L'O di Roma
by Tommaso Giartosio
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Seguire una forma, "come un poeta cerca una rima". Così nasce una strana scommessa: viaggiare a piedi attorno alla propria città lungo una circonferenza perfetta, attraversando palazzi, caserme, musei, discariche, campi da calcio, cimiteri, binari, fiumi, e bussando a tutte le porte pur di non scost... More

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danieledaniele wrote a review
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Giogio53Giogio53 wrote a review
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Viaggi italiani - 20 gen 13
Un’idea luminosa alla base di questa ennesima ottima prova della collana Contromano. Per narrare di Roma (ma anche di altro) il nostro Tommaso (nome omen) si pone un compito “alla Queneau”. Prende una mappa di Roma (qualche google di questi), prende un compasso, fa centro sul centro di Roma (Piazza Venezia), apre il compasso fino a casa sua (nei dintorni della Piramide) e traccia un bel cerchio. Anzi, come la definisce lui, una “O”. E decide di fare il giro di Roma seguendo il tracciato della suddetta. E noi lo seguiamo. Nella preparazione (cartine, suggerimenti, consigli di amici), nei vincoli (dove non si passa, si porta una palletta da gettare oltre l’ostacolo, che so, un muro, il fiume, i binari dei treni), nelle decisioni (quando si incontra un palazzo, cercare di convincere uno degli inquilini a farlo transitare). Così Tommaso parte. E ci narra di questa città, dei suoi luoghi, ma anche della gente. Chi lo fa passare, chi lo blocca. Delle istituzioni (vuoi Ministeri, vuoi Aziende private, vuoi spazi “osticamente chiusi”). Ce ne parla a lungo, che il periplo occuperà circa due anni di camminate (ne fa un tratto, poi torna, poi prosegue). Ma portandolo poi sulla carta, riesce a farne una narrazione continua e non noiosa. Parte quindi dalla Piramide, attraversa Testaccio, va di là dal Tevere verso Trastevere, il Gianicolo, villa Pamphilj. Poi scende verso il Vaticano, attraversa Prati, curvando di nuovo verso il Tevere, risalendo le Belle Arti, tagliando Villa Borghese, gironzolando tra Nomentana ed il Policlinico, passando oltre Porta Pia, per tagliare verso la Biblioteca Nazionale. Si scende a San Lorenzo e si attraversa l’impervia Termini, i quartieri ormai cinesi, Porta San Giovanni, verso il Celio e, traguardando Caracalla, scendere di nuovo verso la Piramide usando la grande arteria di Viale Aventino. E lo straniante ritorno a casa dove si accorge che il primo palazzo che aveva incontrato, un tempo occupato dalle Ferrovie, ora è la sede di … Lottomatica (un saluto a fratello). Pur non essendo un grande affabulatore (si sente un po’ di solitarismo nel suo andare) la narrazione prende. Si divaga sui nomi delle vie. Si divaga sui Palazzi e sulle loro storie. Si divaga sugli architetti dell’urbanismo romano, dal generone alla Federici a tutti i palazzi dei Busiri Vici. Diventando quasi una piccola guida ad alcuni luoghi di Roma. Ma poi ci prende anche con le piccole storie. Con i barboni incontrati sul greto del Tevere vicino all’ex-Mattatoio (ed un saluto anche al Macro, via). Con le persone che gli aprono casa per fargli seguire la sua “O”. Con gli scontri (come detto) con le istituzioni, o con le ambasciate, come Villa Abamelek impenetrabile ma dotata dell’imprevedibile cupola ortodossa di Santa Caterina. E le caserme nella zona Prati. Le storie della Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio e della caserma Macao. L’incontro fortuito, che da lì passava la “O” con un suo sodale di gioventù. Sempre in bilico tra presente, momenti storici e l’idea del grande cerchio, di girare sempre in tondo senza fermarsi. Come un sogno infantile che finalmente si realizza. Qui ogni tanto Tommaso si incarta un po’ su questa forza che lo spinge a girare e sul sé bambino che ritrova ad ogni passo (e non a caso si porta la palletta). Ma alla fine rimane una bella camminata, quasi una guida alternativa a Roma ed alle sue contraddizioni: tra accoglienza e rifiuto, tra stranieri integrati ed ai margini, tra romani chiusi ed aperti. Io, che come si sa voglio un gran bene a questa città, l’ho seguito passo dopo passo. Che riconosco le strade ed i palazzi, magari i bar ed altri punti fermi della mia (e non di Tommaso) Roma. Venendo quasi la voglia di completarne a margine dei punti (soprattutto in questo mio quartiere di confine tra borghi e rioni, e nella mia via, questa Santamaura che non è dedicata alla martire cristiana, ma all’isola forse tomba di Saffo dove nel 1684 il veneto ammiraglio Morosini sconfisse i turchi). Ma tant’è, per ora si continui a girare in tondo con Giartosio.
“Identificandoci con le nostre difficoltà potevamo renderle nostre alleate. Non bisogna opporre resistenza né fuggire dal problema, ma entrare in esso, far parte di esso, usarlo come elemento di liberazione.” (90)
“Mi viene da pensare, come Pinocchio: questo paese non è fatto per me! Io non sono nato per lavorare!” (172)
“Mi fa pensare a qualcosa di Wenders … ‘Nel corso del tempo’, storia di un viaggio e basta:” (197)
“Il desiderio di scrivere, penso, nasce dal gusto infantile di contare fino a mille, trattenere il respiro, bilanciarsi sulla ringhiera, scendere in cantina al buio, e fare altre cose difficoltose o faticose o pericolose o paurose ma soprattutto inutili.” (222)
“È vivo [solo] ciò che lentamente muore.” (240)
“Sono sconvolto. Come quando vedi di essere invecchiato. Lo sapevi, no? Come il nonno di Paul Auster che in ospedale si guarda le mani rugose: - Che strano che questo sia capitato a un bambino.” (266)
MonicaMonica wrote a review
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“Solo ciò che è umano può essere davvero straniero./Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento.”
“Non ho capito nulla, ma passi pure” dice un “omino” a Tommaso Giartosio, facendolo passare per la sua casa. L’omino è uno dei personaggi che popolano fitti e rapidi il libro, proprietario di una casa con magnifico balcone a Monteverde, uno dei quartieri dove passa la O.

