L'impostore
by Javier Cercas
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Un affascinante romanzo vero, ma allo stesso tempo una mirabile opera di finzione. La finzione, però, non è frutto della fantasia dell’autore: è il protagonista stesso, Enric Marco. Ma chi è Enric Marco? Novant’anni, barcellonese, presidente dell’associazione dei sopravvissuti ai campi di sterminio ... More

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ElisalischenElisalischen wrote a review
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AdrianaT.AdrianaT. wrote a review
112
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Anatomia di una menzogna*
Questo non è un romanzo di finzione, è un romanzo senza finzione in cui la finzione ce la mette, quasi tutta, il signor Enric Marco, il falso ex deportato spagnolo, millantatore di eroismi ed epiche imprese.
È un dossier, un'indagine, una biografia, un'analisi storica, una profonda accuratissima e acuta riflessione sulla menzogna, sulla finzione e sulla verità.
È di tutto un po', ma soprattutto è un lavoro grandissimo e (anche troppo) minuzioso, lungo, spesso ripetitivo, come se l'autore volesse sincerarsi della chiarezza assoluta dei fatti e dei concetti espressi, e molto impegnativo, sia per chi l'ha scritto sia per chi lo legge.
È il corposo prodotto di precise ricostruzioni e comparazioni fra le varie versioni miste fra realtà e invenzione, rese da un 'conman' di prim'ordine.

Tentare di capire un impostore significa quasi giustificarlo, assolverlo.
Il dilemma di Cercas, anatomista di sé stesso e della realtà che lo circonda - nomen omen - sta tutto qui, e non è poco: scrivere o non scrivere di un uomo che ha fondato la sua vita e la sua fama di eroe sulla menzogna, alimentandone così ancora di più l'ego, invece di consegnarlo al disonore, alla vergogna e ad un giusto oblio?

Perché si mente?
That is the question.
Sembra che mentire sia un'irrefrenabile esigenza umana, forse un meccanismo automatico di difesa.
Ogni impostore ha la sua risposta, la sua verità.
Ma una cosa è certa, però, ed è che ogni bugia, piccola o grande che sia, ferisce in egual misura chi scopre di essere stato ingannato, perché la menzogna è sempre uno sputo sull'anima.
Ma riesco anche a vedere un lato positivo in quest'inevitabile esperienza umana dell'ingannare e dell'essere ingannati: almeno allena al sano esercizio del dubbio.

Esistono ominicchi malati di protagonismo come Marco, ma fortunatamente, fino a prova contraria, esistono anche uomini veri come il Perlasca - tanto per dirne uno - e ci sono pure quelli che ad un certo punto della loro esistenza, per merito proprio od altrui, smettono di essere falsi ed eroici don Chisciotte e trovano il coraggio di tornare ad essere soltanto i veri Alonso Quijano.

A chi decide di affrontarlo, non posso che augurare una sana e proficua Vergangenheitsbewältigung!

*[Operazione recupero commenti anno 2016 da profilo chiuso (AcomeAndromeda)]
TeofanoTeofano wrote a review
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Questa è la storia vera e al tempo stesso fittizia di Enric Marco, fino al 2005 considerato a tutti gli effetti un "eroe civile" non solo nella natia Catalogna, ma in tutta la Spagna, per aver lottato da anarchico contro il franchismo nella guerra civile e nei bui anni della dittatura, ma soprattutto per essere stato deportato in un campo di concentramento nazista.
Marco, accresce la propia fama divenendo presidente di un'associazione di deportati a Mathausen, rilascia interviste, collabora a libri sull'olocausto, indice conferenze, riceve le massime onoreficenze, interviene in scuole e in ogni genere di occasioni per raccontare le proprie esperienze e sermoneggiare variamente e con veemente retorica sul valore della libertà e sulla necessità di lottare per essa e di creare una coraggiosa consapevolezza civica all'interno del paese.
Un brutto giorno però, uno storico "freelance", un franco tiratore, riesce a dimostrare che Enric altro non è che un impostore, un ciarlatano, un essere spregevole che ha sciacallato sulla più immane tragedia della storia solo per costruirsi un'immagine, " per comparire nella foto" come usa scrivere Cercas dissertando sulla sua "sporca figura"
Lo scandalo e il disdegno generale contro l'allora ottuagenario "padre storico" della repubblica si allargano a tutta la Spagna, ed è proprio allora che il nostro autore, incoraggiato da "prezzemolino" Vargas Llosa durante una cena fra letterati e storici, concepisce la tentazione di scrivere un libro su di lui.
CHIOSA I
Anche in "Soldati di Salamina" il nostro Cercas si avvaleva di uno scrittore di prestigio come Bolano quale mentore e "ninfa Egeria", anzi, era proprio il rimpianto scrittore cileno il "deus ex machina" che lo portava alla soluzione del caso.
Evidentemente Cercas è un tipo talmente insicuro da dover mettere davanti al lettore un "nulla osta" autorevole a certificare la qualità del suo lavoro...oppure semplicemente "vuol mettersi nella foto"
Fine chiosa.

