L'avvento della meritocrazia
by Michael Young
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Anno 2033: la Meritocrazia è al potere. La nuova classe dirigente governa grazie a riforme economiche e sociali ispirate al principio dell'uguaglianza delle opportunità e dell'intelligenza misurata scientificamente. Ma anziché produrre un sistema democratico maggiormente realizzato, il risultato è una nuova società di casta in cui la grande maggioranza è umiliata ancora più sottilmente. E per questo, infine, si rivolta. Con quest'opera di fanta-sociologia Michael Young inventava nel 1958 la parola "meritocrazia", in irriverente opposizione a un'esaltazione ideologica del principio del merito, proiettando così nel futuro, con esiti inaspettati e sinistri, una delle tendenze più invocate del nostro tempo.
PRIMA EDIZIONE INGLESE 1958

Diceros's Review

DicerosDiceros wrote a review
11
Un romanzo in forma di saggio o un saggio in forma di romanzo?
Il testo è un saggio (finto) di un professore di sociologia che nel 2032 analizza la crisi dello stato Meritocratico.
Da tenere in primo piano che il libro esce nel 1958 e che l’autore è stato un sociologo ed un economista laburista inglese.
Il testo ha qualcosa di profetico e descrive una distopia con le parole dell’io narrante convinto sostenitore.
Meritocrazia è il potere ai più intelligenti. Il potere della conoscenza come dote per il governo della cosa pubblica e per la gestione e di quella privata.
L’autore racconta come su spinta dei socialisti, con l’obiettivo di superare le disuguaglianze di casta la politica inglese (il libro si occupa dell’Inghilterra) promuova con forza e convinzione molte riforme che metteranno la scuola al centro dell’uguaglianza di opportunità.
In principio questa vittoria della sinistra comporta il diritto per i giovani intelligenti delle classi inferiori di accedere sia ai più alti gradi dell’istruzione sia alle migliori professioni.
A parole sembrerebbe che tutto possa filare liscio: uguaglianza delle opportunità per creare le élite del paese.
Ma l’obiettivo non è la felicità o la giustizia sociale ma la produttività e la competizione economica. Tutta l’istruzione ed il complesso meccanismo di promozioni e retrocessione serve per migliorare le performance del paese.
L’obiettivo dichiarato anche attraverso l’impoverimento delle “intelligenze popolari” è quello di un’eterna pace sociale in quanto le regole della selezione che alla fine del periodo raccontato si spostano all’età di tre anni e teorizzano la possibilità di prevedere il QI dalle caratteristiche genetiche dei genitori.
Il “saggio” prende avvio da una serie di disordini, scioperi e dissensi contro il potere dei conservatori tentati di reintrodurre l’ereditarietà della classe dirigente. Seppur in maniera disordinata e poco incisiva comincia a farsi strada nella sinistra e nei sindacati l’idea che le uguali opportunità non siano solo per consentire alle persone di salire nella scala sociale ma che debbano essere garantite “a prescindere dalla loro intelligenza di sviluppare le virtù e i talenti di cui sono dotate”.
In maniera molto delicata le opposizioni teorizzano una società senza classi ispirata ad una “pluralità di valori” dove le persone oltre che per l’intelligenza possano essere valutate “anche per la loro bontà e il loro coraggio, per la loro fantasia e sensibilità, la loro amorevolezza e generosità”.
Alla fine l’io narrante prende atto che la società non funziona senza contrasti anche se rimane deluso dalle previsioni che fa sulla possibilità di contenimento del conflitto sociale.
Il libro è una bella risposta a quanti credono possibile una crescita della società non solo attraverso gli indici di produttività invece che di socialità con il pil invece che il bil. Un cazzotto in un occhio a chi, anche a sinistra, ha ceduto all’omologazione delle differenze in nome della crescita economica “efficiente” senza comprendere che gli uomini si distinguono non per l’uguaglianza ma per l’ineguaglianza delle loro doti e che queste doti possono rendere speciale qualsiasi persona e senza comprendere che senza conflitto ed opposizione tutti gli ascensori sociali si bloccano e le caste vecchie o nuove tendono naturalmente a cristallizzarsi.
DicerosDiceros wrote a review
11
Un romanzo in forma di saggio o un saggio in forma di romanzo?
Il testo è un saggio (finto) di un professore di sociologia che nel 2032 analizza la crisi dello stato Meritocratico.
Da tenere in primo piano che il libro esce nel 1958 e che l’autore è stato un sociologo ed un economista laburista inglese.
Il testo ha qualcosa di profetico e descrive una distopia con le parole dell’io narrante convinto sostenitore.
Meritocrazia è il potere ai più intelligenti. Il potere della conoscenza come dote per il governo della cosa pubblica e per la gestione e di quella privata.
L’autore racconta come su spinta dei socialisti, con l’obiettivo di superare le disuguaglianze di casta la politica inglese (il libro si occupa dell’Inghilterra) promuova con forza e convinzione molte riforme che metteranno la scuola al centro dell’uguaglianza di opportunità.
In principio questa vittoria della sinistra comporta il diritto per i giovani intelligenti delle classi inferiori di accedere sia ai più alti gradi dell’istruzione sia alle migliori professioni.
A parole sembrerebbe che tutto possa filare liscio: uguaglianza delle opportunità per creare le élite del paese.
Ma l’obiettivo non è la felicità o la giustizia sociale ma la produttività e la competizione economica. Tutta l’istruzione ed il complesso meccanismo di promozioni e retrocessione serve per migliorare le performance del paese.
L’obiettivo dichiarato anche attraverso l’impoverimento delle “intelligenze popolari” è quello di un’eterna pace sociale in quanto le regole della selezione che alla fine del periodo raccontato si spostano all’età di tre anni e teorizzano la possibilità di prevedere il QI dalle caratteristiche genetiche dei genitori.
Il “saggio” prende avvio da una serie di disordini, scioperi e dissensi contro il potere dei conservatori tentati di reintrodurre l’ereditarietà della classe dirigente. Seppur in maniera disordinata e poco incisiva comincia a farsi strada nella sinistra e nei sindacati l’idea che le uguali opportunità non siano solo per consentire alle persone di salire nella scala sociale ma che debbano essere garantite “a prescindere dalla loro intelligenza di sviluppare le virtù e i talenti di cui sono dotate”.
In maniera molto delicata le opposizioni teorizzano una società senza classi ispirata ad una “pluralità di valori” dove le persone oltre che per l’intelligenza possano essere valutate “anche per la loro bontà e il loro coraggio, per la loro fantasia e sensibilità, la loro amorevolezza e generosità”.
Alla fine l’io narrante prende atto che la società non funziona senza contrasti anche se rimane deluso dalle previsioni che fa sulla possibilità di contenimento del conflitto sociale.
Il libro è una bella risposta a quanti credono possibile una crescita della società non solo attraverso gli indici di produttività invece che di socialità con il pil invece che il bil. Un cazzotto in un occhio a chi, anche a sinistra, ha ceduto all’omologazione delle differenze in nome della crescita economica “efficiente” senza comprendere che gli uomini si distinguono non per l’uguaglianza ma per l’ineguaglianza delle loro doti e che queste doti possono rendere speciale qualsiasi persona e senza comprendere che senza conflitto ed opposizione tutti gli ascensori sociali si bloccano e le caste vecchie o nuove tendono naturalmente a cristallizzarsi.

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