L'uomo che allevava i gatti
by Mo Yan
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I campi di sorgo sono teatro delle fatiche dei contadini, ma anche il territorio notturno dove le volpi si accendono come scie di fuoco per indicare la strada a chi si è perso; nelle acque del fiume annegano i bambini, ma nei giorni di nebbia gli spiriti-tartaruga salgono in superficie a banchettare in abito da sera; i più razionali dirigenti del Partito possiedono un terzo occhio per vedere attraverso i muri, ma lo chiudono quando hanno troppa paura... I personaggi di questi racconti sembrano sempre sul punto di soccombere, ma conservano una loro leggerezza magica. In particolare, sono i bambini a impersonare il confine tra fragilità assoluta e capacità di illudere il mondo, di fare miracoli. Secondo Mo Yan sono loro a portare sulle spalle il peso dell'anima: tra esseri umani che spesso hanno dimenticato di essere stati anche loro, un giorno, figli e bambini.

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CaffefondenteCaffefondente wrote a review
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Μαʀιαƞƞα
Μαʀιαƞƞα wrote a review
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Tra il lirismo più sublime e il più crudo realismo
La vita è un rullo di fieno che rotola sull’aia, avanti e indietro, senza soluzione di continuità lasciando nella bocca e nel cuore tanta amarezza. Questa immagine che compare più volte nel lungo racconto “Esplosioni” contenuto in questa raccolta di nove racconti scritti dall’impareggiabile scrittore cinese Mo Yan, Nobel per la Letteratura nel 2012, esprime molto bene il senso che sottende ad ogni storia da lui raccontata.
L’ambientazione dei nove racconti è la campagna dello Shandong cinese, da cui proviene lo stesso scrittore, negli anni Sessanta, gli anni del controllo delle nascite, terminato solo nel 2013. Protagonista la povertà, storie dure e crude di passioni forti senza misura, quasi animalesche, storie legate tutte da un filo rosso, ma rosso nel suo termine più pieno e reale: il rosso del sangue della violenza subita, del neonato abbandonato, il rosso dei tramonti, il rosso del sorgo che fa da sfondo ad ogni storia di Mo Yan anche fuori di questa raccolta, il rosso della volpe spietatamente cacciata da un gruppo di uomini, il rosso delle labbra tenere di qualche delicata ragazza.
I libri di Mo Yan parlano della Cina popolare, quella contadina, quella più autentica, quella della povertà più estrema e quella delle leggende sugli spiriti che infestano le campagne. Il realismo crudo si intreccia sapientemente con passi di sublime poesia, che riguardano prevalentemente il paesaggio e la natura. Pennellate di colore, luce diffusa, mille colori caldi, soprattutto caldi e scarsi quelli freddi, scene del presente che quasi indietreggiano e lasciano il passo a brevi flashback, personaggi che recano sul corpo e nell’anima i segni di una vita difficile e dura, spietata e senza giustizia.
Cosa vuole dire leggere un autore come Mo Yan? Le sue pagine sono così dense e cariche di immagini e di emozioni che comportano fatica, dopo aver chiuso il libro ci si sente emotivamente tramortiti, stanchi, quasi estraniati. Meravigliosamente stupiti.
Le tematiche trattate sono difficili e delicate: abbandoni di neonati, infanticidii, aborti, matrimoni senza amore...
La pianificazione delle nascite e la politica del figlio unico, preferibilmente maschio, sono da ascriversi ad una delle pagine più oscure e brutali della storia della Cina.
