L'uomo con due vite
by Hakan Nesser
(*)(*)(*)(*)( )(250)

Giogio53's Review

Giogio53Giogio53 wrote a review
00
(*)(*)(*)( )( )
Trame in trasferta - 03 feb 13
Passa un anno per l’autore, ed ecco che sforna una nuova avventura del commissario italo – svedese Barbarotti. Anche se, a ben vedere, sono quasi due storie che vanno in parallelo, per poi unirsi e risolversi. Non a caso il titolo originale era “La storia del signor Ross”. E non si capisce il motivo per cui l’editor abbia deciso di cambiare titolo. Forse per dare un tono di mistero ed un taglio giallo a qualcosa che è un po’ di più? Che infatti, come ho detto parlando del libro che richiama Kim Novak, nelle storie di Nesser il giallo in quanto tale, il “thriller procedurale” o altro, prende sempre meno piede, per lasciar spazio ad altre storie. Come in questa, che per più di metà vede soltanto il buon Ante Valdemar Ross come centro della vicenda. Un sessantenne che tutti descrivono come “palla al piede”, solitario anche in mezzo alla gente, al lavoro, in casa con la moglie e le due figlie di lei. Deluso dalle pieghe della sua vita. Segnato dal ricordo del padre suicida. Ross che, ad un certo punto, trova la possibilità di cambiare vita: una forte vincita al totocalcio svedese. E lui che fa? Non dice niente a nessuno, si licenzia, e compera una casa nel bosco, dove si rifugia (nelle otto ore di presunto lavoro). Dove può cercare di comprendersi. Dove fa le cose più semplici senza doversi giustificare, con se stesso o con gli altri. Questa improvvisa libertà gli consente di guardare fuori senza ansia, di fermarsi a guardare. Ah, cosa di meglio si può fare nella vita, se non affrontare tutto con i propri tempi e non con quelli degli altri. In questo momento di rifugio, improvvisamente, irrompe un’altra vita solitaria. Quella di Anna, fuggita da una comunità di tossici, tossica anche lei (anche se non allo stadio perso). Ed anche lei con dei ritmi che mal si accordano con quelli della società. Che la giudica dura ed isolata, mentre è solo una ragazza in pena. Che, lei ventenne, stabilisce un sodalizio di scambio con il sessantenne Ross. Lei canta e lui narra storie. Con una delicatezza reciproca commovente. Ma i tossici si sa hanno storie strane alle spalle. Ed il perfido Stefan (non a caso di origine croata) la trova, la vuole portar via. Ovviamente Stefan ha la peggio, e muore. Anne e Valdemar fuggono allora, in macchina, prima al sud, poi in Danimarca, e poi in Germania. E qui entra in gioco il nostro commissario, che si è sposato con Marianne (vedi “è tutta un’altra storia alla fine”), ma si è anche rotto un piede. Ingessato, viene coinvolto nella ricerca di Valdemar dalla richiesta della di lui moglie Alice. Nessun capisce perché è scomparso. Fino a che, ma passeranno giorni, trovano il cadavere. E scatta la caccia prima a lui, poi alla coppia. Che tutti pensano siano una sorta di Bonnie & Clyde, mentre i due vorrebbero solo essere lasciati in pace. Ma nella fuga, Anne ha sbattuto la testa, e l’ematoma interno, a poco a poco, rischia di portarla all’altro mondo. Valdemar allora decide di attuare un piano, che avrà successo, per scaricare le colpe da Anne, per darle modo di uscire dal tunnel, ed altre positività, che almeno i giovani abbiano un futuro. Barbarotti, intanto, mattoncino dopo mattoncino, con l’aiuto della sua assistente Eva Backman, ricostruisce tutta la storia. Arrivando ad un passo da Valdemar. Ma senza incontrarlo mai. Il bello del romanzo è tutto qui, nei dettagli. Nella vita di Gunnar e Marianne, con i loro figli, la casa da mettere a posto, la Bibbia usata come I Ching, ed il loro amore; nei problemi familiari di Eva; nella storia della possibile “redenzione” di Anne; nella vita della cittadina inventata di Klymge; nei pensieri di Ross, nella sua lettura di un libro del rumeno Mircea Cărtărescu (autore reale, punta di spicco della Blue Jeans Generation romena degli anni Ottanta) e nelle sue meditazioni su quanto accade intorno (senza scordare un accenno criptico per molti, ma per me lampante quando parla di aborigeni, vie dei canti e non cita Chatwin). Valdemar alla fine si mostra l’unico che comprende cosa stia succedendo, e che ne interpreta anche i malori ed i disagi. A me dando comunque una chiave positiva, sulla possibilità, difficile ma reale, di essere. Di essere se stessi, e di tirar fuori lati di carattere forse scomodi agli altri, ma assolutamente, intrinsecamente, propri. Anche il mio rapporto con il libro è stato ondivago. Ho divorato l’inizio. Ho rallentato alla comparsa di Stefan. Ho tremato alla possibilità che tutto finisse male (anche se non è un libro consolatorio). Stavo per darne un giudizio sotto media, ma si è riportato in linea con un bel finale. Vediamo che uscirà fuori nelle future prove.
