L'attentato
by Yasmina Khadra
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L’attentato non è un romanzo sul terrorismo, per quanto ne sia pervaso dall’inizio alla fine: non è sulle circostanze ideologiche o storiche di esso; sulla giustizia o il torto di una causa, benché alcune pagine incancellabili pongano il lettore nel mezzo della tragedia palestinese. È un romanzo, lucido e lacerante, sulla paranoia che il terrorismo genera quando diventa orrore quotidiano; quando non è esterno ed estraneo, ma si pone come alternativa esistenziale con cui ciascuno deve, nessuno escluso, fare i conti.
Amin Jaafari è un chirurgo di Tel Aviv, figlio di beduini naturalizzato israeliano, ottimamente integrato nel successo di una carriera costruita per mezzo del «sedurre e rassicurare», in cui «ogni successo era un’offesa al loro rango». Un attentato di kamikaze vicino al suo ospedale conduce alle sue cure feriti su feriti e arrivano, insieme ad essi, gli agenti dei servizi segreti che arrestano Amin e cominciano a interrogarlo per giorni. Sihem, la bella, intelligente, ammirata moglie di Amin è tra le vittime ma porta sui resti i segni di essere lei l’attentatrice. Pressioni degli investigatori e intimidazioni della gente non convincono il medico. Liberato, giorni dopo, scopre a casa la prova dell’incredibile: è lei l’attentatrice. Così inizia un’indagine personale: «voglio sapere chi ha indottrinato mia moglie, l’ha bardata di esplosivo» ma soprattutto perché «non sono stato capace di farle preferire la vita». Nessuno lo sarebbe stato, perché a tutto si sopravvive ma «non si sopravvive al disprezzo, quando solo questo si è visto per tutta la vita» e «come morire degnamente» diventa la sola «idea fissa».
La ricerca porterà alla verità dei fatti. Sarà per Amin un percorso iniziatico, che si tinge inevitabilmente di ricordi personali. La rivelazione della realtà, di fronte a cui era cieco, degli artefici dell’odio e dei luoghi dove nasce. Ma soprattutto l’immersione nella mente di chi sceglie, contro tutta la felicità e la vita, ciò che crede sia il martirio.

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zombie49zombie49 wrote a review
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Un'estranea al mio fianco
Amin Jaafari è un chirurgo arabo, naturalizzato israeliano, e lavora all’ospedale di Tel Aviv. Mentre sta uscendo dalla mensa con i colleghi, avviene un attentato. C’è stata un’esplosione in un ristorante, dove un gruppo di bambini stava festeggiando il compleanno di una compagna di scuola. I medici si prodigano tutto il pomeriggio ma ci sono diciassette morti e numerosi feriti. Quando Amin torna a casa, sua moglie Sihem non è ancora rientrata, ma lui non si preoccupa: è dalla nonna a Betlemme. Una telefonata lo sveglia nel cuore della notte: deve recarsi subito in ospedale per riconoscere il corpo straziato della moglie. E’ lei l’attentatrice kamikaze. Amin è interrogato per tre giorni, poi è rilasciato: la polizia ha accertato che lui non sapeva nulla del progetto di Sihem. La sua vita è distrutta, ma soprattutto è sopraffatto dal dolore per la perdita della moglie. Non può credere che sia stata lei, ma un suo biglietto, arrivato postumo, gli toglie ogni dubbio. Vuole capire come Sihem, che sembrava così dolce e affettuosa, abbia potuto ingannarlo nascondendogli il suo progetto. Vuole sapere chi l’ha irretita al punto da convincerla a una delirante ideologia di morte. E cerca di ricostruirne le azioni. Yasmina Khadra, pseudonimo dello scrittore algerino Mohammed Moulesseoul, in questo thriller dalle sfumature gialle, cerca di spiegare, pur prendendone le distanze, i motivi dell’integralismo arabo che conduce persone istruite, intelligenti e benestanti a compiere gesti estremi come gli attentati suicidi. Amin, arabo integrato nella società israeliana, pacifista dedito per lavoro a salvare vite, si sente tradito, anche come uomo, da Sihem, che ha preferito la morte e la fede in uno sceicco integralista alla vita con lui. E’ un libro appassionante come un giallo, che mostra la storia da un punto di vista inconsueto e stravolge molte certezze: non conosciamo mai abbastanza chi ci sta vicino. E’ un racconto duro e senza speranza come la guerra tra arabi e israeliani.
PiperitapittaPiperitapitta wrote a review
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«Che m’importa dei molti vostri sacrifici?, dice il Signore. Io li odio.»
(Isaia 1,11)

