L'iguana
by Anna Maria Ortese
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«A tutti i lettori che desiderano qualcosa di inaudito, che li porti di colpo oltre i confini della realtà; a tutti i lettori appassionati, annoiati, sazi, entusiasti, drammatici, frivoli, passeggeri, costanti – consiglio questo bellissimo libro, uno dei pochi destinati a onorare la letteratura ital... More

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eddy64eddy64 wrote a review
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Una favola amara (e ostica)
Difficile etichettare questo romanzo: una favola romantica, una allegoria dell'avidità contemporanea? E poi la storia che passa continuamente dal reale al fantastico senza soluzione di continuità, tanto da far perdere in più di una occasione l'orientamento.
Colpisce l'estrema solitudine dei protagonisti a partire dall'iguana costretta a vivere ora in un pollaio ora in una buia cantina, figura di animale (lucertola, serpente), simbolo del male nelle credenze popolari, o figura di donna (vecchia, giovane, serva, principessa, amante) maltrattata nel peggiore dei modi o adorata e idealizzata a seconda delle circostanze. Solitario anche Aleardo, “Daddo”, il nobile lombardo che ingenuo e scaltro, arriva sull'isola per comprarla (naviga alla ricerca di investimenti immobiliari) e rimane conquistato dall'iguana, favoleggiando di portarla in Italia, se non come sposa come figlia, ma scivola lentamente nella pazzia. E infine Don Ilario, il giovane proprietario, ora poeta di liriche senza valore (che però potrebbero piacere ai Lombardi alla costante ricerca della novità), dall'aria buona ma affamata e miserevole, ora di bell'aspetto, freddo e scostante, che mira senza scrupoli a un matrimonio facoltoso per risolvere i problemi economici suoi e dei fratelli.
Anche l'ambientazione è particolare, siamo nella metà degli anni 60 ma quando Aleardo sbarca sull'isola sembra di trasferirsi nel diciassettesimo secolo. L'isola e la dimora di Don Ilario, dove soggiorna per una notte Aleardo, sono ricche di riferimenti fiabeschi: il pozzo, la scogliera, le stanze oscure, botole e scale segrete; ma i luoghi mutano, da scoglio con solo una misera abitazione, si profila un'altra rada, un'imbarcazione con nuovi visitatori che popolano l'isola e alla fine perfino un villaggio. Realtà e fantasticherie si mescolano sempre più rapidamente, forse create dalla mente ormai malata di Aleardo.
L'iguana rimane un romanzo non facile da leggere, con un linguaggio ricercato, barocco, a volte ostico e difficile , che costringe a ritornare sullo stesso passaggio per comprenderne il significato e la trama, con le sue giravolte, i cambi di scena e di prospettiva, tra sogno e realtà. Ha un suo fascino e per questo merita di essere letto, magari non come primo romanzo della Ortese (meglio “il cardillo addolorato”), ma tutto sommato merita.
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Una metafora dell'abuso animale da parte dell'uomo
“In tutto quello che la Ortese scrive, c'è un altissimo strazio lirico, un dolore portato al diapason e sempre sul punto di spezzare ogni misura, una tremenda angoscia, che nulla potrà mai placare, un amore sofferente, che non sa a chi consacrarsi. Soffre per la radicale ingiustizia. Anche se Dio apparisse benedicente dall'alto dei cieli, se il male fosse vinto, se tutte le creature vivessero giuste e felici, se Utopia fosse qui, basterebbe il dolore di una sola creatura, di quella sola lumaca che un bambino ha schiacciato camminando per il giardino, le lacrime di una sola Iguana perduta in un'isola atlantica, perchè appaia chiara la malvagità dell'universo. E, del resto, contro chi protestare? Dio è morto, e questa morte getta un inarrestabile fondo di tenebra dietro tutto quello che l'Ortese scrive.....Un tempo, Ocana era l'Eden. L'uomo non aveva ancora peccato, non era stata ancora promulgata la separazione tra uomo e animale; e lei, la piccola Iguana, la bestia nella quale si rifletteva quella scintilla celeste che forse solo gli animali, non gli uomini, conoscono, amava e veniva riamata. Poi, anche nello scenario fittizio dell'isola, si ripetè il disastro della storia umana. Come tutti gli animali, Estrellita venne cacciata dalla comunione in cui viveva con l'uomo: chiusa in un pozzo o in un pollaio, degradata a serva, trasformata in una creatura della notte o del male, offesa, maltrattata e vilipesa - e la sua felicità radiosa diventò apatia, sonnolenza, ottusità; i suoi azzurri sogni di ragazza divennero sterminate fantasticherie bestiali: una tenaglia le penetrò nel cervello staccandolo dal cranio; e il suo dolore si trasformò in un dolore immensamente più disperato e cupo di qualsiasi sofferenza umana, perchè non aveva parole né speranza di redenzione. Come non avvertire che la piccola iguana è anche la Natura, che teme di essere abbandonata da noi?”
