L'incubo di Hill House
by Shirley Jackson
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Chiunque abbia visto qualche film del terrore con al centro una costruzione abitata da sinistre presenze si sarà trovato a chiedersi almeno una volta perché le vittime di turno non optino, prima che sia troppo tardi, per la soluzione più semplice - e cioè non escano dalla stessa porta dalla quale sono entrati, allontanandosi senza voltarsi indietro. A tale domanda, meno oziosa di quanto potrebbe parere, questo romanzo fornisce una risposta. Non è infatti la fragile e indifesa Eleanor Vance a scegliere la Casa, prolungando l'esperimento paranormale in cui l'ha coinvolta l'inquietante professor Montague. È la Casa - con le sue torrette buie, le sue porte che sembrano aprirsi da sole - a scegliere, per sempre, Eleanor Vance.

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Samuele AltomareSamuele Altomare wrote a review
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La Casa degli Orrori Silenziosi
Se dovessi consigliare un libro horror a qualcuno che non apprezza il filone ma che ha dimestichezza con i classici “non di genere”, l’Incubo di Hill House, pubblicato nel 1959, è sicuramente uno dei più papabili. Uno dei motivi è esemplificabile in maniera sintetica da un’epigrafe che Stephen King dedicò alla scrittrice, che considerava un modello: «in ricordo di Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce».
Ci sono tanti tipi di idiosincrasie verso l’horror: c’è chi si spaventa e odia la stessa sensazione di spaventarsi, chi invece lo considera frivolo e poco utile all’arricchimento personale o chi lo considera troppo pieno di stereotipi per cui l’incubo di Hill House è, a parer mio, un libro adatto a compensare molte di queste idiosincrasie proprio perché non sono le urla, gli omicidi e i mostri i suoi punti di forza.

Non è un horror adrenalinico, basato sull’azione e sulla trama, ma è un libro lento, perlomeno in relazione al suo moderato numero di pagine, dove a contare sono le sensazioni dei protagonisti e la loro psicologia. Se presa da sola, la seguente trama può addirittura dare l’impressione che il libro sia già visto e prevedibile: la protagonista, che si chiama Eleanor Vance, viene invitata a vivere per qualche settimana in una casa semi-abbandonata insieme ad altri tre ragazzi da un antropologo che vuole studiare i fenomeni paranormali (o perlomeno la percezione che si ha di essi).

Leggendolo si vedrà presto che è attraverso l’originale sfruttamento dell’idea preliminare che la scrittrice statunitense dimostra grande maestria, per tanti motivi: come la dimensione che è stata data all’abitazione, denominata Hill House che non è un semplice ponte tra il mondo della veglia e l’aldilà ma è, sostanzialmente, la protagonista assoluta, che in quanto tale viene analizzata su più piani: 1) quello puramente fisico, visto che è stata progettata per avere angoli irregolari ma difficilmente percepibili come tali senza attenzione, in questo modo la pianta dà un’illusione di ordine che riesce comunque a creare confusione e quindi a suggestionare i residenti, 2) quello “antropomorfizzante”: lo stesso fatto che la casa sia considerata intrinsecamente malvagia e che sia un presunto ricettacolo di fantasmi si deve alla risonanza degli animi di coloro che l’hanno abitata.

E’ principalmente Eleanor Vance ad interpretare la casa perché, malgrado consideri Hill House una pessima abitazione, ha comunque uno strano legame con essa, con opinioni contrastanti. Il protagonismo dell’edificio e il suo legame profondo con i personaggi sono temi che si possono vedere anche in un altro dei libri più celebrati della Jackson: Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello, una peculiarità narrativa che potremmo attribuire anche alla biografia di Shirley Jackson, discendente di una famiglia che da più generazioni era composta da architetti.