Stando alla maggior parte dei commenti negativi che ho letto su questo breve romanzo, sembra che uno dei problemi principali sia la scrittura, che in effetti non è il suo punto di forza, anche se, più che sciatta, la definirei semplice, priva di una qualsiasi cifra stilistica, viziata, forse, anche da alcune ingenuità del traduttore.
Una scrittura semplice, che però “squaderna le disavventure”, in cui il protagonista, i cui sogni vengono “conculcati” dalla realtà dei fatti, si reca al “dispensario” e il cui pseudocoraggio è una “diversione” e una “furtiva reptazione di un brivido [gli scende] fino al petto”, che mi fa pensare che non tutte le colpe debbano essere attribuite all’autore, che peraltro scrive in francese (questo per dire che dovrebbe essere meno difficile per una casa editrice trovare un traduttore di buon livello) a partire dalla scelta del titolo - L’attentatrice - che è indubbiamente più suggestivo e vendibile che L’Attentato.

Ma quella raccontata da Yasmina Chandra - pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, scrittore algerino, ufficiale dell’esercito superiore del suo paese, che dal 1999, dopo essere stato costretto a utilizzare il nome della moglie, ha svelato la propria identità ed eletto la Francia a propria nazione di adozione - è una storia che cattura e annichilisce, talmente inconcepibile per noi occidentali (e impossibile da riuscire ad accettare), che ci lasciamo trascinare nell’errare del dottor Amin Jaafari per tutti i gironi del suo inferno privato.

Lo stimato chirurgo dottor Amin Jaafari, israeliano naturalizzato, che vive in un esclusivo quartiere ebraico e opera in un ospedale ebraico; l’integrato dottor Amin Jaafari, che con la sua bella e innamorata moglie, conduce una vita dedita alla sua professione coronata di successi, privilegi e amicizie importanti a Tel Aviv; il dottor Amin Jaafari, che dopo una giornata trascorsa in sala operatoria per cercare di salvare il salvabile dopo un’attentato suicida che ha riempito di morti e corpi martoriati l’ospedale in cui lavora, svegliato nel cuore della notte da una telefonata, scopre che l’attentatore suicida, il kamikaze, l’uomo che si era fatto esplodere in quel ristorante pieno di gente seminando morte e terrore, era invece sua moglie: la dolce e silenziosa e idealizzata Sihem.
“Chi sogna troppo dimentica di vivere”, gli viene rimproverato, Vivevate sotto lo stesso tetto, godevate degli stessi privilegi, ma non guardavate nella stessa direzione.

È l’inizio di un dramma devastante, che attraversa le fasi dello choc e della negazione, quella dell’abbandono di se stesso e della rabbia per quel senso di solitudine straziante e viscerale che lo precipita nell’abisso.
Chi era Sihem e com’è possibile che una donna mai stata religiosa praticante, benestante e apparentemente soddisfatta e lontana dalla realtà politica dei Territori palestinesi, com’è possibile che quella donna, al suo fianco da quindici anni, lo abbia “tradito” in quel modo, abbandonandolo, escludendolo, fino a scegliere di infliggere a se stessa, a lui e al loro matrimonio, quell’epilogo?
E una volta accettata la colpevolezza di Sihem, com’è possibile che non ci siano stati dei messaggi da cogliere, che lei non abbia mai cercato di fargli capire quanto stava accadendo, che non abbia cercato, nemmeno per un momento, di mandargli un segnale?
Il baratro, il precipizio, l’inferno di Amin Jaafari è fatto della ricerca di quel segnale, del tentativo di trovare, attraverso l’esile filo che da Tel Aviv lo porta a Betlemme da lontani parenti, il punto di rottura, là dove il corso della vita di Sihem ha invertito la rotta, fino ad arrivare, nella seconda parte della storia (più un terzo che metà, in realtà), a Jenin, dove l’origine della sua famiglia, l’incontro con parenti che aveva lasciato per dedicarsi allo studio, lo conduce all’origine della sua appartenenza al mondo arabo e in contatto con le sue radici, a ritrovare il senso di un’identità perduta nel tentativo di crearsi una sua zona d’ombra.

