L'uomo che trema
by Andrea Pomella
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Vorremmo dirvi: fidatevi. Questo è un memoir di una potenza rara. È la storia della depressione di un giovane uomo, o meglio è la storia di un giovane uomo che guarda il suo male in faccia per cercare di capire piú che può. Usando tutte le armi che ha: l'intelligenza, la forza delle parole, la letteratura, l'arte, la musica, l'ironia, la memoria. L'uomo che trema racconta, s'inoltra nel dirupo della vita di tutti i giorni, non si ferma davanti a niente. Se la sua storia è simile a quella di undici milioni di persone nel nostro Paese, il suo modo di rivelarla non ha molti paragoni. Andrea Pomella è nato a Roma nel 1973. Ha pubblicato delle monografie su Caravaggio e su Van Gogh, I Musei Vaticani (Editrice Musei Vaticani 2007), il saggio 10 modi per imparare a essere poveri ma felici (Laurana 2012) e tre testi narrativi: Il soldato bianco (Aracne 2008), La misura del danno (Fernandel 2013) e Anni luce (Add 2018). Scrive su «Doppiozero» e «minima & moralia». L'uomo che trema racconta. Guarda la sua malattia come se fosse un corpo estraneo, lo viviseziona, cerca di capire qualcosa d'importante, e di farcelo capire. È in gioco il senso di tutto, per lui, che sa che piú si è depressi «piú le cose si fissano nell'attesa di farsi ghiaccio», come scriveva Cioran. E, in un certo senso, la sua cronaca è di ghiaccio. Proprio per questo emoziona nel profondo. Le reazioni del corpo e della psiche alle aggressioni chimiche dei farmaci, la paura, i vari incontri con gli psichiatri, il rapporto con la compagna e con il figlio costretti a convivere con i tumulti della malattia. Le corse per le vie di Roma, le passeggiate nei luoghi di Giuseppe Berto, autore de Il male oscuro . E, al culmine della sofferenza, l'appuntamento che riporta in vita un antico fantasma di famiglia, il padre ripudiato. Uno spiraglio di luce, la possibilità di pronunciare, forse, la parola «guarigione». Leggere questo libro significa immergersi nel mondo di un altro fino a sentirlo completamente tuo. Significa seguire passo dopo passo, con i sensi in allerta, il percorso da una condizione di dolore assoluto a una condizione nuova e possibile. Significa, letteralmente, essere rapiti. Perché a conquistarvi sarà la temperatura di ogni riga, la pasta della scrittura, l'intelligenza febbricitante, la qualità dello sguardo. In una parola: la voce dell'uomo che trema.

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PiperitapittaPiperitapitta wrote a review
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Un pallido puntino blu*
Ho sentito molto vicina la voce di Andrea Pomella, la sua autenticità nel racconto, le punte amare di ironia - “Le ore passano, conto almeno cinque infarti. Non sono dei veri propri infarti, ovvio, ma per me è come se lo fossero, potrei metterci la mano sul fuoco, sono morto e rinato cinque volte nel corso di questa notte, e chissà quante altre volte nel corso delle altre notti, chissà quanti infarti, centinaia, hanno devastato il mio cuore boccheggiante” - la velata malinconia, il dolore implacabile e inspiegabile; parti in percentuali diverse anche della storia della mia vita: le colpe dei padri, il dolore lancinante delle madri, la quotidianità dell’adolescenza vissuta in una nota minore, stonata, ingredienti di un malessere che, impastato giorno dopo giorno nelle nostre storie, in quartieri vicini ma lontani della stessa città, di ambienti sociali confinanti ma distanti, hanno saputo produrre esiti vicini, ma diversi.

