L'Odissea di Omero
by Manfredo Vanni
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Quando si scrivono in un social network due parole di commento su uno dei pilastri assoluti della letteratura occidentale, ci vuole sempre grande umiltà. Sembra inutile descrivere di cosa parla questo libro (lo sanno tutti, da sempre) né tesserne le (scontate) lodi sull'importanza mostruosa che hanno avuto quest'opera ed il suo mondo per la nostra civiltà.
Quello che resta dopo aver girato l'ultima pagina del lungo ritorno sono una certa perplessità su quanto duemila e settecento anni di rielaborazioni artistiche abbiano cambiato il senso e l'impressione della storia (l'originale ha assai poco a che vedere con i film peplum anni sessanta, per dire); oltre che una fotografia importante e viva su quanto alieno, arcaico, agreste e direi quasi animalesco fosse il mondo della civiltà Cretese-Micenea, come assolutamente non appare dalle lezioni di storia e di storia dell'arte delle nostre scuole superiori.

La narrazione del viaggio di ritorno dalle mura di Troia fino all'isola dei Feaci occupa nell'immaginario collettivo la stragrande maggioranza dell'epopea di Odisseo, laddove nell'opera omerica si riduce a pochi canti, una rappresentazione scarna e tutta cose, molto adatta alla narrazione orale (il poema epico era in quei tempi antichissimi qualcosa da cantare, non da leggere) lasciando ben presto ampio spazio alla storia del ritorno e della vendetta. La cosa non stupisce, essendo l'Odissea il compendio scritto di tutta una lunghissima serie di narrazioni e di epos e di tematiche ripetitive che venivano tramandati oralmente e dei quali non ci è rimasto nulla: in una civiltà tanto arcaica e guerresca è comprensibile che il tema della vendetta fosse almeno altrettanto importante se non superiore a quello del ritorno. Altrettanto è comprensibile che epiteti, frasi e versi si ripetano continuamente libro dopo libro, e la ragione è la stessa. E' la raccolta di eponimi proposti e riproposti, cantati e ricantati: la ripetitività non dava fastidio, soprattutto in un'opera pensata per essere declamata e non scritta. Ai nostri giorni, in una civiltà strutturata e pacificata, nella quale gli istinti violenti sono canalizzati e regolamentati da istituzioni pubbliche, prevale il gusto dell'esotico e dell'avventura. Ecco quindi che nella mente di tutti quando si parla di Odisseo su parla del suo errare per i mari.

Per tutti i duemila e cinquecento anni che ci separano dalla nascita della filosofia in Grecia, la figura di Ulisse ci ha accompagnato. Ed è una figura così possente che tanti anni non sono riusciti a snaturarla del tutto: è l'eroe dal multiforme ingegno, il sublime ingannatore amante della frode e della menzogna che brucia in eterno nella ottava bolgia del cerchio ottavo, ma anche il simbolo dell'ansia di conoscere che supera ogni forma di sentimento umano e di ragionevolezza. Come detto sopra, manca nell'idea che noi contemporanei abbiamo del re di Itaca, la parte brutale, violenta, primitiva che nell'originale è presente con forza, al punto da demandare ad un intervento divino la pacificazione dei popoli. Forse proprio nell'opera omerica è la prima volta in assoluto che appare una confusa consapevolezza di giustizia divina alla quale rendere conto delle proprie azioni e di cui si invoca un intervento del mondo. Molta strada farà in quella direzione il pio Enea di Virgilio, ad esempio. E' per me una scoperta che quella del freno morale non sia stata un'idea ebraico-cristiana.

