone al letto. Legare le persone a te. Legare le persone alla realtà. Legare le persone a se stesse. Legare le persone è un’arte. Inconoscibile».

Eppure alla base del rapporto medico – paziente c’è la conoscenza reciproca, un’empatia di fondo, fiducia soggetta purtroppo a tradimento, come quando un paziente decide, riesce a farla finita. In quel caso nello psichiatra scatta il rimorso del cos’altro potevo fare, una compagnia lunga e solitaria che avrà sempre a che fare con un nome piuttosto che con un altro. Per un patto di responsabilità, il riconoscimento di un dovere che è etica umana e professionale, quello di mettersi a disposizione e cercare di aiutare una persona.

«A conoscere qualcuno, si hanno dei doveri. Meglio non conoscere nessuno».

Leggendo questo libro, venendo a contatto con la malattia mentale, ci si domanda se i medici specializzati in queste patologie siano in possesso di un regola che possa permettere di apprezzare, valorizzare la nostra esistenza. La verità è che, così come non esiste una pillola della felicità, l’unico modo di vivere è vivere, senza avere necessariamente la pretesa di conoscere o controllare ogni cosa. Perché il meglio può essere nemico del bene.

«Non cercare la consapevolezza totale di esistere: ognuno vive nella nebbia più o meno fitta. Scegli il tuo posto sul pendio, e tira su casa».
KatiaKatia wrote a review
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