Mi ha colpita la lucidità e la pacatezza con la quale si racconta - “E così mi sono imbarcato in questo racconto, parlando della mia malattia come se fosse un personaggio di una storia più grande, un personaggio tra i più importanti, come se illuminassi quel personaggio con una luce talmente potente da isolarlo da tutto il resto, rendendolo l’unica cosa veramente interessante di tutta la mia vita, e soprattutto come se i fatti accaduti nella mia vita fossero irrilevanti nella costruzione della mia malattia, come se la mia malattia insomma fosse la gramigna, spuntata e proliferata largamente in fretta in modo del tutto scollegato dalla mia volontà” - mi ha colpita la capacità di autoanalisi clinica con la quale riesce a osservarsi dall’esterno (in qualche intervista si definisce “reporter di se stesso) - “Per un malato di depressione la visione è netta, senza nebbie. Una persona non affetta da depressione invece a una visione sfocata, lavora di fantasia, interpreta, completa le forme come un bambino alle prese con i primi esercizi di geometria. L’opacità è dei sani” - mi hanno colpita la rassegnazione che diventa forza, l’arrendevolezza (che il correttore del mio iPhone trasforma in “l’arte debolezza”, e in fondo anche questo ha un senso) - “Si tratta quindi, più precisamente, della paura di essere liberi, e quindi, andando al cuore della questione, della paura di se medesimi” - che si trasforma in amore e capacità di annullare se stesso e le proprie resistenze per amore del figlio che finiscono per rivelarsi cura insieme alla cura, medicina insieme ai farmaci, che lo dovremmo avere imparato che nelle malattie della psiche la sola chimica non cura (ma nemmeno la sola psicoterapia, e viceversa - lo psichiatra che ogni volta, a distanza di mesi gli fa raccontare la storia della sua malattia senza ricordare quasi nulla del pregresso, “Non posso celare la seccatura che provo, non tanto nel ricapitolare tutto, quanto nel sentirmi svilito. Mi fa male non rivenire sulla sua faccia tracce di sbigottimento. Far capire a un depresso che la sua malattia non è niente di che, che non è della gravità che egli aveva immaginato, che tutto sommato è nella norma, il quadro clinico tra i più diffusi, significa mettere a repentaglio l’unica cosa a cui egli conferisce senso perché se è vero che tra gli esiti finali della malattia c’è il privare di senso ogni aspetto della vita, la sola cosa che resiste a questo disfacimento è la malattia stessa“, mi fa venire voglia di urlare Andrea, c’est moi!, ma la storia della mia vita, per fortuna, non è l’isola della depressione maggiore, ma solo quella, minore, degli attacchi di panico): lui, che figlio ha scelto di non essere, che un padre non ha voluto avere per quasi quarant’anni, accetta di tornare a confrontarsi con il suo, e con il suo essere figlio, e scopre nuove luci fuori dalla caverna, che le ombre che aveva visto proiettate erano tutt’altra cosa, che le sue paure e resistenze avevano altre forme e altri nomi.

“Incontrare dopo così tanto tempo una persona che si è conosciuto a fondo, con cui si è convissuto, con la quale ci si è infine persi di vista al punto da averla data per morta, equivale a ritrovarsi al cospetto di un fantasma”.

E poi i nodi dell’esistenza, quelli che piccoli, infinitesimali, non consideriamo, non pensiamo tutti insieme possano aver creato un groviglio, quello che giorno dopo giorno, anno dopo anno, diventa inestricabile, che si ammassa e si comprime da qualche parte nel nostro essere: nello stomaco, nel cuore, nell’anima - e finisce per generare un essere saturnino, come si definisce Pomella, ombroso, solitario, afflitto da quella che, rivela poi essere, quasi fosse grande come un’isola che finisce per isolare, ma che si mimetizza in maniera subdola, la depressione maggiore.

“Poiché non ho mai creduto che il mio male derivasse in via esclusiva dalla faccenda del padre, ora non posso credere che la scomparsa totale improvvisa del male stesso possa dipendere da questa conclusione, dall’illogica naturalezza di questo incontro, ossia non credo che i pezzi deragliati della mia vita siano magicamente tornati al loro posto, che possa bastare questo. E tuttavia, se nella vita ho conosciuto il valore esatto di una singola parola, se ho percepito fin dentro e più remoti recessi del cuore la qualità più intima e pregnante di un’idea, questo succede ora che riesco con tutto me stesso a percepire il senso autentico della parola pace”.

Storia della sua malattia, dunque, ma non una storia di malattia; storia, invece, di un percorso contorto, di una strada in salita, di un dolore che, ramificandosi, ha condizionato e determinato la crescita del bambino, influito sulle scelte del ragazzo, trovato le resistenze e l’infelicità dell’adulto, ma che ha finito per forgiare un uomo che trema, ha tremato, forse tremerà ancora, ma che è riuscito a trovare lo stesso il coraggio di guardarsi e di ascoltarsi, ma soprattutto di continuare a guardare avanti e intorno a sé.

Una lettura silenziosa, intimista, ma anche preziosa e rivelatoria, in cui il racconto del “male oscuro” di Giuseppe Berto, che accompagna Andrea Pomella in una sorta di pellegrinaggio passaggio del testimone per le strade della Balduina, si affianca a quello della struggente esibizione di Elliott Smith (❤️) durante la serata degli Oscar del 1998, spaziando dalla storia di sé e delle sue relazioni familiari, delle sue corse per la città di Piranesi e Luccichenti alle contaminazioni letterarie di Berto sì, ma anche di David Foster Wallace, Harold Broadkey, Schopenhauer, Leopardi, Dante, Platone, all’ambiente asfittico di lavoro, a quello, emblematico, della sua relazione con il giardino casalingo, dove le piante, afflitte da mal bianco, aspettano solo di essere curate per tornare a rinverdire.
E poi via, chiudere di corsa questo commento, perché ho già iniziato a leggere I colpevoli e volevo farlo prima di arrivare al punto in cui l’uno confluisse nell’altro (e in un certo senso non c’è separazione, per quanti siano diversi) senza riuscire più a separarli fra loro.

