L'idea pericolosa di Darwin
by Daniel C. Dennett
(*)(*)(*)(*)(*)(70)
La "pericolosa" idea di Darwin non è l'evoluzione, ma il fatto che essa avvenga per selezione naturale. L'evoluzione è un fatto e non può che essere accettata da tutti. Più difficile da accettare è che essa avvenga in base alla sola selezione naturale, senza cioè che ci sia a guidarla, una mano supe... More

All Reviews

8
makomaimakomai wrote a review
05
(*)(*)( )( )( )
Il Mastino di Dawkins
Non tutto ciò che scrive Dennett mi convince, né tutto mi interessa, francamente. La filosofia della scienza mi è sempre stata meno cara della scienza.

Tra le parti potenzialmente più interessanti, annovero la critica delle tesi di Gould (in particolare della sua teoria dell’equilibrio punteggiato), peraltro già efficacemente svolta da Dawkins e che Dennett sviluppa in maniera fin troppo esaustiva. Più che macroscopici errori (che pur ci sono), ritengo peraltro che se si vuole leggere Gould in maniera piu’ o meno compatibile con il mainstream biologico-evoluzionista, il suo lavoro perde gran parte del suo autoasserito carattere “rivoluzionario” (o addirittura ogni rilievo autonomo), mentre se lo si legge in una visione piu’ radicale e significativa non convince proprio….

Tra i punti che non condivido, il concetto di “meme”: per quanto adori Dawkins, questo è l’unico punto sul quale mi schiero con Gould. Essendo il meme un concetto e non una teoria, se ne dovrebbe valutare il rilievo sulla base dell’utilità (più che della capacità predittiva, falsificabilità e rigore ed economicità). Onestamente, non vedo differenza di rilievo tra “meme” e “idea”. Ho provato a sostituire il termine “meme” con “idea” e mi sembra che ovunque regga l’esame della fungibilità. L’adozione del termine “meme” risponde – imho - unicamente all’esigenza di evidenziare una supposta analogia con il gene, considerazione che Dennett qui e altrove sviluppa sino a conseguenze che credo lo stesso Dawkins avrebbe remore ad adottare.

Il concetto di “meme” è appealing, ma trovo ci siano differenze fondamentali tra replicazione e imitazione/emulazione, che inficiano l’asserita analogia con il gene. Il meme, per esempio, non è ereditabile, ma solo apprendibile. Concettualmente, inoltre, il replicatore è un agente (copia sé stesso) mentre un meme è agito (viene copiato da un altro agente). Ancora, l’evoluzione genetica è retta da caso e necessità, si sviluppa in tempi geologici ed esclude l’ereditabilità dell’apprendimento; al contrario, il meme muta secondo schemi non casuali, viene selezionato da variabili effimere, si evolve nei tempi tipici dell’evoluzione culturale e viene trasmesso attraverso meccanismi lamarckiani. Cosa differenzia, infine, un meme dal suo “fenotipo”? Se il fenotipo è un quadro, viene copiato il meme o il fenotipo? L’analogia tracciata da Dawkins e sviluppata da Dennett mi risulta particolarmente disarmonica anche perché’ ritengo che proprio l’asimmetria temporale tra evoluzione genetica ed evoluzione culturale sia la causa di moltissimi mali del nostro tempo.

Interessante anche la critica ad alcuni assunti di Chomsky.
pempipempi wrote a review
08
(*)(*)(*)( )( )
La selezione naturale come “acido universale”
Da bambino, Dennett ci racconta di aver immaginato l’esistenza di un “acido universale”, una sostanza in grado di sciogliere qualsiasi cosa, e che perciò non può nemmeno essere racchiusa in un qualche contenitore. Una volta che è stato scoperto o sintetizzato, nulla può sottrarsi all’azione dell’acido universale.
Ebbene, secondo Dennett lo stesso vale per il concetto darwiniano di selezione naturale. Una volta formulato, la sua portata e la sua fecondità sono tali che pressoché qualsiasi problema scientifico-filosofico è investito di una nuova luce, può cioè essere reimpostato (e talvolta risolto) grazie a questo principio. Non soltanto l’evoluzione della vita e la nascita delle specie, ma perfino i problemi concernenti l’origine stessa della vita, lo sviluppo dell’universo, la cultura, il linguaggio, il significato e naturalmente l’etica.
Ecco perché è un’idea “pericolosa”.
Le tesi presentate sono spesso spigolose, su tutte la quasi-equivalenza tra biologia e ingegneria. Il capitolo più controverso e senza dubbio più interessante è quello su Stephen J. Gould, dove vengono discusse tutte le tesi più importanti dell’illustre paleontolgo: pennacchi di San Marco, equilibri punteggiati, interpretazione della fauna di Burgess, ecc. Devo dire che mi aspettavo un attacco decisamente più “frontale” nei suoi confronti, mentre l’intento di Dennett non è quasi mai quello di confutare le tesi di Gould (tranne in un paio di casi), quanto piuttosto di disinnescarne la portata rivoluzionaria e “anti-darwiniana”, sulla qual cosa sono pienamente d’accordo.
Una cosa che mi ha molto sorpreso è il fatto che Dennett – contra i vari Searle, McGinn, Penrose, ecc. – consideri le ricerche nel campo dell’IA come le uniche (legittime) discendenti della teoria darwiniana. Si tratta di una cosa alla quale non avevo mai pensato, ma a pensarci bene non è un’idea così balzana: così come dal punto di vista evolutivo, la mente/coscienza dev’essere emersa a partire da componenti stupide, non-coscienti, allo stesso modo la coscienza in quanto tale dev’essere qui e ora il risultato dell’azione congiunta di componenti stupide e non-coscienti, e in tali componenti può e deve essere frazionata. A fronte di questa possibilità, parlare di “mistero della coscienza”, di qualia, di emergentismo o quant’altro significa cercare un “gancio appeso al cielo” laddove sono sufficienti delle semplici “gru”, benché molto complesse.
Il mio giudizio è tutto sommato positivo. La prosa di Dennett è sempre estremamente piacevole, sebbene (come ho già notato altrove) molto spesso indulga in eccessive divagazioni, esempi e metafore che, anziché spiegare bene i punti di volta in volta discussi, risultano abbastanza fuorvianti. Al di là di questo, il tentativo di far luce su tradizionali problemi della filosofia Darwin alla mano è senza dubbio un merito che a questo libro va riconosciuto.