L'enigma della camera 622
by Joël Dicker
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Un fine settimana di dicembre, il Palace de Verbier, lussuoso hotel sulle Alpi svizzere, ospita l'annuale festa di una importante banca d'affari di Ginevra, che si appresta a nominare il nuovo presidente.

La notte della elezione, tuttavia, un omicidio nella stanza 622 scuote il Palace de Verbier, la banca e l'intero mondo finanziario svizzero.

L'inchiesta della polizia non riesce a individuare il colpevole, molti avrebbero avuto interesse a commettere l'omicidio ma ognuno sembra avere un alibi; e al Palace de Verbier ci si affretta a cancellare la memoria del delitto per riprendere il prima possibile la comoda normalità.

Quindici anni dopo, un ignaro scrittore sceglie lo stesso hotel per trascorrere qualche giorno di pace, ma non può fare a meno di farsi catturare dal fascino di quel caso irrisolto, e da una donna avvenente e curiosa, anche lei sola nello stesso hotel, che lo spinge a indagare su cosa sia veramente successo, e perché, nella stanza 622 del Palace de Verbier.

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Giordano BrunoGiordano Bruno wrote a review
01
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Ciao ciao "scrittore"

Non ci siamo. Dopo il deludente "La scomparsa di Stephanie Mailer" (che peraltro non scompare, ma muore, se non ricordo male), ho voluto dare un'ultima opportunità a Joel Dicker (mea culpa), prendendo in biblioteca la sua ultima "fatica". È stata anche una mia fatica: per esempio per arrivare a pagina 200 (e non ce l'ho fatta). Purtroppo anche questo "Enigma della camera 622" (che di enigmatico ha ben poco) soffre degli stessi difetti del romanzo precedente: è ridondante (flashback che ripetono scene che già si conoscono; sovrabbondanza di scene inutili, così come di frasi e dettagli di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno); personaggi piatti e poco credibili abbastanza stereotipati, a partire dal poco simpatico "scrittore" protagonista che viene chiamato per lo più così, ossia "scrittore" (davvero modesto); una trama che sembra farsi via via più contorta, almeno in apparenza e comunque inutilmente, perché il coinvolgimento del lettore si fa invece sempre più debole man mano si procede con la lettura. Quasi 200 pagine e ti chiedi "e quindi? quando succederà qualcosa di rilevante?" Anche questa volta fumo negli occhi che mi ha convinto a lasciar perdere ben prima della metà perché non si va da nessuna parte. Magari, sgrossato di tutti i fronzoli che lo ingrossano sarebbe anche un libro dignitoso, un buon intrattenimento, ma così, giusto per fare il librone anche stavolta... proprio no, bocciato, mi dedico ad altro. Sicuramente meglio Guillaume Musso, per la mia limitata esperienza. Dicker forse si è montato un po' la testa visto il successo. Chissà, magari lo snobbato "Gli ultimi giorni dei nostri padri" non è poi da buttare, ma onestamente non mi attira più di tanto.

Insomma, dopo l'exploit dell'avvincente "La verità sul caso di Harry Quebert" e del "Libro dei Baltimore", Dicker è diventato ormai uno scrittore perché scrive, mentre dovrebbe scrivere perché è uno scrittore. Non ci siamo.