L’unico leitmotiv possibile

m.youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=wPf-hRoZDp4

"La notte degli Oscar Elliott Smith sale sul palco con un improbabile vestito bianco, suona accompagnato dall'orchestra. È per lui un'esperienza surreale, come vivere «un giorno sulla luna», dichiarerà. «C'erano tutti questi cantanti famosi e c'ero io, ed era una cosa come "Chi è questo ragazzo? Con i capelli sporchi? Che non ha venduto milioni di dischi? Cosa ci fa qui? Ed era una buona domanda, perché me lo stavo chiedendo anch'io». [...] Nell'estate della mia depressione maggiore la sua musica ha afferrato anche me. Una domenica mattina, mentre facevo colazione, ho letto il suo nome su una bacheca Facebook: «Se non sapete chi è Elliott Smith, immaginate se i Beatles si fossero formati a Seattle negli anni Novanta»."

*”L’idea di girare la fotocamera della sonda per scattare la foto [la Pale Blue Dot] fu di un astronomo americano, Carlo Sagan. Senti cosa scrisse Sagan -. Inizia a leggere:-“Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi è diverso. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, ha vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni superstar, ogni comandante supremo, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. [...]”

(Ma la vita è imprecisa)
Cri1967Cri1967 wrote a review
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Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»
Andrea ha quarant’anni e soffre di questa malattia, che la comunità scientifica definisce sommariamente depressione maggiore, da quando ha coscienza del mondo. Nella sua famiglia questa percezione veniva bollata con quattro parole: «Hai un carattere difficile». Qualcosa che, di volta in volta, aveva a che fare con la suscettibilità, la timidezza, l’ombrosità, l’asocialità, il peso di un’infanzia travagliata, con una generale intrattabilità, nei momenti peggiori con un’inguaribile indolenza. Ma non era niente di tutto questo, o forse era la somma di tutto questo, il complesso dei sintomi caratteristici della sua malattia, la malattia che la sua famiglia non riconosceva come tale. La sua ostilità e il cattivo umore sono stati i cupi compagni di viaggio con cui ha condiviso i suoi giorni. La presa d’atto di cosa si nascondesse in realtà dietro tutto questo è avvenuta molto presto. Sapeva che c’era qualcosa in lui che non poteva essergli attribuito come una colpa, ma non trovava le parole per spiegarlo. E quindi per decenni si è sono preso la colpa, la colpa di avere un carattere difficile.
A volte Andrea si sofferma a pensare a certe sue reazioni di fastidio per cose di nessun conto, si rivede nella definizione di Buzzati: un animale nel contempo debole, intelligente e mortale. Debole, perché si lascia sorprendere da minuscole gelosie capaci di scatenare in lui una rabbia ancestrale, legata alle interminabili angherie di cui pensa di essere stato vittima nel suo passato. Intelligente, perché sa benissimo di non essere l’unico vivente sulla faccia della Terra ad aver patito in tenera età, e sa benissimo di non essere neppure tra quelli che hanno patito di più, di; ma anche perché sa di solito riconoscere le ragioni dei comportamenti degli altri.
Mortale, perché episodi minimi e apparentemente insignificanti della sua vita, sono sparpagliati nella sua mente come mine inesplose, e spesso li cerca e li recupera per provocarsi dei piccoli suicidi controllati, per mettere un piede in fallo e saltare in aria nel silenzio immenso e gelido della sua memoria.
Il risultato di tutto ciò è la somma di infiniti giorni, di infiniti episodi, di infinite insignificanze, determina che lui sia inevitabilmente infelice.
Quello che chiama cattivo umore è in realtà una vera e propria malattia.
Andrea crede che ci sia un nesso ben evidente tra la sua depressione ed il suo giardino, a cominciare dal fatto che ha tentato di curare l’insorgere del cattivo umore ammazzandosi di fatica nel domare la vegetazione. La lotta con questa natura riottosa è vana, richiede un impegno incessante, non c’è mai un momento in cui lui possa godere dei risultati del suo lavoro, perché nell’istante in cui si ferma, il giardino ricomincia a sovrastarlo.
Per Leopardi ogni giardino è quasi un vasto ospedale. Scrive nello Zibaldone: «Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno». E ancora: «[…] se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere».
Andrea ritiene che il suo cattivo umore, la sua forma congenita di depressione, sia data dal fatto che lui non considera la realtà in sé, ma l’alone che intorno a essa si diffonde.
Tuttavia la depressione non ha la forma di una vera e propria malattia, e dunque per secoli è stata relegata al rango di non-malattia. Una non-malattia il cui effetto era, per Teresa d’Ávila, «di oscurare e disturbare la ragione, cui non riesce a far arrivare le nostre passioni». Più una bizzarria della mente quindi, un capriccio, se non addirittura uno strumento nelle mani del demonio. Ma anche una devianza congenita, di quelle forme di devianza che, nelle loro manifestazioni più gravi ed evidenti, meritavano di essere trattate in manicomio.
Nell’epistolario di Freud si legge: «Nel momento in cui ci si interroga sul senso e sul valore della vita si è malati, giacché i due problemi non esistono in senso oggettivo.
La malattia è insita negli esseri umani, ma solo coloro che riconoscono di essere malati vengono considerati tali, tutti gli altri si ritengono integri, e quindi l’integrità è la loro malattia. Il depresso si dibatte tutta la vita in questo corto circuito alimentato dal proprio realismo e dalla propria lucidità. Per un malato di depressione la visione è netta, senza nebbie. Una persona non affetta da depressione invece ha una visione sfocata, lavora di fantasia, interpreta, completa le forme come un bambino alle prese con i primi esercizi di geometria. L’opacità è dei sani. Lo è perché il non vedere l’esatta forma delle cose è il dispositivo di natura attraverso il quale ci salviamo da noi stessi.