La O è tela di ragno, succedersi di luoghi fisici (che più fisici non si può, come le Mura Aureliane, il Tevere, le mura di caserme impenetrabili, o l’efficiente impenetrabilità di usceri burocrati e receptionist varie di vari uffici) e metafisici che l’autore, il performer, come viene meglio definito, armato di cartina planimetrica satellitare, una pallina, un filo (di cui non anticipo uso e significato) e una lettera dell’editore Laterza, un lasciapassare che spieghi il suo progetto ed eviti che venga preso per matto (anche se…), percorre a piedi lungo una linea tracciata su una piantina di Roma, puntando il perno di compasso nel centro di piazza Venezia, e iniziando la corsa dalla spalliera del suo letto, per ritornarvi.

E’ un libro incantevole e profondo, come può esserlo un’avventura giocosa. Mi ha fatto immaginare, vedere, conoscere e ridere, ma tanto qua e là. L’ho bevuto come un romanzo, sorgente di una moltitudine di storie potenziali. Mi sono immersa nelle riflessioni sullo scrivere e sul senso del viaggio, e sullo scrivere del viaggio, atto che trasforma ciò che è stato fatto nella “cosa più lontana dalla realtà che si possa immaginare: scrittura”. Il tutto servito con (auto) ironia sapiente e freschissima, come un letto di rucola. Mai mai stanca. Si vola da una pagina all’altra seguendo i suoi passi e la linea della O che danza davanti ai suoi occhi, a tutti invisibile, tranne che a lui e al lettore.

E a proposito di lettori, segue qualche consiglio per gli acquisti.

Un libro fortemente consigliato a:
- Chi pensa di conoscere Roma. O meglio chi pensa di conoscere una città qualsiasi sapendo andare da A a B a C concentrandosi, come di norma si fa, su un itinerario funzionale, e ignorando ciò che i percorsi potrebbero far vedere, se si avesse tempo, attenzione e cognizione. La Roma toccata dalla O di Giartosio rivela insospettati luoghi, persino la campagna nel centro della città. Perché “Roma è una città a macchia di leopardo. Le aree non funzionali stanno un po’ dappertutto, perfino in centro. Zone franche, spazi inattesi”.
- Chi abita: Piramide, Testaccio, Monteverde, Vaticano (!), Prati (genialmente ribattezzata Flatlandia…e quante volte mi sono persa nelle sue geometrie), Parioli (i “Campi Elisi”…), San Lorenzo, Appio Latino…
- Chi ama il gioco, quei giochi come caccia al tesoro, in cui si costruiscono percorsi segreti e invisibili in luoghi consueti e pubblici.
- Chi detesta le guide turistiche e ama vedere, oltre.
- Chi ha avuto la fortuna di condividere quell’avventura che si chiama Primavera Romana Camminante (
primaveraromana.wordpress.com/primavera-romana-2010) che tantissimo ha in comune con l’esperienza di questo libro. E anche a chi non l’ha fatto, così magari in un futuro…
- Chi ama l’Aleph di Borges, dato che il libro ospita le più belle pagine che io abbia letto su quest’opera, e in cui si annida la chiave (una delle chiavi) di lettura della O.

