L'uomo che voleva essere colpevole
by Henrik Stangerup
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Copenaghen, una sera qualunque, un appartamento come tanti: un uomo, dopo una lite violenta, uccide sua moglie. Una storia come tante. Ma l'azione si svolge in un prossimo futuro e in una società che molto somiglia all'ideale modello della socialdemocrazia scandinava, deformata quel che basta a renderla più universale. Lo Stato che si prende cura del bene comune «dalla culla alla tomba» si è trasformato in una gabbia di conformismo, regno del consenso e dell'eufemismo, in cui tutto è pianificato e obbligatorio, compresa la felicità. E poiché l'omicidio non è altro che insufficiente adattamento sociale, Torben, l'assassino, viene sottoposto a cure psichiatriche e rimesso in libertà. Ma contro le regole di un sistema che nega la responsabilità individuale, Torben si ostina a voler essere giudicato e punito per quel che ha fatto. “L'uomo che voleva essere colpevole” è la storia di un processo kafkiano alla rovescia: l'inutile e sempre più assurdo tentativo del protagonista di dimostrare la propria colpa, l'angosciante senso di isolamento, la spirale di dubbi, lo sfaldarsi dell'identità e della realtà stessa diventano sinonimi della condizione umana in un mondo che rifiuta la dimensione etica e si illude di delegare alla scienza la soluzione dei problemi morali. Solitari destinati a perdere nella lotta impari contro il proprio tempo, i personaggi di Stangerup, figli di Kierkegaard, preferiscono sempre e comunque prendere il rischio della loro verità e provare a essere «Quel singolo» che il filosofo danese voleva scrivere sulla sua tomba.

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GingerGinger wrote a review
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FabioFabio wrote a review
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”L’uomo che voleva essere colpevole” è la storia dello scrittore Torben e della sua disperazione per non dover pagare per l’assassinio della moglie. Torben vive a Copenhagen in una società diversa dalla nostra, degenerazione futurista della società social democratica danese o scandinava. Questa società lavora per il bene della collettività ed il singolo viene costantemente educato a questo scopo superiore. Poco valgono quindi le sue azioni o i suoi delitti a condizione che non creino il male per la collettività, per questo l’unica vera punizione è quella di non avere il diritto alla “Tessera di Mammaepapà”, cioè di non poter avere figli o non poter allevare quelli già nati a causa dei propri disturbi psichici veri o presunti. Colpevoli, Quindi, di non garantire alla società di poter formare individui in grado di inserirsi perfettamente nello schema. Tutta la vita si svolge in funzione della collettività, in grandi caseggiati, i supercondomini, sotto la guida degli Assistenti dei reparti Anti Aggressività che allenano gli uomini a sfogarsi contro manichini, proprio per scaricare, nel modo più indolore, la loro componente aggressiva.
Così Torben, frustrato da tutto questo, lui che proviene dalla ribellione degli anni ’60, uccide la moglie in un impeto d’ira, proprio quando ha la sensazione che la compagna cominci ad accettare questi criteri educativi e, dopo il periodo di riabilitazione in ospedale, viene reso libero, gli viene dato un lavoro, ma non viene ritenuto in grado di vivere con suo figlio Jesper. E’ a questo punto che inizia il suo viaggio da incubo per accampare il suo diritto alla verità, un tentativo, vano, di accampare i diritti alla propria individualità. Il romanzo espone il tema del confronto fra l’individuo e la Società-guida, una sorta di wellfare estremo ed invasivo, in una prosa claustrofobica dagli esiti narrativi un po’ scontati.