L'uomo di Kiev
by Bernard Malamud
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Basato su una vicenda realmente accaduta, L’uomo di Kiev è la storia di uno sconcertante caso giudiziario. È il 1911 e la Russia zarista è attraversata da frequenti scoppi di violenza antisemita. Yakov Bok è un ebreo che si guadagna da vivere come tuttofare; lasciato dalla moglie, cerca fortuna nell... More

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AK-47AK-47 wrote a review
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Spoiler Alert
Nel vortice della Storia, suo malgrado
Yakov Bok è un giovane ebreo di uno Shtetl (villaggio rurale abitato solo da ebrei) ucraino, dalla vita grama: è povero, si arrangia con lavoretti vari ed è stato lasciato dalla moglie per un goy (non ebreo), dopo 6 anni di matrimonio senza figli. Un giorno decide di lasciare il villaggio e andare a Kiev, a cercare fortuna: ma invece di risiedere nel quartiere in cui gli ebrei sono confinati, si avventura, clandestinamente, in un’altra zona della città, dove il caso vuole che salvi la vita a un ricco antisemita, al quale nasconde la sua vera identità. Questi lo prende in simpatia e, avendone constatata la bravura, gli affida un ruolo di contabile nella sua azienda di mattoni, il che attira su Yakov i sospetti e le ire del disonesto capocantiere. Sfortuna vuole che la vera identità di Yakov e la sua appartenenza etnica vengano fuori proprio quando viene rinvenuto cadavere un bambino del luogo, ucciso brutalmente a coltellate: Yakov, innocente, è però il colpevole perfetto, in un momento storico (è il 1911) in cui le forze reazionarie puntano a catalizzare l’odio popolare sulle minoranze per cancellare le concessioni democratiche che lo zar ha dovuto fare all’indomani dei moti del 1905. Yakov è arrestato, incarcerato per un lunghissimo periodo, in base ad accuse risibili, in condizioni durissime, al fine di estorcergli la confessione, perché al processo forse, neppure una giuria prezzolata avrebbe il coraggio di condannarlo.
Secondo, celeberrimo romanzo di Malamud che leggo, dopo “Il Commesso”, diversissimo da quest’ultimo per ambientazione e per toni: là l’America dell’immediato dopoguerra, qui la Russia zarista. In comune, le due opere hanno la centralità del motivo della sofferenza e della riflessione sulla sofferenza: un’esperienza che pare un ineludibile destino del popolo ebraico nel suo insieme e del singolo ebreo. Yakov Bok, che fisicamente non sembra neppure un ebreo, come si sottolinea spesso nel libro e che si dichiara fieramente “libero pensatore” e ateo, gradualmente arriva a darsi ragione della propria sofferenza spiegandosela come un destino comune della sua gente, al quale, volente o nolente, non può sottrarsi: lui non è+ un atomo avulso dal contesto sociale, è parte di una comunità con un preciso ruolo storico (e metastorico, per i credenti) e la sua appartenenza alla comunità spiega e dà un senso al suo destino personale. Quattro stelle.
SospiroSospiro wrote a review
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Mauro MarconiMauro Marconi wrote a review
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enfant terribleenfant terrible wrote a review
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"IO NON SONO UN RELIGIOSO MA UN LIBERO PENSATORE"
Non dico che siamo davanti al personaggio del processo di Kafka, ma anche qui succede che: «Qualcuno doveva aver calunniato Yakov Bok, perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato»
Questa è la storia vera di un' ebreo - ucraino, (Mendel Beilis) nella Russia degli zar, (1911), nella Russia antisemita, dei distintivi delle centurie nere, dei pogrom devastanti verso minoranze religiose. Qui è l' aggiustatutto Yakov Bok, l' agnello sacrificale, quello che deve pagare per tutti i giudei, il Cristo in croce dei cristiani. Gli ebrei e la Torah, il Talmud, la Kabbalah, questa religione che qui sarà presa di mira, nell' ignoranza e nella superstizione.
