L'origine della distanza
by Francesca Scotti
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AntoturiAntoturi wrote a review
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Edward S. PortmanEdward S. Portman wrote a review
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Leggere L’origine della distanza durante un viaggio mi è sembrata una buona idea: metà durante il volo di andata, e l’altra metà durante il volo di ritorno. Il rischio poteva essere quello di perdere un po’ il filo del racconto, ma la lunghezza non eccessiva e la linearità del libro facevano sì che un rischio del genere poteva essere corso senza eccessive preoccupazioni. Anche se la mia destinazione non era il Giappone Francesca Scotti è riuscita a evocarlo in modo abbastanza fedele. Essendoci stato (a Tokyo, non a Kyoto dove è ambientato il romanzo tranne una breve e fugace puntata nel quartiere di Shibuia della capitale) le parole e le descrizioni sono state forse aiutate dai miei ricordi. Alcuni aspetti che agli occhi degli occidentali possono apparire come eccessivi nella narrazione, come per esempio l’estrema cortesia dei giapponesi, sono stati accolti dal sottoscritto con un leggero sorriso di comprensione. È vero, sono proprio così: gentili fino all’estremo. Anche alcuni nomi tipici, quale per esempio ryokan, mi ha fatto sorgere un piccolo moto di soddisfazione sapendo di poter associare delle immagini in presa diretta alle descrizioni (scarne come il resto della prosa) dell’autrice. Quello che da una parte mi ha permesso di godere appieno del racconto, da una parte mi ha fatto sorgere qualche dubbio vista la mia esperienza personale. Mi è parso assai strano che molte delle persone incontrate dalla protagonista avessero anche solo un minimo di conoscenza della lingua inglese. Durante il mio viaggio, durato una decina di giorni, ho incontrato solo due persone che sapessero l’inglese, e solo una di queste in modo davvero buono. Il resto (studenti a parte, che al tempio fermavano qualsiasi occidentale per potersi esercitare nella lingua straniera) appena provavi a usare l’inglese, o qualsiasi altra lingua diversa dal giapponese, ti guardavano con sguardo vuoto e tentavano di comunicare a gesti (oppure, come è successo in uno degli ultimi giorni, grazie al traduttore automatico di google installato nel cellulare). A parte questo , la storia è strutturata in modo tale da lasciare la protagonista voce narrante da sola al cospetto di una società diversa, alle prese con l’adeguarsi al cambio di abitudini e con il digerire un scossone sentimentale. Il motivo del viaggio può apparire come un semplice pretesto, anche perché appare un po’ troppo frettoloso e il suo prolungamento preso eccessivamente a cuor leggero, sia a livello di reazione allo scossone di cui sopra, sia a livello economico. L’impressione è che Francesca Scotti abbia piegato la sua esperienza a fini narrativi, ovvero abbia inventato una storia per poter raccontare la sua esperienza in terra giapponese. Infatti è proprio questo il punto debole del libro, e se proprio devo andare nello specifico sottolineerei il personaggio maschile che invita la protagonista in Giappone. I motivi del suo “abbandono” sono troppo esili, per non dire deboli o irreali, per risultare veri e credibili. È un peccato, perché altrimenti L’origine della distanza poteva essere definito un vero gioiellino, invece così, anche se si riesce ugualmente ad apprezzarlo in modo piuttosto netto, risulta essere un po’ vacuo visto che il patatrac avviene in chiusura e tale ricordo ti rimane vivo in mente.
Claudio MorandiniClaudio Morandini wrote a review
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“L’origine della distanza” (Terre di Mezzo, 2013) è il titolo, particolarmente felice, del primo romanzo di Francesca Scotti – romanzo a modo suo, e vedremo come, ma certo non nel modo in cui si può intendere un romanzo oggi, cioè forte di un plot avvincente e di uno studiato dosaggio di colpi di scena e scene d’azione. Francesca, che aveva già mostrato di saper lavorare con originale levità e in profondità la materia narrativa nella raccolta “Qualcosa di simile” (Italic Pequod, 2011), qui si dedica a vicende e a ritmi ancora più distesi. E qui, nelle cadenze del romanzo, vedo una prima “distanza”, gentilmente provocatoria, rispetto all’andazzo corrente, ai meccanismi narrativi tutti fatti e azioni.