Il depresso ricorre continuamente al pensiero dell’immaterialità del proprio essere e del proprio destino, è ateo nei confronti di Dio e dell’uomo.

Siamo in due, il male e io, solo noi.

Cioran definì la sua malattia «una predisposizione all’immobilità», poiché più si è depressi «più le cose si fissano nell’attesa di farsi ghiaccio».
Dopo una lunga, tesa e accanita autoanalisi, Andrea è arrivato alla conclusione che la sua principale e più profonda paura è la paura di se stesso.
Lui è sempre il suo primo ostacolo. E’ vittima di un atteggiamento troppo analitico. Il calcolo, nel suo caso, disintegra la volontà. La misura della complessità di ogni cosa, dalla più piccola alla più grande, causa l’insorgere dello spavento, l’attacco di panico
La paura che ha di se stesso è a sua volta collegata alla profonda disistima che nutre nei suoi confronti. Disistima intellettuale, fisica, caratteriale, pratica. Disistima la sua ampiezza di pensiero, disistima il suo aspetto, il suo corpo, il suo temperamento, la sua capacità di far fronte ai problemi della vita quotidiana. Ecco quindi che se si immagina costretto a badare a se stesso, in una condizione di spazio aperto, di agorà, è sicuro di soccombere in poco tempo. È una paura illogica e infondata. E’ in grado di badare a un figlio, di portare a compimento un lavoro, quando entra in un locale pubblico la gente non si volta a guardarlo disgustata, e ha incontrato nella sua vita un discreto numero di persone con le quali è andato d’accordo. Tuttavia è una convinzione che lo frena nell’esercizio pratico quotidiano.
Andrea ha l’impressione che la sua vita coincida per intero con la malattia, che lui non possa considerarla – per così dire – sganciata dalla malattia, che non esista qualcosa che sia ad essa più profondamente congiunta, che ne abbia condizionato gli esiti più della malattia, non l’amore, né il rancore verso suo padre, e neppure le più o meno infiammanti passioni – la musica, l’arte, la letteratura – che lo agitano.
Dentro di lui c’è un essere di dimensioni ridotte che occupa ogni spazio interiore e non lo lascia respirare Nei sogni identifica la sua malattia con un orso, una bestia enorme con la pelliccia scura e lucida. È fuggito da uno zoo e si aggira indisturbato per le vie della città. I passanti non sono spaventati, lo guardano con sospetto, accelerano il passo, per il resto la loro vita continua come se niente fosse. Lui invece è terrorizzato. più di tutto lo spaventa l’idea che l’orso possa minacciare sua moglie Grazia e suo figlio Mario.

Allora nel sogno filo verso casa per avvisarli del rischio e assicurarmi che siano al sicuro. Poi esco di nuovo per andare a caccia dell’orso, ma stavolta porto con me una siringa carica di un potente sedativo. Non arrivo mai ad affondare l’ago nella pelle spessa dell’orso, perché c’è sempre qualcuno che è riuscito ad ammansirlo prima di me. Spesso è Grazia, a volte è la mia collega Rossana, piú raramente mia madre. In ogni caso è sempre una figura femminile. L’orso di solito è disteso, con la testa appoggiata sul grembo della donna di turno, la quale lo accarezza e mi fa segno di tenermi a distanza perché la vista della siringa potrebbe innervosirlo. Cosí resto a guardare la scena, patendo un senso di impotenza, e temendo che l’orso possa mutare il proprio umore all’improvviso, reagendo di scatto e ferendo mortalmente colei che lo tiene in grembo.

Un giorno mia madre, dopo aver infine ceduto all’idea che la depressione sia una categoria delle malattie umane, mi ha chiesto: «Che senti?» Non mi ha chiesto «Come stai?», ma «Che senti?», che a me pare una meravigliosa prova di empatia. «Che senti?» «Silenzio».
(Frastornante, immoto silenzio).
Allora mi concentro sul silenzio, il silenzio che è dentro e fuori di me, un silenzio assoluto che diventa misura e sostanza.

Vede la sua vita come un fastidioso disturbo che rompe il silenzio. E quindi eliminare il disturbo e ripristinare il silenzio è l’unico senso che avrebbe attribuito alla sua morte.

È possibile che anche solo l’idea della morte abbia un effetto benefico sul mio corpo e sulla mia psiche?
La morte è l’unico unguento in grado di curare il mio male? Davvero la morte è al contempo il male e il rimedio?

