L'idiota
by Fëdor Mihajlovič Dostoevskij
(*)(*)(*)(*)(*)(6,902)
Il principe Myškin, dopo gli anni trascorsi in una clinica svizzera, rientra in Russia. Sul treno che lo porta a Pietroburgo, conosce il rozzo Rogožin. Questi, invaghitosi della splendida Nastas’ja Filippovna, cerca di conquistarla col denaro appena ereditato. La giovane, sedotta in passato dal suo tutore

All Reviews

631 + 43 in other languages
Davide SguarioDavide Sguario wrote a review
01
(*)(*)(*)( )( )
Kubrick nelle interviste si asteneva categoricamente dal fornire interpretazioni ai suoi film. Non credo fosse perché fosse un adepto della filosofia decostruzionista per cui l'opera d'arte ha un significato arbitrario ed aperto, ma perché saggiamente riteneva che vi fosse un gap irrimediabile tra gli intellettualismi in prima persona di un autore, le sue speculazioni e intenzioni consapevoli, e gli elementi di valore oggettivi della sua opera. L'Idiota è, come tutti i romanzi di Dostoevskij, un romanzo a tema, e come tal risente del contrasto tra la morale inevitabile delle opere d'arte di cui pocanzi e l'intento, appunto, dell'autore, di forzare un tema esplicito in funzione di cui costruire la narrazione.

L'Idiota è universalmente riconosciuto come romanzo anarchico, discontinuo e strambo nel suo andamento, ma la verità è che al di sotto di ciò è un romanzo inesorabilmente ordinato, ossia rigidamente costruito in funzione dell'intento di Dostoevskij di sviluppare un caso di studio della figura del puro cristiano in rapporto di alienazione insanabile col mondo (che tanto affascinò Nietzsche e che costituisce il nerbo filosofico della leggenda del Grande Inquisitore nei Karamazov, considerato il manifesto della visione dostoevskijana del cristianesimo e delle sorti umane in generale). Il romanzo è atipico e disordinato proprio perché la logica narrativa in quanto tale è sacrificata alle esigenze della logica filosofica di fondo, risentendone irrimediabilmente. È, in tal senso, in termini psicanalitici, un romanzo perverso.

Si può essere insofferenti dinnanzi a questa scelta totalitaria, senza rinunciare a riconoscere e rispettare l'assoluta sfacciataggine di Dostoevskij, in tal senso un vero e proprio idiota letterario, che con autistica caparbietà incede tra i capitoli con la goffaggine del suo Mishkin nel gesticolare nei salotti della buona società, intento a predicare le idee in cui crede ciecamente.

Gli stessi tre personaggi principali, aldilà della forza quasi mitica donata dagli archetipi cui corrispondono, saggiamente selezionati, sono a tutti gli effetti icone rigide, prive di plasticità. Ma ecco che la morale dell'opera d'arte, per cui la forza autentica di un vero autore emerge involontariamente sullo sfondo del suo obiettivo conscio, si impone prepotentemente su questa strana crociata filosofico-letteraria. Nastasja Filippovna non riesce a sussistere se non in contrasto con la ben più plastica Aglaja, senza dubbio il personaggio più sfaccettato, tanto che la conclusione aperta della sua vicenda, accennata all'epilogo, fa venire voglia di leggere un seguito delle sue avventure. Ancor più interessante è il caso di Ippolit: vero doppelganger di Mishkin, ben più della semplice antitesi di Rogozin, rappresenta un idiota in forma ancora più pura (al confronto Mishkin appare almeno in grado di esercitare una bizzarra forma di carisma) ma al tempo stesso più invisibile, quasi uno sfondo spettrale su cui la vicenda apparentemente centrale di Mishkin si svolge. La sua lettera, che il recensore Coda definisce giustamente la pietra miliare da antologia del romanzo, è il momento più forte del romanzo, una sorta di idiozia nell'idiozia ai margini della vicenda principale. Più in generale, la vera vita del romanzo è rappresentata dal coro dei personaggi secondari, per così dire mediocri (molti dei quali sono esplicitamente etichettati in chiusura dall'autore come immutabili e quindi di poco interesse narrativo, apparentemente) ma che costituiscono lo sfondo vivo della vicenda: il paradosso finale del romanzo è proprio il fatto che in definitiva le figure negli intenti tragicamente autentiche di Mishkin, Nastasja, Rogozin, non appaiano altro che come feticci che consentono al dramma sì borghese e mediocre, ma proprio per questo sporco e vivo di chi sta loro attorno di delinearsi.

L'Idiota è un romanzo che illustra la contraddizione fondante di un autore controverso come Dostoevskij, che spiazza per il confine labile tra intento fallito dell'autore e genio nascosto, che malvolentieri o involontariamente svela la pochezza del mito in favore di quel mondo così mediocre, là fuori, fatto di gente perbene e insulsa, ma al tempo stesso così vero che di fatto la letteratura fa fatica a catturare e deve inventare miti come Mishkin per dipingere.
Maurizio A. R.Maurizio A. R. wrote a review
211
(*)(*)(*)(*)(*)
A cospetto di un landmark della letteratura mondiale è doveroso spendere due parole preliminari su quel che si è letto (ascoltato, in questo caso, su Audible): la fruibilità non può prescindere dal medium, che è la traduzione di Gianroberto Pacini.
Viene voglia di definirla sciatta: una maggiore accuratezza avrebbe evitato di ripetere cinque volte in un paragrafo l’aggettivo “straordinario”, o di tradurre il verbo commentare con “osservare”, che non sempre rende l’idea.
Allo stesso modo, l’interpretazione di Valerio Sacco sarebbe ottima, se una regia e una preparazione più attente avessero evitato di contraddire persino il testo. Cosi`, se Dostoevskij scrive che una frase fu urlata, si dovrebbe evitare di sussurrarla, sempre col tono implorante che diventa caricaturale alla fine di oltre venti ore di lettura.
Sul libro in quanto tale, poco da dire: un capolavoro assoluto, di modernità` sconcertante.
L’analisi della società russa, le cui contraddizioni interne provocheranno la (tragica) implosione del 1917, è perfetta e quasi profetica (Dosto morirà quarant’anni prima della rivoluzione); così quella dei tic dei nobili, dell’impossibile inseguimento di una maggior equità in una struttura così sclerotizzata eppure attraversata da aliti purificatori, da una tensione morale altissima (niente a che vedere con la capricciosa e riccioluta nobiltà` francese spazzata dalla prima rivoluzione).
E l’amore? Quello assoluto, totale di Natascia Filipovna o quello fresco e viscerale di Aglaia Epancina? Il contrappasso maschile non regge il confronto. Myskin e`, appunto un idiota: cioè un uomo di assoluta bontà che Dosto paragona a Gesù Cristo, ma del tutto incapace di cogliere la complessità umana, mentre quello di Evgenij è condizionato dalle strettezze economiche e quello cupo, gotico di Rogozin è piuttosto riscatto personale .
Chi prevarrà fra le prime e i secondi? Niente spoiler: leggetelo.
Una lettura difficile – con incisi di discussione morale che risulteranno ostici al lettore distratto – in una struttura diacronica e perfetta : l’unità di luogo e d’azione, abbandonata dalla narrativa moderna in favore della destrutturazione e del flashback, si spiega con sinuosità` ed eleganza meravigliose, mentre il roccioso substrato morale e spirituale trova compimento nell’esito.
Il romanzo per eccellenza.