Vittoria, giunta in Giappone quasi per caso, dietro a un amore che in realtà la sfugge lasciandola sola, vi resta, sempre più affascinata dalla mentalità, dagli usi, dalla diversità culturale di quel Paese, da cui evidentemente non è così lontana, per temperamento e disposizione d’animo. Il suo sguardo, il suo udito si esercitano da subito su un mondo che dovrebbe esserle estraneo, con una sintonia che la tiene al riparo dagli scivoloni verso il pittoresco e l’esotico o il buffo (nemmeno un film per altri versi sottile come “Lost in Translation” di Sofia Coppola ne era immune, ricordate?). Coglie il distac- co, avverte il mistero, ma lo rispetta, e così facendo se ne appropria. Tra lo sguardo “a occhi bassi” dei giapponesi e il suo, calibratissimo, intimidito dalla condizione di sradicamento da troppe comuni certezze, vi è già un legame, che i mesi di permanenza (nella quieta Kyoto, una città “senza la frenesia e le stranezze” che ci si potrebbe aspettare) rafforzano. Sentiamo che l’esperienza personale ha consentito a Francesca Scotti, che da anni vive tra l’Italia e il Giappone, un approccio graduale al mondo cortese ma pudico della società nipponica, soprattutto le ha permesso di guardare oltre le eccentricità e gli eccessi (le ragazze che ostinatamente ogni mattina si truccano per sembra- re più occidentali, l’estraneità dei gusti gastronomici, l’ipermodernità contaminata con riti ancestrali, persone che “evaporano” nel nulla in una notte...) e di cogliervi un senso, o più sensi, insomma un’affinità, per quanto misteriosa.
La linearità dello stile di Francesca Scotti è frutto di un gran lavoro di pulizia, di sottrazione del superfluo – ed è una qualità che abbiamo già riconosciuto nei suoi racconti, e che qui, per analogia con l’amore per l’equilibrio essenziale dei giapponesi, si affina ulteriormente. Si percepisce una fine sensibilità per gli spazi, i vuoti, i silenzi che consentono di ascoltare piccoli rumori di fondo, che a poco a poco compongono una complessa partitura di pigolii, sgocciolii, passi, lontani rumori di traffico, rumori di cucina, foglie smosse dal vento, carte, ghiaia, bisbigli, sospiri. Francesca Scotti, che è musicista, già in alcune pagine di “Qualcosa di simile” aveva giocato con l’effetto straniante che fa uno strumento musicale che nessuno suona – qui, nel romanzo, il gioco è costante, ed è serio come la vita.
La seconda coniugazione della “distanza”, quella tra due culture, due stili di vita, è insomma la più labile, la più superabile, almeno per Vittoria. Più forte, e in crescendo, sembra invece essere quella che la oppone al mondo da cui proviene, l’Italia rassicurante e routinière, anche quando indulge a inseguire inquietudini e spleen alla moda: è l’Italia che qui mi pare ben rappresentata da Lorenzo, il giovane di cui Vittoria si è innamorata al punto da seguirlo – per scoprire che lui non è più lì, e che è fuggito da una liaison voyeuristica come si può fuggire da un tentativo mal riuscito di farsi giapponese secondo un’idea molto europea. L’Europa, l’Italia scivolano via, in un tempo solo apparentemente immobile, in realtà scandito da gesti, sguardi, sussurri, sorrisi, cerimoniali, abitudini nuove che hanno il sapore di scoperte, e scoperte di cose antiche.
La “distanza” del titolo sembra una volta di più smentita dall’avvicinarsi, sempre pudico, reticente, ma non per questo meno intenso, tra persone: Vittoria si trova al centro dell’attenzione, in quanto straniera, attira gli sguardi, forse anche i commenti – ma non è questo interesse superficiale a diventare oggetto di narrazione. Piuttosto, certi personaggi del romanzo, in particolare femminili, sembrano trovare in lei una confidente attenta e non ritrosa, e finiscono per aprirsi ai ricordi e alle confessioni, per esprimere, con la proverbiale cortesia nipponica ma anche con una sincerità di cui essi stessi sembrano stupirsi, timori e speranze (tra i primi, tragicamente fresco e tutt’altro che accademico, l’assillo per il contagio del post-Fukushima).
“L’origine della distanza” dimostra anche, e infine, come il modo migliore per parlare di amore (perché il romanzo, in effetti, può anche essere letto come tale, come una storia d’amore) sia di non parlarne, o meglio di cercare di evitarlo, raccontare l’assenza, la lontananza, quel sentimento complesso fatto di rimpianto e desiderio di oblio, di appartenenza e crescente estraneità, di volti amati che sfumano nel ricordo e volti nuovi che sembrano volerli sostituire.

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