Ha scelto di non volerne più sapere di suo padre perché lo ritiene colpevole di aver lasciato la famiglia. Quindi l’ha punito.
Si chiama deficit parentale ed è da ricercare nel tipo di accudimento ricevuto nel corso dell’infanzia. Spesso, da adulti, quando manifestiamo un disagio, siamo come bambini che cercano e richiedono inconsapevolmente il calore e la protezione negati durante l’infanzia.
La malattia in lui originariamente si è manifestata nella sfera del linguaggio. Si autocensurava, sopprimeva dal suo vocabolario alcune parole, parole che se pronunciate ad alta voce gli si conficcavano nella pelle come spine, parole che non riusciva a tollerare e che se fosse stato il più spietato dittatore a capo di uno stato totalitario avrei abrogato dall’uso comune. Papà era ovviamente la più insopportabile di tutte. Una parola così leggera, impalpabile, che presuppone confidenza, scherzo, affetto, una parola che dentro di lui risuonava sgradevole come un insetto in un occhio. Se si trovava costretto a pronunciare la parola papà, era capace di vergognarsi per ore, di avvertire un malessere sordo e prolungato.
E’ il padre che se ne va, ma chi abbandona il padre è Andrea. Da piccolo, molto determinato, compie una scelta che è quella di non vedere più suo padre, di non aver più contatti di nessun tipo. Si era quasi preso sulle spalle la responsabilità e la colpa pensando ci fosse qualcosa in lui che non andava.
Ma vedremo che nel corso della storia, il padre ritorna per volontà di Mario, il figlio di Andrea.
Il giorno dell’incontro è di una immensa portata emotiva: ritrovarsi di fronte ad un uomo apparentemente sconosciuto che è completante diverso rispetto a quello che ricordavi, che ha una voce diversa, delle movenze diverse è stato l’apice di una vita per Andrea.
La figura del padre è presente anche nel Il male oscuro di Giuseppe Berto, anche se in maniera differente.
Il protagonista de Il male oscuro romanzo che Andrea ha letto, è un intellettuale di provincia che, in seguito alla morte del padre avvenuta per tumore, entra in una fase di depressione acuta. Il pensiero del padre morto diviene il suo assillo principale, ma anche l’innesco di un’ossessione più ampia che riguarda i due diversi ambienti in cui il male può attecchire: il corpo, sottoposto alla minaccia-fantasma del cancro; e la psiche, insidiata da nevrosi di ogni genere. I due mali di cui egli soffre (o di cui crede di soffrire) arrivano a fondersi in uno solo e trovano sfogo in un violento disturbo psicosomatico che lo conduce in sala operatoria, da cui poi uscirà senza che nulla gli venga riscontrato. La scrittura del libro diventa allora un procedimento d’indagine su se stesso, la prima terapia contro quel particolare male che Gadda, ne La cognizione del dolore, aveva definito oscuro.
Il romanzo di Berto non è che un’ossessiva ricerca della radice infetta che determina la disgrazia dell’io, ma è anche e soprattutto una gigantesca messa in discussione dei canoni della scrittura, o meglio, un’abdicazione della scrittura artistica in favore della scrittura terapeutica; vale a dire uno stravolgimento delle finalità del romanzo, e quindi la sua definitiva messa in discussione.
E non solo il romanzo ha una finalità terapeutica, ma lo è anche la musica.
Una delle qualità principali delle canzoni, il motivo stesso per cui la musica è così importante nelle nostre vite, è che a volte capita che un disco, una voce, una melodia, e la nostra percezione, il nostro carattere, il nostro sentimento del vivere o il sentimento che ci attraversa in un preciso istante della nostra esistenza, si dispongono sul medesimo asse. È come quando il Sole, la Terra e la Luna sono perfettamente allineati e viviamo l’esperienza di un’eclissi totale. Ci ritroviamo in un cono d’ombra che ci esclude da tutto il resto, dalla realtà così come la conosciamo, e ci sentiamo messi a parte di un mistero più grande. La musica e l’arte hanno il potere eccezionale di richiamarci a noi stessi. Così, nell’estate in cui il cattivo umore ha appiattito in Andrea ogni attrazione, la musica di Elliott Smith è diventata il sentimento artificiale che lo sostiene. Ascoltando le canzoni di Either/Or è ancora capace di provare delle emozioni, d’intristirsi e di godere della bellezza e del piacere che la vita è in grado di procurargli. Ed è sorprendente che a mettere in moto tutto questo, nel suo caso, sia la voce di qualcuno che è stato definito il più infelice uomo sulla faccia della Terra. D’altra parte il più potente ed efficace ansiolitico di cui ha scoperto di disporre è la chitarra, la sua vecchia chitarra acustica Yamaha
La musica, nel trattamento della depressione di Andrea, si pone sul medesimo piano della corsa.
Correre lo fa stare bene, le sue cellule nervose si rigenerano. Per anni, grazie alla corsa, ha ridotto al minimo l’uso degli antidepressivi serotoninergici e ha tenuto sotto controllo la sua visione del mondo.