La gestazione del libro sarà molto problematica: Cercas riprende e abbandona più volte il progetto, dapprima prova repulsione per il suo soggetto, poi viene preso da scrupoli morali e artistici:
Tutti sono responsabili del "caso Marco", nessun giornalista, nessuna autorità si è peritata di andare a fondo di questa brutta storia e di evitare l'equivoco, senza contare che l'esposizione dei fatti reali potrebbe ferire persone care all'impostore:
"Per raccontare la storia di Enric bisogna infilare il dito negli occhi di tutti, e questo non piace a nessuno. A nessuno piace fare il guastafeste, non è vero?" Si chiede Cercas, e ancora:
"Nessuno si azzarderebbe a fare la cronaca della menzogna nè a proporla come storia vera. Come raccontarla senza mentire?"
Poi però il libro si fa, Marco viene lungamente intervistato dal nostro autore, che si smazza oltretutto una immensa quantità di materiale per ricostruire la verità del suo protagonista.
I capitoli della biografia di Marco raccontata da quest'ultimo, si alternano ai capitoli in cui Cercas ricostruisce e corregge i fatti raccontati dal suo interlocutore, con una cura certosina e una documentazione genuina frutto di una capillare organizzazione di ricerca.
Scopo di questo lavoro è capire, non giustificare, e la prima cosa percepita da Javier è che una buona bugia è fatta dall'impasto di verità e menzogna, la verità infatti ancora al suolo l'elemento fantastico e lo rende credibile; la bugia pura prende il volo come un palloncino colorato che si cancella nel cielo.
Enric Marco, chiaramente è un maestro in questa tecnica di impasto e opera in un certo senso come l'autore di fiction, solo che quello che è legittimo e doveroso in campo artistico- laddove la finzione mette in luce aspetti insondati della vita e della psicologia umane- diventa un comportamento obbrobrioso nella realtà; come spesso ripete Cercas in uno dei suoi "mantra" preferiti "la realtà uccide e la finzione salva".
Quest'ultima affermazione ci porta dritti dritti al narcisismo patologico di Marco, o meglio, al mito di Narciso così come ce lo racconta Ovidio nelle "Metamorfosi"
Il bellissimo anaffettivo giovinetto mitologico si innamora della sua immagine riflessa nell'acqua, ma l'orrore di aver visto in faccia la sua realtà lo uccide trasformandolo nel fiore omonimo.
Enric Marco è un narcisista da manuale, a partire dal periodo della transizione fra dittatura e democrazia, si costruisce con cura maniacale un passato valoroso da eroe libertario, ci tiene ad essere il simbolo della nazione stessa, ma paradossalmente riesce ad esserlo più con la sua vera vita di metalmeccanico apolitico e pauroso che dice sempre si alle violenze della dittatura che come fittizio ribelle che dice sempre no, sia davanti ad un falangista che ad una SS.
Marco in realtà si è sempre schierato con il resto della nazione: atterrita, abulica se non apertamente compiacente, sotto Franco, intenta a ricostruirsi un passato dignitoso ,dopo la fine del regime.
Beh...Marco sicuramente si è lasciato prendere la mano dalla nuova situazione politica: non solo ha infarcito il suo passato di menzogne e omissioni, ma ha cominciato a crearsi una nuova identità: grazie al suo talento affabulatorio è diventato leader del sindacato anarchico prima, di un movimento di genitori di studenti poi, e infine si è addirittura laureato in storia per entrare meglio nel ruolo di vittima dell'olocausto; Cercas acutamente vede nella sua storia una replica di quella del Don Quijote.