ZoubiiZoubii wrote a review
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Una serie di racconti, tutti ambientati in un villaggio della campagna cinese, tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta. La campagna, il villaggio, la vita dei contadini sono sempre i protagonisti di Mo Yan, ma questa volta non c’è l’epopea della storia cinese, della guerra contro i giapponesi, la collettivizzazione, la rivoluzione culturale, etc. Qui il tempo è un indeterminato distendersi tra l’avvenuta collettivizzazione e gli anni Novanta, con i grandi cambiamenti imminenti. È un tempo quasi immobile, o meglio il perpetuarsi ciclico della fatalità della vita (e nella vita). È la condizione (quasi) immobile della vita del contadino cinese, su cui Mo Yan si arrovella e si accanisce da diversi punti di vista. È il perpetuarsi infinito della tragedia della vita umana, della fatalità, del lutto, del dolore, che si svolge in mezzo alla sporcizia, al fango, al piscio e allo sterco di un villaggio contadino, abiti lisi che cadono a pezzi, sudore rancido, crani consumati dalla rogna, foruncoli pieni di pus su cui si arrampicano le mosche, buoi irosi dagli occhi di fuoco, cammelli puzzolenti. Una vita grama quella del contadino (l’acqua in cui dovevano nuotare i pesci della rivoluzione), certo migliore di quella degli avi, dove fortunatamente non imperversano come un tempo le carestie (ma gli accenni alle carestie del Grande Balzo ci sono, eccome, nei libri di Mo Yan). Ma non tale da non suscitare un desiderio irrefrenabile di fuggire, nell’Armata Rivoluzionaria, o in città, a fare il muratore o l’operaio.
Ma c’è forse anche qualcos’altro. Non c’è mai una Natura matrigna, ma un Fato ineluttabile, quello sì. La Natura in Mo Yan è sempre vista in chiave elegiaca: i cieli tersi, le nuvole multiformi, il vento, i fiori di sofora, le libellule, l’ombra crepuscolare, la luce tenue e tenerissima, i campi di sorgo, le distese di un mare di verde che si perde a vista d’occhio. Lì la vita di campagna, pur dura, perde la sua durezza e la poesia della natura vivente consola un poco l’afflizione. È la Storia invece che è matrigna, e lo è anche il Partito, pur con i suoi meriti, con i suoi funzionari e burocrati, monoliti insensibili e avidi. La vita del contadino oscilla sempre tra le due corna di un Partito e una Storia che, se da un lato apportano innegabili miglioramenti, dall’altro sono insensibili e ineluttabili al grido accorato dell’esistenza individuale e della sua dignità. E quindi, se è vero che sono scomparsi gli infanticidi tradizionali con l’affogamento dei neonati nel pitale del piscio, o bolliti nell’acqua calda, o abbandonati nei canneti alle bestie selvatiche (“Esplosioni”, “Il neonato abbandonato”) tutta la politica di contenimento demografico diventa un rullo compressore sugli affetti del singolo. È questo un tema che ricorre in molti racconti (e che viene trattato in lungo e largo in “Le rane”), una riflessione che Mo Yan fa continuamente, per cui, pur trovandosi una motivazione e giustificazione razionale (“non si può rischiare di tracollare il Paese con un’esplosione demografica”) non si riesce tuttavia a risolvere una contraddizione interiore alla persona: la razionalizzazione va bene, ma resta insopprimibile un senso di colpa, restano i “girini” e le statuine votive ai bimbi mai nati.
I bambini, sono loro i grandi protagonisti di questi racconti, immersi loro malgrado nella tragedia del quotidiano. Mamma mia, che sofferenza alcuni racconti! Il mondo visto dai bambini o dagli sciamani non è lo stesso degli adulti. È un mondo incantato, delle volpi dalla coda di fuoco, degli Immortali e degli spiriti delle tartarughe che abitano il fiume e che prendono sembianze umane, dei fiori rossi che attirano nei gorghi il bimbo Fuzi. È la magia della musica del suonatore di piffero cieco, che evoca la bellezza interiore e lo struggimento nostalgico, che temporaneamente cambia e addolcisce gli animi, come la musica di Orfeo, salvo perdersi e scomparire di fronte al gretto calcolo e alla bramosia di denaro. È la magia di Daxiang, dagli occhi cattivi e sinistri, l’uomo che allevava i gatti, che con il suono del suo piffero fa ballare i suoi gatti e incanta i topi, attirandoli nello stagno e affogandoli come il pifferaio di Hamelin.