Come nel mito della caverna di Platone, per quarant’anni Andrea è stato prigioniero della sua opinione, per quarant’anni ha creduto passivamente non all’immagine diretta e sensibile di suo padre, ma alla sua ombra proiettata sulla parete della sua caverna. Ha vissuto in un mondo illusorio in cui ha ricostruito l’idea di un padre inesistente, congelato in un tempo remoto, immutabile. Paragona il mondo che ha edificato attorno a lui «alla dimora della prigione, e la luce del fuoco che vi è dentro al potere del sole». Allora – pensa – il suo male è nato nella caverna. È nato nella visione, anziché delle cose reali, delle loro ombre. Lui è come il prigioniero di Platone incatenato fin dall’infanzia, che non avendo esperienza del mondo esterno è portato a interpretare le ombre «parlanti». Andrea, per quarant’anni, dentro di lui, ho parlato con l’ombra di suo padre, un’ombra maligna e austera, traditrice, abdicante, ha immaginato suo padre immerso in una vita mille volte più felice della sua, che lo guardava sprezzante, e la sua ombra lo ha condotto quasi alla follia. Andrea, nella sua caverna, non ha visto altro che questa proiezione. Il resto del mondo non è mai esistito ai suoi occhi. Poiché ciò che credeva essere il resto del mondo, in realtà non era altro che l’alone soffuso dell’ombra parlante di suo padre. Il suo male non è quindi diretta conseguenza delle azioni di suo padre, ma effetto del preciso atto di volontà che ha compiuto da bambino: rinchiudersi nella caverna per vivere in contemplazione di quell’unica ombra immensa. E allora nulla è veramente mai esistito nei termini che ha creduto, neppure le persone a lui più care, sua madre, sua sorella, suo figlio Mario e sua moglie Grazia. Anch’esse erano ombre. Ciascuna di loro un’apparenza determinata dall’ombra più imponente di tutte: la depressione.
Andrea si è riappropriato anche delle parole e vive come una rivincita l’ aver recuperato la memoria di un tempo trascorso e di un tempo passato e quindi anche di un tempo presente attraverso il suo libro.
Il romanzo è stato scritto al tempo presente, il giorno dopo in cui accadevano i fatti narrati, è una cronaca in presa diretta, come se lo scrittore vivesse con il taccuino quotidianamente in mano.
Chi gli sta accanto ogni giorno sono sua moglie e suo figlio e le parti più dolorose ma anche più luminose di questo racconto, sono rappresentate dalla cura con la quale Andrea parla dei propri affetti. Sua moglie segue il suo percorso in maniera molto coraggiosa, in alcuni momenti anche ad una certa distanza:
Quando Andrea e suo figlio sono assieme, percepiamo tutto l’amore infinito che unisce queste due persone,ma in certi momenti avvertiamo la paura dell’amore stesso, poiché Andrea si accorge di non essere all’altezza nemmeno di quell’amore.
Da depressi non si è mai al’altezza di nulla, non si è all’ altezza di se stessi, all’altezza del mondo, figuriamoci di un ruolo come quello di padre nei confronti di un figlio.
Andrea desidera che al figlio non si nasconda nulla. Il non detto, come lui stesso ha sperimentato sulla sua pelle, è quella realtà oggettiva che con il tempo si ingigantisce e diventa un mostro insormontabile con cui dover fare i conti per tutta la vita. Se invece le cose vengono nominate con il loro nome, ed in questo caso si avverte la potenza del linguaggio e della parola, fanno molta meno paura e si impara anche a conviverci.
Nel libro descrive l’inizio della fase della terapia farmacologica in cui il farmaco aggrava la depressione, il corpo deve abituarsi alle nuove sostanze che vengono immesse; Andrea non era in grado nemmeno di alzarsi dal divano ed il figlio allora giocava su di lui con i Lego Star Wars, nominando le parti del suo corpo come se fossero terre o pianeti tipici della Saga.
Quindi suo figlio si appropriava del corpo del padre ed in qualche modo lo difendeva.
Un immagine struggente a suo modo.
Il meccanismo degli affetti e la reciprocità permette il riconoscimento della malattia da parte dell’altro ed anche il poterne parlare liberamente, cosa che Andrea non ha potuto fare con la sua famiglia d’origine.
Sua madre e sua sorella hanno sempre fatto finto che lui non avesse nulla, o meglio il suo era solo cattivo umore perenne.
Ma la vita è imprecisa. Una frase che pronuncia una sua collega che soffre di depressione come lui. Da depressi tendiamo a semplificare il nostro presente e il passato, a credere che sia tutto ben delimitato, localizzato e immodificabile. Ma la vita è imprecisa, appunto.
Questa frase può essere letta in vari modi, anche in maniera positiva; quell’imprecisione della vita, il fatto che nulla si possa dare per scontato, molto volte è la cosa a cui ti puoi aggrappare.
Ma non è la persona che si tiene salda all’ imprecisione della vita, è l’imprecisione della vita che la viene a cercare e le dà una mano,
Quando la collega di Andrea era ragazza ha cominciato a non uscire più da casa, a non uscire più dalla sua stanza ed infine a non scendere più dal letto. Ad un certo punto ha chiuso le finestre ed ho accesa un abat - jour.
Il cono di luce che la circondava era l’unico recinto in cui aveva senso restare, lei non voleva uscire da lì. Durante la malattia depressiva si restringe sempre di più il cerchio in una zona di pseudo comfort che diventa sempre più ridotta e soprattutto la storia ed i meccanismi mentali di un individuo , diventano sempre più semplice Nel caso si Andrea, il divorzio dei suoi genitori, l’abbandono del padre, l’età della rabbia diventano sempre più un tutt’uno, un meccanismo ripetitivo che si riduce sempre di più, fino a diventare un niente. Ma la vita imprecisa, in realtà non è così semplice, tutte le connessioni di storia, di traumi, di vissuto, tutto ciò che noi crediamo di conoscere a mena dito fanno parte della vita imprecisa.
Ma per fortuna che la vita è imprecisa, altrimenti saremmo ridotti ad un cono di luce.