Ma quello che colpisce, nel romanzo di Chandra, è l’equidistanza, data anche dalla circolarità della struttura, anche dalla specularità della storia stessa: tutto quello che succede da una parte, succede dall’altra, tutto quello che si perpetra ai danni degli uni, viene subìto anche dagli altri: non c’è spiegazione per l’orrore, non c’è giustificazione per chi viene mandato al macello, né per chi si arroga le giustificazioni per diventarne strumento, nemmeno dopo la lunga tirata dell’amico poliziotto israeliano amico di Amin

Le motivazioni non hanno tutte la stessa consistenza, ma di solito sono cose che si prendono così“ dice schioccando le dita. “O ti cadono in testa come una tegola oppure si radicano in te come un verme solitario. Dopo, non guardi più il mondo come prima. Hai solo un’idea fissa: sollevare questa cosa che ti tormenta corpo e anima per vedere cosa c’è sotto. Da quel momento non puoi più fare marcia indietro. D’altra parte, non sei più tu a comandare. Pensi di fare di testa tua, ma non è vero. Sei solo lo strumento delle tue frustrazioni. Per te, la vita e la morte sono la stessa cosa. In qualche modo hai rinunciato per sempre tutto ciò che potrebbe farti tornare sulla terra. Sei un extraterrestre. Vivi nel limbo, a caccia di uri e liocorni. Non vuoi più sentire parlare di questo nostro mondo. Aspetti solo il momento di passare all’atto. L’unico modo di recuperare quel che hai perso o correggere quel che hai sbagliato. In poche parole, l’unico modo di diventare una leggenda è chiudere in bellezza: trasformarti in un fuoco d’artificio a bordo di uno scuolabus o in un siluro lanciato a rotta di collo contro un carroarmato nemico. Bum! Il grande salto e, come premio, lo status di martire. Il giorno della soppressione del tuo corpo diventa così, ai tuoi occhi, il solo momento in cui cresci nella stima degli altri. Il resto, il giorno prima e il giorno dopo, non è più affare tuo: per te, non c’è mai stato.“

quando quasi sembra che Chandra voglia fornirci delle spiegazioni, perché a queste, e a quelle degli jihadisti con cui viene in contatto, controbatte con il dialogo tra il protagonista e quello che è forse il personaggio più emblematico dell’intero romanzo, quello che si autodefinisce “l’ebreo errante”, che di giustificazioni non ne fornisce a nessuno, né a ebrei né ai palestinesi: «Un muro? Cosa significa? L’ebreo è nato libero come il vento, inafferrabile come il deserto di Giudea. Se ha dimenticato di delimitare i confini della sua patria al punto da rischiare che gliela confiscassero, significa che ha creduto a lungo che la Terra Promessa fosse anzitutto quella in cui nessun muro impedisce al suo sguardo di arrivare più lontano del suo grido. […] Ogni ebreo di Palestina è un po’ arabo e nessun arabo d’Israele può pretendere di non essere un po’ ebreo»

Non ci sono parole, dunque, per giustificare l’ingiustificabile, per spiegare l’inspiegabile, per dare forma e risposte a un dolore che corrode da dentro due popoli devastati dall’odio, ma solo quelle per cercare di raccontarlo, anche se le parole per farlo non sempre sono scritte nel migliore dei modi.

E ora, il film.