“Disceso sull'isola, Aleardo si innamora della servetta iguana. Ama il suo attonito e spaventato dolore: ama quella scintilla divina che si nasconde nella sua notte; vuole portarla con sé a Milano; e, sposandola, redimere tutto il male del mondo, salvare tutta l'ombra, tutta la notte, tutta la tenebra, che ci avvolge da ogni parte e attira e delude la nostra ragione. In questo tentativo Aleardo muore: è un sacrificio, non una redenzione, quindi la natura non è stata salvata, il male non è stato cancellato, nessuna parola di conforto scende dai cieli. Eppure il dolcissimo sorriso che allieta il volto di Aleardo ci assicura che il Dio-farfalla non è morto, che forse può rinascere in altre farfalle bianche, e che un soffio di quiete e di mitezza può alleviare le ferite e i gridi e gli orrori. Malgrado la limpidezza del suo nichilismo, nell'Ortese non muore mai la speranza che, da qualche parte, in qualche altra isola ancora sconosciuta, il Paradiso possa esistere.”
“Esiste una stretta corrispondenza tra grandezza economica e indebolimento dei sensi, per cui, al massimo del potere di acquisto, si ha un non so che ottundimento, che generale incapacità di discernere, di gradire; e colui che, ormai, potrebbe cibarsi di tutto, non guata più che poco o niente. Allora, di certi sapori forti (che poi non sono affatto forti, anzi banalissimi), va a caccia, e darebbe la vita per quelli.”
“”Ho scelto il niente....lo stesso culto della solitudine, dove si vedono abbandonarsi a mille stravaganze quegli esseri privi di peccato, chiamati animali.”
“...pensava possibile, tra le diverse specie, un affiatamento e uno sforzo di superare insieme la terrestrità, ch'era, sicuramente, quanto dai viventi tutti si aspettava il Signore.”
“Vi è qualcosa che ignoriamo, che non vogliamo sapere, vi è qualcuno, nascosto, che ci impedisce di guardare...Vi è un inganno a danno di persone deboli...Vi è, nella nostra educazione, qualche errore di base, che costa strazio a molti, e ciò io intendo colpire.”
“Egli era mutato, in quanto sentiva che, nella vita, il lato terribile era proprio la compassione, in quanto così il male velava i suoi crimini, il bene lasciava luogo a profonda debolezza.”
“Sentì che il suo viaggiare era stato immobilità, e ora, nella immobilità, cominciava il vero viaggiare. Sentì poi che questi viaggi sono sogni, e le iguane ammonimenti. Che non ci sono iguane, ma solo travestimenti, ideati dall'uomo allo scopo di opprimere il suo simile e mantenuti da una terribile società. Questa società egli aveva espresso, ma ora ne usciva. Di ciò era contento.”
“...il chiaro sorriso che rialzava appena le sue labbra, il meraviglioso sorriso di coloro che hanno da poco superato la minore delle due prove (l'altra è la vita).....”
“Salva il toro. Proteggi la mucca e l'agnello e la stella che cade.”
“Vediamo straordinarie illuminazioni nella natura, solidarietà da creatura a creatura, e consapevolezza, in ogni creatura, appena interrogata, quasi a livello di sogno. Sì, la natura – animali, alberi – sono l'uomo senza la difesa dell'intelligenza razionale, sono l'uomo senza tempo, l'uomo che sogna. Così, chi sottomette con durezza, o mercifica, o tormenta comunque la Natura, nei suoi figli che dormono, o la guarda senza pietà o fraternità, è ancora e sempre il terribile uomo-nature, uomo-pietra, l'uomo, appunto, che dorme. La ragione non sottomette nè mercifica nulla. Ma eleva tutto alla propria comprensione, e la propria comprensione mette a disposizione di ogni vivente.”
“Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E' tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando, è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera.
“Più importante dello scrivere, della pace dello scrivere è la pace stessa. Il più piccolo atto di giustizia (non oso dire verità o compassione) vale tutto un libro. Il ritorno della legge morale poi, essendo la seconda natura stessa, vale la cultura tutta intera. Se tu ci pensi, si scrive infatti perchè si è tristi, perchè tutto questo - la seconda natura, con quanto implica di rinnovamento e di gioia - non c'è, o è tenuto distante: oppresso da un inganno, un potere strano che ne rimanda in eterno l'avvento.”
CosimoColbiCosimoColbi wrote a review
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La straziante esigenza del reale
“Una bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembiale fatto di vari colori”.

Pietro Citati nella postfazione al romanzo che si intitola La principessa dell'isola scrive che L'Iguana è un libro chiaro e scintillante, ilare e allegro, che dissolve il dolore in grazia e leggerezza. E ne rimarca la natura multiforme, un coacervo di libri, nota, sia per genere che per influenza: Manzoni e Stevenson, racconto storico e di avventura, storia marina e storia di spettri, teatro seicentesco e pseudobarocco, fiaba e fantasia, meraviglioso e simbolico, Leopardi e Gadda. Daddo è un protagonista semplice e idealista, al suo fianco Ilario, nichilista e enigmatico, al centro Lei, la bestia che parla, Estrellita, l'iguanuccia. Siamo in un'isola nominata Ocaña, remota e oceanica sorella della Tempesta shakespeariana, un Eden e insieme un luogo infernale, dove si ripete la narrazione originaria. L'essere umano e animale che la Ortese mette nel cuore della storia è la scrittrice stessa, donna solitaria, inquieta e sofferente, ed è insieme la natura gettata dall'uomo nel buio della notte, nel male della disperazione e nell'ombra della servitù che era stata in passato quiete, armonia e felicità. Ortese dichiara che nel suo pensiero il naturale non esiste, per diventare realtà, natura e società devono essere ripensate, l'uomo stesso deve essere ripensato, altrimenti si perde nella natura, ritorna a essere irreale. L'uomo non vive in un luogo suo, non è suo possesso: Ortese scrive che le visioni sono violenza, persino l'intelligenza e la ragione guardano senza pietà e fraternità, sottomettono alla catena di necessità, si dedicano alla virtù del nulla; saggiamente suggerisce la gratuità del gesto di edificare l'essere umano, non le cose. Ortese in questo testo appare travolta dall'immaginare, rivela qualcosa di inafferrabile, pone il lettore in uno stato di spaesamento irriducibile. Ciò che la Ortese rappresenta è un mondo prerazionale, dove il singolo è in un isolamento metafisico; e così si sente il lettore disorientato, al quale vengono offerte due vie d'uscita, quella allucinatoria e paradossale e quella mimetica e realista, opzioni che sono però, nel gioco di codici e rovesciamenti, entrambe impraticabili. La Ortese tiene così in prezioso equilibrio mistero e verosimiglianza. Si spengono le luci, il sacrificio angoscioso è compiuto (il pozzo di Poe), e l'ossessione continua a perseguitare il lettore. Per lasciarsi irretire dalle iridescenti e alchemiche fantasie della Ortese, bisogna cedere spazio a sé stessi, ad una presenza altra, anomala e opaca che dimora al nostro interno.

“Un brav'uomo va in un'isola - è molto ricco e può andare dovunque - e conosce un mostro. Lo prende come cosa possibile, e vorrebbe reintegrarlo - suppone ci sia stata una caduta - nella società umana, anzi borghese, che ritiene il colmo della virtù. Ma si è sbagliato: perché il mostro è un vero mostro anzi esprime l’animo puro e profondo dell’Universo di cui il signore non sa più nulla, tranne che è merce”.
ArtemisiaArtemisia wrote a review
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Ad Alta voce Radio 3 RAI
raiplayradio.it/articoli/2018/06/LIguana-3c814571-f5c0-46e2-986c-0f36e0dad062.html

Una storia singolare, un po' fantastica, un po' onirica. Interessante ma difficile da seguire soprattutto ascoltata di notte. Difficile anche pensare di innamorarsi di un'iguana vestita da servetta.