pinnegiallepinnegialle wrote a review
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L'uomo che trema
Suffering fundamentally because of "depression" since he was just a child, Andrea Pomella (Rome, 1973) does tell into this diary, "L'uomo che trema", about him experiencing the illness into several moments of his life from the childness until what's actually the ending of the book (the diary), when he does apparently find a compromise and a new balance into his life. Pomella does work at the film school in Rome, he is in an important relationship with a woman, we could consider her as she was actually his wife, in other terms they do cohabit, and he has got a little child named Mario, who is in practice at the centre of the narration, it is like he was the "deus ex machina" in the story of the life of Andrea, he is the guide Andrea in the end found to his complicate life experience. When Andrea was still a child himself in fact, his father left his mother for another woman: from that moment the author decided, despite the fact he was just a child, he had to break any relationship with him. And he definitelly hadn't seen his father since those days in the moment he started to realise he was effectively suffering from what he did define, into the content of the book, as "depression". And of course the two things are in part connected one with the other: some way Andrea he does seem as he was arguing that's the one fundamental reason of him feeling depressed, despite there're some arguments he does propose that could introduce ourselves to a much more vaste area of his problems into his relationships with every aspects of our society. Me, experiencing because of mental illness, I don't know personally if his definition of the illness it is correct: I had learnt a lot about mental illness and similar disorders, but I did never be able to now to sincerely do any diagnosis and I do neither want to. So I would reccomend anyone to read the book without considering it as it had got any relevant significance about what he does effectively mean both to define a mental illness or a depression, anxiety, disruptive behaviour and any kind of mental disorders, both to consider his experience as it was a "standard" about anyone suffering of mental illness. That's not a book written by a specialist. In the end, so, I do appreciate the honesty of the telling of Andrea, the book is a good book, I mean it is very readable, it's an easy book, he does mention not only about his feelings and several happenings into his life, but he also makes some references to the world of culture, from the literature (Giuseppe Berto) to the music (he does mention about Elliott Smith) etc. etc., so it could be read by a vaste audience. On the other hand I did not find it so brilliant and neither I did consider it very pregnant standing at its contents and I'm sorry with him because of these considerations, because I find him as he was a very interesting and especially a very sensible person and I do sincerely feel empathy with him, some aspects of his life are similar to my excperiences, I do also think he did for a period of his life a job that's actually similar to what I do from since a was just a teenager, working into the human resources, but well I don't definitely feel impressed by the narration and the contents of the book. It will require you a few hours to be read, but it is not leaving you anything more than just the experience into reading it and you also in the end will consider you possibly needed a lot more than that. So I think the book it's some way self-referential, the author himself he admitted he did not want to make psychotherapy and I do think he definitely needed it. But that's because I think we everyone do need that, the analysis and considerations of him experiencing of "depression" are superficials and some way redundants, he also in the end he's easy to get himself into so-defined clichés: that's what I think, despite the fact we have also to admit that of course we don't know definitely a fuck about the life of the others. But here we have so definitely some considerations, a diary, a "memoir", that I don't know how much it could be interesting as a book, neither I do think you could consider it as it was definitely good into narrating what's actually depression. Forget it. The same author I'm sure he is looking for something else that the ending contained in the book, considering him studying about his feelings could not stop at the experiences in the content of the book and that's not only the best thing I could think about him and to anyone who is approaching to the book, but also an appreciation to the work he is making about himself and not just into writing the book. If you got some problems, then, you have to face them, don't stop and do always ask for specialists, they could really help you, we are talking about serious issues and you could really improve yourselves a lot and as consequence obtain a better lives for you and for who was eventually around you. That's not definitely bullshit: as a mental illness, depression, in every possible sense, standing at our generical definition, it's an illness like all of the others, you have to make your best to cure yourselves, but no one of us it's a specialist and a psychotherapist, they got the skills to help who does require an hand.