Tornando al discorso iniziale sul genere, il romanzo si basa sulla creazione di un continuo senso di attesa che si dipana con irregolari zig zag tra quiete e tensione, evitando schemi troppo ripetuti per fare in modo che colpisca quando deve colpire, senza che il trucco si possa evincere facilmente dalla struttura. Malgrado io abbia detto che consiglierei l'incubo di Hill House a chi non ama il genere, il romanzo non è un horror “diluito” per adattarsi coscientemente a più fasce di pubblico, ma resta un romanzo non facile se letto con l’atteggiamento di chi vuole intrattenimento puro, di chi vuole avere risposte certe alle svariate domande che vengono poste nel libro. L'incubo di Hill House sfrutta le tematiche del genere in maniera più raffinata del solito e capace di raggiungere risultati simili attraverso la mancanza del macabro e della violenza che vengono compensate con la rappresentazione di stati d’animo, ossessioni e presunte apparizioni.

Per questi motivi, il mood dell’incubo di Hill House non si può percepire nella stessa maniera quando si decide di focalizzarsi su alcuni passaggi decontestualizzati senza collocarli nella sequenzialità di una lettura estensiva e questo lo differenzia ulteriormente da altri horror dove basta inquadrare le scene di omicidio o di terrore per riprovare quelle sensazioni, anche se la lettura estensiva fornisce sempre un quadro più completo. Il romanzo di Shirley Jackson gode certamente di frasi ad effetto, di brani dove la Jackson sfodera la sua squisita ironia e dissertazioni interessanti di per sé che sono anche tante, ma l’atmosfera si coglie e apprezza attraverso il flusso tra le scene umoristiche o tenere con le scene più inquietanti, tra i momenti di solitudine e i momenti corali, tra i passaggi descrittivi e i dialoghi. In altre parole, non è la somma delle parti che compongono il testo a creare quel senso di incertezza, di attesa, di inquietudine e di disagio, ma è prima di tutto il rapporto dinamico tra i vari frangenti del libro a plasmare la splendida atmosfera gotica che riesce ad essere penetrante nonostante non sia immediatamente percepibile.
Nicola BianchiniNicola Bianchini wrote a review
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zombie49zombie49 wrote a review
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Una noia da incubo
Il dottor Montague vuole condurre un esperimento in una casa infestata e assume tre assistenti, che hanno avuto esperienze paranormali: la timida Eleanor Vance, desiderosa di portare qualche novità nella sua vita monotona, la vivace Theodora, reduce da un tempestoso rapporto sentimentale, e Luke Sanderson, nipote della proprietaria di Hill House. Nella casa ci sono anche due scorbutici domestici, il custode Dudley e la moglie, governante. Entrambi, però, lasciano la casa al calar della sera per tornare solo il mattino successivo. Hill House ha una fama sinistra in paese: nessuno ne vuole parlare. Ha, infatti, un aspetto inquietante, con un’architettura disordinata, torrette sbilenche, una moltitudine di stanze, lunghi corridoi scuri, pavimenti scricchiolanti e pareti di legno intagliato. Eleanor e Theodora, cui sono assegnate due camere gemelle comunicanti, azzurra per Eleanor e verde per Theodora, fanno subito amicizia. Montague e Luke occupano le stanze di fronte. La presentazione è piuttosto scontata: ci sono persone di carattere opposto e stereotipato, per nulla accattivanti. Anche la casa è la classica magione infestata con tutti i luoghi comuni del caso: porte che si chiudono da sole, spifferi gelidi, voci e pianti lontani. Sembra più un tunnel degli orrori da luna park che una casa di fantasmi. Lo stile è leggero e la storia non ha nulla di emozionante o pauroso: Eleanor e Theodora si comportano come due studentesse appena arrivate al college e tutta la compagnia non sembra spaventata o preoccupata. Tutti sembrano ospiti di una pensione anziché di una casa infestata. Shirley Jackson dedica più pagine alle sciocche riflessioni e ai puerili battibecchi di Eleanor e Theodora che ai fenomeni paranormali. Ci si chiede perché i protagonisti decidano di restare nella casa anziché andarsene. Come in altri racconti della Jackson, la conclusione è incomprensibile. Da paura, in questo libro, c’è solo la noia. Non leggerò altri libri di questa scrittrice.