“Ci sono molte domande nella vita … ma solo tre importanti. Dove sei stato? Dove sei? Dove stai andando? Se sai rispondere a queste tre hai la vita nelle tue mani.” (162)
“Uno deve rendersi conto delle proprie possibilità, ma soprattutto dei propri limiti.” (216)
“lui è fatto così, un burbero orso bruno che bisogna grattare un po’ sulla pancia perché si metta, per così dire, sulla lunghezza d’onda giusta.” (313)
Giogio53Giogio53 wrote a review
00
(*)(*)(*)( )( )
Trame in trasferta - 03 feb 13
Passa un anno per l’autore, ed ecco che sforna una nuova avventura del commissario italo – svedese Barbarotti. Anche se, a ben vedere, sono quasi due storie che vanno in parallelo, per poi unirsi e risolversi. Non a caso il titolo originale era “La storia del signor Ross”. E non si capisce il motivo per cui l’editor abbia deciso di cambiare titolo. Forse per dare un tono di mistero ed un taglio giallo a qualcosa che è un po’ di più? Che infatti, come ho detto parlando del libro che richiama Kim Novak, nelle storie di Nesser il giallo in quanto tale, il “thriller procedurale” o altro, prende sempre meno piede, per lasciar spazio ad altre storie. Come in questa, che per più di metà vede soltanto il buon Ante Valdemar Ross come centro della vicenda. Un sessantenne che tutti descrivono come “palla al piede”, solitario anche in mezzo alla gente, al lavoro, in casa con la moglie e le due figlie di lei. Deluso dalle pieghe della sua vita. Segnato dal ricordo del padre suicida. Ross che, ad un certo punto, trova la possibilità di cambiare vita: una forte vincita al totocalcio svedese. E lui che fa? Non dice niente a nessuno, si licenzia, e compera una casa nel bosco, dove si rifugia (nelle otto ore di presunto lavoro). Dove può cercare di comprendersi. Dove fa le cose più semplici senza doversi giustificare, con se stesso o con gli altri. Questa improvvisa libertà gli consente di guardare fuori senza ansia, di fermarsi a guardare. Ah, cosa di meglio si può fare nella vita, se non affrontare tutto con i propri tempi e non con quelli degli altri. In questo momento di rifugio, improvvisamente, irrompe un’altra vita solitaria. Quella di Anna, fuggita da una comunità di tossici, tossica anche lei (anche se non allo stadio perso). Ed anche lei con dei ritmi che mal si accordano con quelli della società. Che la giudica dura ed isolata, mentre è solo una ragazza in pena. Che, lei ventenne, stabilisce un sodalizio di scambio con il sessantenne Ross. Lei canta e lui narra storie. Con una delicatezza reciproca commovente. Ma i tossici si sa hanno storie strane alle spalle. Ed il perfido Stefan (non a caso di origine croata) la trova, la vuole portar via. Ovviamente Stefan ha la peggio, e muore. Anne e Valdemar fuggono allora, in macchina, prima al sud, poi in Danimarca, e poi in Germania. E qui entra in gioco il nostro commissario, che si è sposato con Marianne (vedi “è tutta un’altra storia alla fine”), ma si è anche rotto un piede. Ingessato, viene coinvolto nella ricerca di Valdemar dalla richiesta della di lui moglie Alice. Nessun capisce perché è scomparso. Fino a che, ma passeranno giorni, trovano il cadavere. E scatta la caccia prima a lui, poi alla coppia. Che tutti pensano siano una sorta di Bonnie & Clyde, mentre i due vorrebbero solo essere lasciati in pace. Ma nella fuga, Anne ha sbattuto la testa, e l’ematoma interno, a poco a poco, rischia di portarla all’altro mondo. Valdemar allora decide di attuare un piano, che avrà successo, per scaricare le colpe da Anne, per darle modo di uscire dal tunnel, ed altre positività, che almeno i giovani abbiano un futuro. Barbarotti, intanto, mattoncino dopo mattoncino, con l’aiuto della sua assistente Eva Backman, ricostruisce tutta la storia. Arrivando ad un passo da Valdemar. Ma senza incontrarlo mai. Il bello del romanzo è tutto qui, nei dettagli. Nella vita di Gunnar e Marianne, con i loro figli, la casa da mettere a posto, la Bibbia usata come I Ching, ed il loro amore; nei problemi familiari di Eva; nella storia della possibile “redenzione” di Anne; nella vita della cittadina inventata di Klymge; nei pensieri di Ross, nella sua lettura di un libro del rumeno Mircea Cărtărescu (autore reale, punta di spicco della Blue Jeans Generation romena degli anni Ottanta) e nelle sue meditazioni su quanto accade intorno (senza scordare un accenno criptico per molti, ma per me lampante quando parla di aborigeni, vie dei canti e non cita Chatwin). Valdemar alla fine si mostra l’unico che comprende cosa stia succedendo, e che ne interpreta anche i malori ed i disagi. A me dando comunque una chiave positiva, sulla possibilità, difficile ma reale, di essere. Di essere se stessi, e di tirar fuori lati di carattere forse scomodi agli altri, ma assolutamente, intrinsecamente, propri. Anche il mio rapporto con il libro è stato ondivago. Ho divorato l’inizio. Ho rallentato alla comparsa di Stefan. Ho tremato alla possibilità che tutto finisse male (anche se non è un libro consolatorio). Stavo per darne un giudizio sotto media, ma si è riportato in linea con un bel finale. Vediamo che uscirà fuori nelle future prove.
“Ci sono molte domande nella vita … ma solo tre importanti. Dove sei stato? Dove sei? Dove stai andando? Se sai rispondere a queste tre hai la vita nelle tue mani.” (162)
“Uno deve rendersi conto delle proprie possibilità, ma soprattutto dei propri limiti.” (216)
“lui è fatto così, un burbero orso bruno che bisogna grattare un po’ sulla pancia perché si metta, per così dire, sulla lunghezza d’onda giusta.” (313)