EttoreEttore wrote a review
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CosimoColbiCosimoColbi wrote a review
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Che io fossi o non fossi
“Ho parlato della mia malattia attribuendole un volto, un carattere, addirittura una certa fama, il nemico sfidato a un interminabile duello, noi due da sempre spalle contro spalle, e, al segnale, caricare, sparare. Sparare in eterno, in eterno voltarsi l’uno verso l’altro, me stesso verso il mio nemico, la mia malattia, e ogni volta, all’arrivo del segnale, nell’atto di voltarsi, non trovare nulla, nessun nemico, solo un campo desolato, un refolo di vento, la pistola scarica che fa un roboante, gelido clic, e perciò chiedersi se il nemico non sia stato più veloce, non abbia sparato per primo, e quel non trovare nulla non sia in realtà nient’altro che la faccia spoglia della morte”.
Romanzo sull'identità, sulla relazione paterna, sulla memoria e l'infanzia; e quindi anche testo che mostra consapevolezza filosofica sulla malattia psichica, in questo caso la depressione maggiore. L'origine di questo testo, che si può definire autofiction o biografico, ha il suo nocciolo in un articolo apparso su Doppiozero nel 2017 con il titolo di Storia della mia depressione. Averne di racconti come questo, così autentici e ben scritti, nei tempi attuali. Pomella è un intellettuale che ha avuto una vita professionale complicata e qui, nell'atto creativo, dichiara il suo debito verso alcune figure di artisti fondamentali: Giuseppe Berto con il suo Il male oscuro (il romanzo di Pomella doveva chiamarsi Il mal bianco, proprio in opposizione dialogica al capolavoro dello scrittore veneto) e con esso La cognizione di Gadda, ma anche Kafka, Bernhard e Brodkey; e poi importanti nell'influenza David Foster Wallace e il cantante Elliott Smith, simili nella sofferenza e nella genialità, entrambi vittime e al tempo stesso esploratori di quel chiarore emotivo funereo all'interno del quale sembra alla persona di non sentire assolutamente nulla, di non poter essere in alcun modo, nonostante l'evidenza interno-esterno, ancora vivo. La depressione è una guerra tra fantasmi, è la fatica di essere se stessi, una luce bianca che acceca la visione. Andrea Pomella racconta la relazione con il padre, in un capitolo che efficacemente richiama un tòpos classico in letteratura e denominato L'abbandonante e l'abbandonato: il padre lascia la madre per un'altra donna, e lei ne esce distrutta dal dolore, il figlio, per rabbia, per odio, per senso di colpa non elaborato, abbandona a sua volta il padre, lo cancella dalla propria esistenza. Sarà qui il nucleo centrale della storia della guarigione di questo testo, nel fatto che il protagonista si scopre prima di tutto padre a sua volta, e quindi aperto ad una dinamica di incontro, di ritorno, di disinfestazione e risanamento, in uno stato di souffrance leopardiana moralizzata dall'esperienza di vita. L'autore nel suo sentire descrive la vita come una parentesi misera e fugace, e noi come esseri che si illudono e credono che in realtà noi siamo, mentre la nostra condizione essenziale è non esistere, in una logica tragica. Sulla mia lingua affiorò il sapore acre di un dolore incontenibile, il peso di una morte improvvisa, la mia prima morte, piccola ma evidente. Sono pagine feroci e acute, dolenti e divertenti, ci si immedesima e si patisce. Frasi e parole, composte da Pomella con dolce inclinazione critica, dove il disamore e la disistima cambiano con il lettore in un indispensabile ribaltamento. E così, il protagonista in quella fine che è un nuovo inizio si trova tra le mani quei due compiti che per Kafka sono necessari a vivere: ”restringere il tuo cerchio sempre di più e controllare continuamente se tu stesso non ti trovi nascosto da qualche parte al di fuori del cerchio”. Mi è sembrato estremamente indicativo di questa risolutiva inclusione nel cerchio e insieme molto commovente il passaggio nel quale Pomella si chiede se al momento della ricomposizione della frattura (con il padre e con la sua ombra e il potere del rancore e la colpa) non sia proprio lui il vinto, quello che non riesca a trasformare il potere che si era dato in perdono e riparazione. Ecco, dopo aver condiviso una lettura così introspettiva, alcune emozioni si stanno ancora sedimentando, insieme a insolite impressioni e dispositivi letterari elusivi come quello che dispone che ”non si dovrebbe spiare negli occhi degli altri”. Forse, a volte, nemmeno nei propri, almeno non troppo a lungo.
“Mi angoscia perché in fondo la malattia depressiva svela ben presto ogni inganno, mette a nudo la realtà, che è sempre una realtà ammobiliata dalle nostre convinzioni. Quindi in verità non mi trovo bene nei luoghi in cui penso di stare bene. E in definitiva stare bene è una condizione fraudolenta, psichicamente falsa. La realtà «ha natura sì malvagia e ria», è come la lupa dantesca, cattiva e colpevole, non sazia mai il proprio bramoso desiderio, e dopo essersi cibata di me ha più fame di prima”.