L'ultima estate in città
by Gianfranco Calligarich
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MariaLuisaMariaLuisa wrote a review
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Premio “L’Inedito”?

Strano: il retro di copertina dice che questo libro, recentemente ristampato,  vinse il premio “L’Inedito” nel 1973. Ma anche il retro di copertina di Carta d’autunno, di Grytzko Mascioni, segnala che il libro vinse lo stesso premio lo stesso anno. Ci fu forse, in quell’edizione, un ex-aequo? In rete non ho trovato notizie.

Non so se il romanzo intendesse parlare del vuoto di una certa alta borghesia romana festaiola e pseudo intellettuale. Io ho percepito solo il fastidio e l’irritazione causati dalla personalità dei due protagonisti che, pur disprezzando quello stile di vita, ci ricadono in pieno.

Non sono riuscita a comprendere il rapporto che lì lega; si amano? Non si amano? Cosa vogliono l’una dall’altro? 

Irritante lui, il protagonista maschile, inetto, abulico e alcolista, privo di spina dorsale più che essere un non-allineato. Difficile capire come un tal soggetto possa possedere una rete così fitta di amici (che, squattrinato, cerca di sfruttare, e di cui sembra non importarsene molto, a parte quello che si chiama Graziano, alcolista anche lui). Ancora più irritante il personaggio di lei, il cui fascino, oltre all’avvenenza fisica, è l’imprevedibilità: ma una ragazza che (tra altre bizzarrie) si porta sempre dietro un mazzo di carte per fare ossessivamente  solitari, oltre ad un libro di Proust (per mostrare di essere “intellettuale”); amante di un tizio, mantenuta da un vecchio, succube della sorella, insomma correre dietro a una tipa così vuol dire proprio farsi del male. E di male se ne fa parecchio, Leo Gazzarra, fino ad un finale “estremo” che è probabilmente l’unico possibile.

Irritante anche la postfazione di Andre' Aciman: che senso ha raccontare di nuovo tutta la storia del libro al lettore che l’ha già letto?

LilithLilith wrote a review
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I bar sono dei buoni posti per le paure
Sarebbe meraviglioso leggere solo libri belli, tutti da sottolineare, che ti cambiano la vita pagina dopo pagina. E invece NO. Ogni tanto ti tocca pure la cantonata. E io ne parlerò, eccome se ne parlerò.

Il 30 dicembre ho finito di leggere L’ultima estate in città di Gianfranco Calligarich.
Queste sono le premesse che mi hanno illusa miseramente: caso letterario del 1973, romanzo di culto amato dai critici e dal pubblico, era diventato introvabile assiduamente ricercato in ogni bancarella dell’usato, finalmente riedito da Bompiani, è stato paragonato alla Vita agra di Bianciardi.
Quest’ultima affermazione era stata la ciliegina sulla torta della mia convinzione farcita di entusiasmo.
Bene, io voglio sapere a chi è venuto in mente di paragonare questi due romanzi.
I punti in comune sono: Italia del boom economico che appiattisce e disumanizza le relazioni, il protagonista si trasferisce in un’altra città (qui è Roma) e lavora come giornalista.
Ok, direi basta. Per il resto: l’abisso.

Voglio dire, nella Vita agra Bianciardi prende la sua situazione di precarietà e di incertezza in una società sempre più indifferente come pretesto per fare delle considerazioni sull’umanità, sull’essenziale, per condannare questo sistema con lucidità e un’infinita sensibilità.
Qui c’è solo apatia. È autoreferenziale in un modo che impedisce di entrare in empatia con qualunque dei personaggi, tutte le sensazioni o le relazioni sono accennate, superficiali, il disagio del protagonista è il suo e basta, non te lo deve manco spiegare, non ti ci devi riconoscere. Così le reazioni che ha agli eventi sono sconclusionate, per non dire patetiche.
E lasciamo stare il finale.
Ecco, lì in realtà stava per chiudere con una gran bella frase, lo devo ammettere.
Peccato che non sia in italiano:
“Penso che tutto tende al mare. Il mare che tutto accoglie, tutte le cose mai riuscite a nascere e quelle morte per sempre. [E fin qui tutto bene, bello] Penso al giorno in cui il cielo si aprirà ad esse, per la prima volta o ancora una volta, riacquisteranno la loro legittimità [E qui m’ha ammazzato la sintassi]”

Se non s’era capito il responso è NAH.
M A R C OM A R C O wrote a review
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orsodimondoorsodimondo wrote a review
630
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ÉPATER LE BOURGEOIS
Mi sono piaciuti molto la figura del padre e Roma: come viene descritta la città eterna e il modo come il protagonista la vive e sente, insieme al rapporto col padre, sono le cose più belle di questo romanzo.
E anche le uniche.