Insomma, ho un solo rammarico..che questa O non sia passata anche da casa mia.

grammancinogrammancino wrote a review
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Analità e scrittura
"Displacement is endemic to sexuality", Leo Bersani

Secondo il mito della fondazione di Roma, Remo fu ucciso da Romolo perché aveva oltrepassato il solco (urvus) che il fratello stava tracciando e con il quale stava delimitando i confini della nascente città. Nell’antichità, infatti, il pomerium era il confine sacro delle città latine, etrusche, e romane poi, su cui non si poteva né si doveva costruire né coltivare, né tantomeno camminare. Roma nacque dunque dal sangue versato a protezione di un perimetro chiuso, uno orifizio da non penetrare.

Anche Tommaso Giartosio, in L'O di Roma (Editori Laterza, 2012), sceglie di tracciare un solco nella (o sulla) città e di farlo partendo dal suo centro nevralgico e moderno, che egli indica nella pedana circolare a scomparsa dei vigili urbani di Piazza Venezia. Qui lo scrittore punta l'ago del compasso, posiziona l'estremità dell'asta scrivente sulla sua casa, e traccia un cerchio che dal quartiere Ostiense risale verso Testaccio, Trastevere, il Vaticano, Villa Borghese, Castro Pretorio, San Giovanni, le Terme di Caracalla, e di nuovo a Ostiense. Una O da percorrere a piedi da sud verso ovest, poi verso nord, est e approdare a sud, camminando lungo una circonferenza immaginata, e realisticamente tracciata su una mappa, che passi attraverso palazzi, cimiteri, caserme, musei, parchi pubblici, appartamenti privati, ambasciate, per poi tornare nella camera da letto da dove tutto ha inizio, come nel sogno del bambino che funge da pretesto alla narrazione.

«Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure», Marco Polo mette in guardia Kublai Kan in Le città invisibili di Italo Calvino. Finiscono tutte per assomigliarsi e infatti «d'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda». Roma diventa perciò un altro pretesto per rispondere ai quesiti che l'autore si pone e pone alla sua scrittura. Non già sulla città e sulla sua stratificazione temporale e architettonica, onniscientemente egli conosce già tutte le persone e le storie che la abitano, né sul camminare, affidando i propri dubbi a riguardo alla guida sapiente dell'amico Piccio, membro del Laboratorio di arte urbana Stalker. L'O di Roma apre una voragine nella quale precipita l'io che scrive e descrive, e ciò che vi si narra è il suo tentativo di risalirla come in una spirale («ho chiuso un ciclo, ma l'O continua»), senza essere espulsi o evacuati come rifiuti.

La Roma che viene descritta nel libro, che proporzionalmente può essere paragonata al nocciolo della città, diventa un palcoscenico (la O di legno di shakespeariana memoria) sul cui ristretto spazio “Tommaso Giartosio” costipa la propria esperienza di scrittore e di uomo. Il suo corpo diventa la mappa del racconto. «E poi l'O è una lettera speciale: è una bocca, è l'oralità, l'O dell'invocazione alla Musa e del nome di Orfeo, di Omero, dell'Odissea; è foro, conno, ano, occhio, mondo… Insomma l'apertura, il contatto». Ma anche chiusura, separazione, ritenzione.

L'O è dunque un occhio attraverso il quale guardare la città mondo, ma anche la bocca attraverso la quale raccontarla, e soprattutto l'ano attraverso il quale cercare di contenerla, costringerla sulla pagina. Il carattere anale ritentivo dello scrittore, il suo spasmodico desiderio di (auto)controllo, e la pignoleria nel seguire le regole che si è prefisso all'inizio della sua avventura nella città, lo portano continuamente a interrogarsi su se stesso e sulla precarietà dei suoi ruoli (di scrittore, uomo, padre, omosessuale, etc.). La domanda che in definitiva la Roma contemporanea pone allo scrittore (e al lettore, di conseguenza) è chi è l'IO che vive – e scrive – in essa, e che pur di garantirsi un'esperienza autentica si affida a un gioco combinatorio e di finzione?

Recensione apparsa su Finzioni Magazine il 22 marzo 2012:
finzionimagazine.it/extra/cunnilibrus/analita-e-scrittura