L'uomo con due vite
by Hakan Nesser
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Bramanti Maria SoleBramanti Maria Sole wrote a review
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incantata
Grazie a thrillernord.it.
Caro il mio Nesser… per un attimo ho proprio creduto che questa volta mi avresti deluso.
Mi sbagliavo!
Ho fatto un po’ fatica, all’inizio, ad appassionarmi ad Ante Valdemar Ross e, soprattutto, ad Anna…e poi mi mancavano Barbarotti ed Eva; ma ad un certo punto … puff… sono entrata nel loop di questo viaggio attraverso l’Europa e attraverso le vite e i pensieri di questi personaggi…e non sono più riuscita a lasciarli andare… sono ancora qui con me, in effetti; tutti quanti: Gunnar ed Eva, in quella locanda tedesca; Anna, in quel letto d’ospedale; Ante, davanti a quel panorama (o, se vogliamo, in quel bosco, a 12 anni, con suo padre…perché è lì che lui è stato, per tutto questo tempo).
In questo romanzo, ancora più che negli altri che ho letto, Nesser si avvicina alla poetica di Simenon: un protagonista che viene descritto dagli altri come “un bicchiere d’acqua. D’acqua tiepida”, “un divano” e che invece riesce, con le sue azioni, a sorprendere tutti quelli che lo conoscono e, con i suoi pensieri, a farsi amare e comprendere da noi lettori.
Quell’uomo infinitamente solo, sulla soglia dei sessant’anni, prende coscienza che “la vita e le nostre possibilità sono illimitate” e, diversamente da quanto fa la maggior parte delle persone, coglie queste possibilità, si lascia andare: trova uno scopo e cerca di raggiungerlo con ogni mezzo. Non lascia che la sua vita “svanisca come orme sulla sabbia bagnata”. Intorno alla storia di Ante e Anna, anche le vite di Barbarotti e Eva Backman cambiano, scorrono, si evolvono; Nesser è bravissimo a dipanare lentamente il filo che lega noi lettori a questi personaggi; impossibile non leggere “la prossima puntata”, la curiosità è troppo forte….
Ciò che mi conquista ogni volta nei romanzi di questo autore è come ti trascina nelle vite dei suoi protagonisti, facendoti quasi dimenticare che stai leggendo un thriller e poi…zac…. ecco il colpo di scena, ecco che la tua attenzione si distoglie dalla psicologia, dalle riflessioni profonde e torna a rivolgersi agli eventi.
Non è forse questa una metafora della vita?
Un’altra cosa che mi colpisce molto è il modo realistico in cui Nesser ci descrive le indagini e gli interrogatori: la soluzione arriva sempre per una serie di circostanze fortuite, quasi casuali; i testimoni sono persone normali che raccontano ciò che hanno visto con molti dubbi, chiedendosi se è davvero andata così o è solo una loro ricostruzione mentale, un ricordo acquisito.
Poi ci sono tante altre piccole cose…credo che ognuno di noi possa trovare qualcosa di sé tra queste pagine; e di sicuro Nesser scrive talmente bene (ed è ben tradotto) che è facile, davvero facile, perdersi tra le sue parole.

Cosa ho imparato:

che ci sono tanti modi per arrivare al cuore delle persone e Nesser riesce a farlo con la semplicità delle sue storie, delle vite dei suoi personaggi; che sono ‘personaggi’ solo perché li leggiamo in un libro, ma, alla fine, sono persone più reali di quelle che abbiamo intorno ogni giorno.

La mia frase preferita:

“Certe volte mi rattristi così tanto che vorrei quasi chiudere gli occhi e morire. Lo capisci?”
Nelly PepeNelly Pepe wrote a review
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Interessante e sempre avvincente, ma non all'altezza dei due precedenti.In particolare, mi è sembrato meno profondo e più sbrigativo rispetto ai primi. Nesser rimane, comunque, una lettura di grandissimo livello nel genere giallo, fin'ora il mio preferito tra gli scandinavi.
Giogio53Giogio53 wrote a review
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Trame in trasferta - 03 feb 13
Passa un anno per l’autore, ed ecco che sforna una nuova avventura del commissario italo – svedese Barbarotti. Anche se, a ben vedere, sono quasi due storie che vanno in parallelo, per poi unirsi e risolversi. Non a caso il titolo originale era “La storia del signor Ross”. E non si capisce il motivo per cui l’editor abbia deciso di cambiare titolo. Forse per dare un tono di mistero ed un taglio giallo a qualcosa che è un po’ di più? Che infatti, come ho detto parlando del libro che richiama Kim Novak, nelle storie di Nesser il giallo in quanto tale, il “thriller procedurale” o altro, prende sempre meno piede, per lasciar spazio ad altre storie. Come in questa, che per più di metà vede soltanto il buon Ante Valdemar Ross come centro della vicenda. Un sessantenne che tutti descrivono come “palla al piede”, solitario anche in mezzo alla gente, al lavoro, in casa con la moglie e le due figlie di lei. Deluso dalle pieghe della sua vita. Segnato dal ricordo del padre suicida. Ross che, ad un certo punto, trova la possibilità di cambiare vita: una forte vincita al totocalcio svedese. E lui che fa? Non dice niente a nessuno, si licenzia, e compera una casa nel bosco, dove si rifugia (nelle otto ore di presunto lavoro). Dove può cercare di comprendersi. Dove fa le cose più semplici senza doversi giustificare, con se stesso o con gli altri. Questa improvvisa libertà gli consente di guardare fuori senza ansia, di fermarsi a guardare. Ah, cosa di meglio si può fare nella vita, se non affrontare tutto con i propri tempi e non con quelli degli altri. In questo momento di rifugio, improvvisamente, irrompe un’altra vita solitaria. Quella di Anna, fuggita da una comunità di tossici, tossica anche lei (anche se non allo stadio perso). Ed anche lei con dei ritmi che mal si accordano con quelli della società. Che la giudica dura ed isolata, mentre è solo una ragazza in pena. Che, lei ventenne, stabilisce un sodalizio di scambio con il sessantenne Ross. Lei canta e lui narra storie. Con una delicatezza reciproca commovente. Ma i tossici si sa hanno storie strane alle spalle. Ed il perfido Stefan (non a caso di origine croata) la trova, la vuole portar via. Ovviamente Stefan ha la peggio, e muore. Anne e Valdemar fuggono allora, in macchina, prima al sud, poi in Danimarca, e poi in Germania. E qui entra in gioco il nostro commissario, che si è sposato con Marianne (vedi “è tutta un’altra storia alla fine”), ma si è anche rotto un piede. Ingessato, viene coinvolto nella ricerca di Valdemar dalla richiesta della di lui moglie Alice. Nessun capisce perché è scomparso. Fino a che, ma passeranno giorni, trovano il cadavere. E scatta la caccia prima a lui, poi alla coppia. Che tutti pensano siano una sorta di Bonnie & Clyde, mentre i due vorrebbero solo essere lasciati in pace. Ma nella fuga, Anne ha sbattuto la testa, e l’ematoma interno, a poco a poco, rischia di portarla all’altro mondo. Valdemar allora decide di attuare un piano, che avrà successo, per scaricare le colpe da Anne, per darle modo di uscire dal tunnel, ed altre positività, che almeno i giovani abbiano un futuro. Barbarotti, intanto, mattoncino dopo mattoncino, con l’aiuto della sua assistente Eva Backman, ricostruisce tutta la storia. Arrivando ad un passo da Valdemar. Ma senza incontrarlo mai. Il bello del romanzo è tutto qui, nei dettagli. Nella vita di Gunnar e Marianne, con i loro figli, la casa da mettere a posto, la Bibbia usata come I Ching, ed il loro amore; nei problemi familiari di Eva; nella storia della possibile “redenzione” di Anne; nella vita della cittadina inventata di Klymge; nei pensieri di Ross, nella sua lettura di un libro del rumeno Mircea Cărtărescu (autore reale, punta di spicco della Blue Jeans Generation romena degli anni Ottanta) e nelle sue meditazioni su quanto accade intorno (senza scordare un accenno criptico per molti, ma per me lampante quando parla di aborigeni, vie dei canti e non cita Chatwin). Valdemar alla fine si mostra l’unico che comprende cosa stia succedendo, e che ne interpreta anche i malori ed i disagi. A me dando comunque una chiave positiva, sulla possibilità, difficile ma reale, di essere. Di essere se stessi, e di tirar fuori lati di carattere forse scomodi agli altri, ma assolutamente, intrinsecamente, propri. Anche il mio rapporto con il libro è stato ondivago. Ho divorato l’inizio. Ho rallentato alla comparsa di Stefan. Ho tremato alla possibilità che tutto finisse male (anche se non è un libro consolatorio). Stavo per darne un giudizio sotto media, ma si è riportato in linea con un bel finale. Vediamo che uscirà fuori nelle future prove.
“Ci sono molte domande nella vita … ma solo tre importanti. Dove sei stato? Dove sei? Dove stai andando? Se sai rispondere a queste tre hai la vita nelle tue mani.” (162)
“Uno deve rendersi conto delle proprie possibilità, ma soprattutto dei propri limiti.” (216)
“lui è fatto così, un burbero orso bruno che bisogna grattare un po’ sulla pancia perché si metta, per così dire, sulla lunghezza d’onda giusta.” (313)