La lettura dell' Odissea smentisce clamorosamente tanto aulico e smielato neoclassicismo ottocentesco. Quella della Grecia minoica era un'epoca feroce e barbara, fatta di gente che dormiva su pelli di animali, che mangiava con le mani, che spargeva sangue alla prima occasione ma che sarà capace di alzare la testa forse per la prima volta nella lotta per la sopravvivenza, dando così una possibilità alla nascita della filosofia. L'uomo ha trovato il tempo di interrogarsi sul perchè delle cose. Bene ha fatto la (stupenda) edizione Nuova Universale Einaudi a scegliere la sobria versione di Rosa Calzecchi Onesti (ai tempi nostri si tende a privilegiare quella di Aurelio Privitera, che segue lo stesso solco) lasciando da parte la diabetofora opera di Ippolito Pindemonte, per dire.

Non sono neppure lontano dall'avere l'autorevolezza necessaria per dire di più su un libro tanto importante. Ovviamente per poter fare un tuffo nel nostro passato più profondo, questo è un libro da non perdere, magari senza dilungarsi in approfondimenti comunque importanti ma che spettano a persone più qualificate che un comune lettore.

Come? Quante stelle mettere? Ma stiamo scherzando?
carlo albertocarlo alberto wrote a review
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Come fu che Odisseo distruttore di rocche,
Dopo avere atterrato l'alta città di Priamo
dopo che gli Achei un Dio disperse
Per dieci anni lontano dalla casa paterna,
svegliato ogni nuovo giorno da Aurora dalle dita rosate
veleggiando sul dorso ampio del mare anche molte pene sofffrendo
ma sempre costante con al suo fianco Atena occhio azzurro,
finalmente tornò a Itaca, cinta dal mare
Come fu che Odisseo, multiforme ingegno,
meditando atroce vendetta
con il bronzo affilato compiva strage di Proci,
riconquistava luminoso la savia Penelope, il figlio lasciato bambino e ritrovato uomo, il palazzo, gli armenti, il di lui amato padre.

La storia di Ulisse, inutile rammentarla.
Quello che più mi ha colpito leggendo il poema nella sua splendida interezza è come in realtà gli episodi più noti Circe, la dea Calipso, Polifemo e il suo antro, Scilla e Cariddi, il canto sinuoso delle Sirene siano come dire… liquidate da Omero in pochi versi ma per il loro cospicuo contenuto magico e avventuroso sono invece gli episodi rimasti più vivi nell'immaginario collettivo.
In verità gran parte dell'Odissea è stanziale e si svolge a Itaca: i primi 4 libri la cosiddetta Telemachia, che pare fosse un'opera a sé, in cui Omero narra del tentativo di Telemaco di andare in cerca di notizie sulla sorte del padre, così come anche gli ultimi 13 libri (su 24 totali!!) che descrivono il ritorno di Ulisse a Itaca sotto false sembianze, la sua strategia di vendetta contro i Proci attuata con sangue freddo e una ferocia che mi ha veramente sorpreso, in un lento appassionante svelamento della vera identità di Odisseo.

L'Odissea non è un'opera rasserenante (intendo soprattutto confrontandola con Iliade laddove sappiamo da principio di partire per una guerra dove non ci saranno concessioni alle dimostrazioni di forza, al sangue che scorre, alla "bellezza" della violenza), ma è irta di avversità, di ostacoli, di strategie e la figura di Ulisse che Omero restituisce non è quella di un dongiovanni muscoloso che naviga di isola in isola tra le braccia di ninfee bellissime, nemmeno quella di un uomo che sacrifica a suo capriccio e in modo egoistico i propri compagni di viaggio per saziare sete di conoscenza (questa è la versione di Dante) ma quella di un eroe se vogliamo anche tragico, profondamente solo, un uomo che respinge l'offerta di Calipso che in cambio del suo amore gli offre la vita eterna, avversato dagli dei (soprattutto da un Dio, Poseidone) che gli procrastinano faticosamente e per dieci lunghi anni il ritorno a casa.
Un uomo che vediamo piangere in tanti momenti nel poema e che descrive sempre se stesso come colui che molto ha sofferto, con il cuore avvezzo alle pene che ha corso millanta pericoli fra l'onde e in guerra.