Enric Marco, pur sapendo che - secondo il mantra più gettonato da Cercas, e che sembra filiato dalla penna di Marìas - "Il passato non passa mai, che è soltanto una parte o dimensione del presente e che - come disse Faulkner - non è nemmeno passato" non riesce a concepire tutte le possibili implicazioni e rischi di tale assunto, e nonostante lotti con le unghie e con i denti per salvaguardare la maschera che si è creato soggiace infine al suo dettato.
CHIOSA II
Il secondo misterioso personaggio di questo romanzo "non fiction" è proprio lui: Javier Cercas.
L'avevo conosciuto con "Il movente" un thriller molto metaforico di pura fiction, in cui - secondo un tema molto frequentato dal nostro - uno scrittore, per scrivere un romanzo perfetto non arretra neppure di fronte alla istigazione all'omicidio. Lo stile era classico e controllato.
L'avevo seguito poi in "Soldati di Salamina", romanzo di non fiction assimilabile allo stile di Carrère ma dalla prosa più naif.
Adesso te lo trovo con "l'Impostore" che, giudicandolo solo dallo stile, sembra uscito dalla penna di un allievo di bottega di Javier Marìas...fossero solo i già citati "mantra" o "refrain marieschi" che dir si voglia, la cosa sarebbe archiviabile come curiosità, ma qui è la struttura interna del periodo che lo urla...e non bisogna cercare molto lontano, ecco l'incipit:
"Io non volevo scrivere questo lbro. Non sapevo esattamente perché non volessi scriverlo, oppure lo sapevo ma non volevo riconoscerlo o non osavo riconoscerlo; o non del tutto."
E io non capisco; o non del tutto.
precisiamo innanzi tutto che, a quanto mi risulta, i due Javier non si avvalgono dello stesso traduttore, lasciamo cadere quindi questo fattore e buttiamoci sull'ipotesi più banale...ovvero che Cercas abbia letto qualcosa di Marìas e si sia lasciato inconsciamente "contaminare", ma è solo un'ipotesi e come tale non conta niente.
Sicuramente i temi trattati sono analoghi: Cercas ha costruito la sua brillante carriera trattando avvenimenti di politica spagnola in generale, di guerra civile in particolare, tanto che anche il suo ultimo romanzo parla di un parente falangista ucciso durante la guerra civile a 19 anni. Stessa sorte toccò ad uno zio di Marìas, compresa quella di essere ricordato dal nipote in uno dei suoi romanzi. Basta questo a giustificare un'affinità di stile? Certo che no, però potrebbe portare ad un atteggiamento di indagine, di circospezione nell'affermare certi assunti, che potrebbe esitare in una espressività analoga.
Questo romanzo in particolare si muove su quell'incerto terreno di confine fra verità e menzogna, fra detto e non detto, che Marìas ha eletto da sempre come suo luogo di residenza letteraria (...assieme al regno di Redonda).

Per finire (finalmente) credo che si sia capito che questo romanzo-saggio mi è piaciuto molto. Non solo è eccezionalmente ben documentato, ma mette in gioco una profondissima auto-introspezione da parte dell'autore.
Cercas si sente sempre responsabile di ciò che afferma e stana e mette alla luce, ma non è disposto ad ergersi giudice della vita altrui.
Per sfidare ad armi pari il suo indagato afferma che, in quanto scrittore è lui stesso un impostore e non esita a farsi flagellare verbalmente da Marco in un fittizio dialogo fra i due.
In un precedente commento avevo affermato che Cercas è un bravo scrittore ma non un grande autore, e allora mi rimane un'ultima cosa da dire: mea culpa.