Leo si innamora di Arianna, una così: "Ho molto bisogno di una villa," sospirava stendendosi al sole.
Che il loro sia amore non lo capisce né Leo, né Arianna, né tanto meno il lettore.
Come è facilmente prevedibile in questo genere di opere, l’amore comincia quando non si sta più insieme – e infatti si legge: Non l’avevo mai sentita così mia come adesso che era di un altro. Prima? Sesso, più o meno – ma neppure con troppa convinzione, almeno non fra loro due.
Tutti i personaggi sembrano poco convinti, poco credibili: sono piuttosto stereotipi. Soprattutto del cinema dell’epoca: questo libro è un condensato delle situazioni e dei personaggi del cinema anni Sessanta, da ‘La dolce vita’, qui in una versione più sdrucita, a ‘Il sorpasso’ e avanti. Infatti, è facile immaginare Leo Gazzarra interpretato da un Mastroianni o un Trintignant più dimessi, e Arianna dalla Spaak o da Stefania Sandrelli.

Leo si muove in un mondo così descritto: Qui ci sono tali imbecilli, che basta non essere idiota per sembrare genio.
Lui, naturalmente, come pure il suo autore, non sono né imbecilli né idioti, ma la terza soluzione.
Leo è un uomo che usa frasi del genere: ”Perché non prova a pregare?” disse il frate. “Io non prego,” dissi, “al massimo chiedo per favore.”
Conosce gente che invece di dire ciao, come stai?, buongiorno, dice Che fai, non mi saluti? come succede nei film francesi che vogliono irritare a tutti i costi.
Un amico gli presta la casa per due anni e quando torna gli chiede: Chissà quante ne hai fatte sul mio letto. Come vai a donne?
Quando Leo rivede Arianna, che ormai sta per sposarsi con un altro, trascorrono insieme ore stupende divertendosi un mondo, oltre che facendo l’amore, anche comprando un barboncino perché giudicato sufficientemente ripugnante, un vero mostriciattolo, col quale poco dopo pagano il conto del bar (Babington’s, I presume).
Quando Leo decide di andarsene, di alzare le vele, come viene ripetuto millanta volte in queste scarse 170 pagine, prende tre valigie, una per i vestiti, e due per i libri: naturalmente, siccome è un fico, l'elenco di quello che mette nelle valigie non contempla banalità.

Da parte sua Calligarich usa espressioni tipo “un livido mattino”, e non per prendere in giro; per dire l’estate scorsa usa “l’ultima estate della mia vita”; il finale del suo romanzo sembra ispirarsi a una canzone melodica.
Ho letto molte recensioni di questo libro, per cercare di capire come mai è stato ristampato dopo circa 40 anni, come mai io l’ho trovato così insulso e i critici no (d’altra parte, l’ho letto perché consigliato da una cara amica): in tutte le recensioni che ho letto, si riassume la trama, si fanno rapidi complimenti alla scrittura capace di inventare neologismi come “sfinocchiato” (sembra che Calligarich si vanti d’aver inventato il termine ‘sfigato’), e soprattutto si parla molto dell’autore e della sua vita e della sua attività e dei suoi successi e risultati... D’altra parte Calligarich stesso da l’impressione di parlare molto di sé, di essere molto concentrato su se stesso e la sua grandezza (basta dare un’occhiata alla sua pagina web).

L’impressione più forte è che Calligarich voglia e pensi davvero di épater le bourgeois: ora, per quanto questo suo romanzo sia del 1973, mi pare che sia molto in ritardo. Calligarich, non il libro: quello è soprattutto molto datato.

Il mio secondo incontro con GC è finito ugualmente male. Non ce ne saranno altri.

Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va
catene non ha, il cuore è uno zingaro e va.
Finché troverà, il prato più verde che c’è
raccoglierà le stelle su di se
e si fermerà chissà… e si fermerà.