L'epoca delle passioni tristi
by Gérard Schmit, Miguel Benasayag
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I servizi di psichiatria vedono crescere il numero di giovani che accusano forme di disagio psichico. Un fatto allarmante, che più che il segnale di un aumento delle patologie, è il sintomo di un malessere generale che permea la società. Un fenomeno che costringe a interrogarci su che cosa si basi la nostra società, su quali siano le cause delle paure che ci portano a rinchiuderci in noi stessi. I problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura occidentale fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. Si continua a educarli come se questa crisi non ci fosse, ma la fede nel progresso è sostituita dal futuro cupo, dalla brutalità che identifica la libertà con il dominio di sé, del proprio ambiente, degli altri.

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Salvatore PalmaSalvatore Palma wrote a review
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Le tante forme di violenza, le numerose guerre, reali o minacciate, le ingiustizie, l’intolleranza nei confronti dei diversi, l’inquinamento, l’insorgere di nuove patologie o i successi solo parziali sulle malattie già conosciute, hanno lentamente creato una visione pessimistica della società e una scarsa fiducia del futuro, visto non più - come accadeva fino a qualche decennio addietro - come promessa, ma avvertito come minaccia. Le utopie rivoluzionarie, le teorie positivistiche, le lusinghe scientiste e la “morte” di Dio si sono trasformate in frustrazioni, di fronte al permanere di tanti problemi; oggi prevalgono le “passioni tristi” del fatalismo, dell’incertezza e dell’egoismo che portano a dare maggiore rilievo all’io e scarsa importanza all’altro, a privilegiare l’oggi, guardando con inquietudine e pessimismo al domani (“l’educazione dei nostri figli non è più invito a desiderare il mondo: si educa in funzione di una minaccia, si insegna a temere il mondo, a uscire indenni dai pericoli incombenti”). E’ questa l’analisi, profonda e significativa, che fanno in questo bellissimo saggio, due psicanalisti francesi che hanno voluto scandagliare le ragioni profonde dell’aumento di nuove sindromi psicopatologiche, andando ben aldilà della semplice constatazione che i consultori e gli studi degli psichiatri e degli addetti ai lavori si riempiono di genitori ed educatori che quotidianamente sperimentano la difficoltà – e l’impotenza! - di educare di fronte a demotivazione e indolenza di figli ed alunni. Una lettura molto stimolante e interessantissima!
MaigretMaigret wrote a review
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Un libro scritto da due psichiatri che lavorano nel campo del disagio giovanile. L'approccio è nuovo ed affronta le problematiche con una visione insolita e critica, che si distacca molto dalla metodologia d'intervento a cui la psichiatria ha teso in questo ultimo decennio. A fondamento di questo lavoro gli autori collocano la grave crisi che investe la società e i mutamenti a cui questa visione, prettamente economicistica, spinge nella rappresentazione del futuro immaginato. Il futuro incerto ha trascinato le famiglie e le nuove generazioni verso la perdita dell'illusione, questa visione minacciosa che è andata via via sostituendosi alla vecchia idea di futuro ottimistico, porta i giovani a valutare come vana ogni forma di impegno per la costruzione di un qualunque avvenire. In sostanza, la società ed i suoi valori sono cambiati ed hanno portato le nuove generazioni a vivere una condizione di permanente incertezza, che spesso è la causa prima del male di vivere, e allora occorre cambiare le strategie con cui si interviene sul disagio. L'analisi che i due autori fanno tende alla valorizzazione delle singole specificità, criticando la tendenza alla "normalizzazione" inseguita tramite l'uso di psicofarmaci o interventi psicoterapeutici che vedono il disagio come un allontanamento dai bisogni o dalle espressioni della moltitudine. E' naturale che questo nuovo approccio attualmente trovi pochissimo riscontro nella pratica medica e psicologica, sia perché la prassi farmacologica è più semplice e meno faticosa da applicare, rientrando in un protocollo fisso che annulla la responsabilizzazione dell'operatore, risultando più asettica, sia perché gli interessi delle case farmaceutiche sono duri da demolire.
Ora parlo non più del testo in sé ma di quanto questa lettura mi ha lasciato, e quello che mi ha lasciato è molto, anche per la mia quotidianità di insegnante. Una delle cose peggiori che tutti tendiamo a fare nel nostro e in altri mestieri che affrontano il disagio giovanile è l'etichettatura dei problemi, e qui credo che tutti dobbiamo dolerci di qualcosa, beh l'etichettatura nasconde le singolarità dell'individuo dietro un muro. Un ragazzo portatore di handicap o che ha difficoltà di apprendimento o relazionali, nella scuola viene etichettato, a supporto di questa etichettatura c'è spesso una relazione fornita dall'equipe medica che l'ha seguito sin dall'infanzia, formata da uno psichiatra e da vari psicologi, e dietro questa etichettatura non ci si accorge che c'è un mondo. L'essere umano sparisce e viene annullato dall'inserimento in una catalogazione che mette a posto le coscienze di tutti, medici, operatori, insegnanti e spesso anche dei genitori, rendendolo praticamente invisibile al mondo. Con la formula "questo obiettivo si può raggiungere e quest'altro no" si intraprende un percorso che tende ad inserire il disagio in un progetto che porti il ragazzo ad essere paragonabile al mondo "normale". Questo vuol dire forzare la natura dell'individuo per insegnargli ad essere quello che non è, con la convinzione che altrimenti l'inserimento nel mondo risulti fallimentare. Credo che comprendere questo sia estremamente importante, spesso dimentichiamo il fine umano che dobbiamo porci quando incontriamo una "diversità", quello cioè di rendere la sua vita vivibile non perché "normalizzata", ma perché valorizzata nelle sue potenzialità. Lavorare sull'arricchimento delle specificità può rendere una vita degna di essere vissuta, nascondere le differenze spesso è solo un viaggio senza scampo che ha come traguardo l'umiliazione e l'annullamento dell'essere umano e che porta tutti gli altri, i "normali", a considerare il "diverso" esclusivamente grazie all'etichetta che questi si porta addosso, rendendo invisibile proprio l'umanità che li dietro si cela. Iniziando proprio dalla mamma che dice al proprio bambino di non fissare il "disabile". Questo atteggiamento porta inevitabilmente come conseguenza la cognizione che quegli uomini e quelle donne siano come "trasparenti", nascosti appunto dietro la loro etichetta, e questo approccio riguarda, purtroppo, tutti noi.
Il mio giudizio su questo libro a questo punto mi sembra chiaro, gli insegnanti, principalmente loro, almeno loro, dovrebbero leggerlo, per comprendere meglio il ruolo di cui la società li investe, che spesso viene confuso unicamente con lo spargimento di nozioni ai quattro venti.