È stato un lottare insieme a questo uomo, semplice, povero, sfortunato, che per mestiere aggiustava tutto, ma che rompeva tutto quello che nella vita toccava. Aveva commesso errori e pagati con interessi da usuraio. Legge Spinoza il mio amico, (eggià, qualche personaggio, alla fine, rimane mio amico ,) e attraverso il pensiero illustre si convince che: "Se dio esisteva, dopo aver letto Spinoza aveva chiuso bottega ed era diventato un' idea ."
È stato essere in quella cella, ascoltare i suoi pensieri, assistere ai suoi incubi, deliri. Sentirlo maledire la sua vita, la sua partenza dallo Shtetl, per una vita meno povera.
Trovare la forza di non mollare, perdere la cognizione del tempo, sentirlo parlare con le ombre, sentire le sue ossa scricchiolare nelle catene.
Come sempre, tra le dita che hanno voltato le pagine, ti rimane lo schifo degli uomini, la disonestà mentale. Il potere che tenta di distruggere, il potere che si serve di altra gente ignobile per compiere ingiustizie.
Arrivare alla fine, e........ Chissà.
Qualcuno dice a Yakov di pregare, di chiedere aiuto a dio: "Come può ascoltare e aiutare me se non l' ha fatto con suo figlio?".
Già, Yakov, già.
SUN50SUN50 wrote a review
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“In chains all that was left of freedom was life, just existence; but to exist without choice was the same as death.”(con TRADUZIONE) – Cat. 23 Reading Challenge - un libro con un uccello in copertina
In this National Book Award and Pulitzer Prize winner, Bernard Malamud presents a fictionalized account of a notorious anti-Semitic incident, the arrest and eventual trial, following a great outcry in the West, of Mendel Beilis in pre-Revolutionary Kiev. Beilis was accused of murdering a Christian boy, despite evidence pointing toward the boy's own mother. After being held from 1911 to 1913, he was finally brought to trial, where he was exonerated.
In this novel the protagonist is Yakov Bok, a nominally Jewish handyman ("fixer")--nominally because he has abandoned his Jewish beliefs for a Spinoza influenced kind of "free thinking"--leaves his village after being cuckolded by his wife. Eventually ending up in Kiev, he one day comes upon a man collapsed in the street and decides to help him, despite noticing that he is wearing a Black Hundreds pin (symbol of a vicious anti-Semitic organization). The man, who turns out to be a local merchant who was merely drunk, offers Yakov a job managing his brickyard, not realizing that he is Jewish. Yakov accepts, despite much trepidation, goes to work under an assumed name, Yakov Ivanovitch Dologushev, and moves into an apartment in an area forbidden to Jews.
Once on the job he runs afoul of : the merchant's daughter, whose sexual advances he deflects; local boys, who he he chases out of the factory yard; and the employees, who he warns about stealing bricks. These seemingly petty disagreements prove to have disastrous results when a local boy is found murdered, stabbed repeatedly and drained of blood. Yakov, who the authorities have discovered is Jewish, is accused of committing the murder as a form of ritual killing to harvest Christian blood for use in some imagined rites for Passover celebration :
“The ritual murder is meant to re-enact the crucifixion of our dear Lord. The murder of Christian
children and the distribution of their blood among Jews are a token of their eternal enmity against
Christendom, for in murdering the innocent Christian child, they repeat the martyrdom of Christ.”
The victim is one of the boys that Yakov had chased, and both daughter and fellow employees are only too willing to give false testimony against him. The initial prosecutor assigned to the case is relatively friendly, and obviously skeptical about this theory of the case, but he does not last long.
His rivals and replacements try with great brutality to wring a confession from Yakov. In part, they are motivated by an understanding that the evidence they have against him is terribly inadequate : they are determined to keep the case from going to trial. Yakov, on the other hand, recognizes that he if he can just get to a courtroom he has a chance to clear himself, and Jews generally, of this blood libel. There follows a harrowing, years-long, battle of wills, in which Yakov takes on truly heroic dimensions : a simple, non-political, nonbeliever, is transformed before our eyes into a powerful symbol of resistance to Antisemitism, injustice, tyranny and hatred. By the end of the story he resembles nothing so much as one of the Titans--an Atlas holding the weight of the world on his own shoulders; a Prometheus, having his innards picked out by carrion birds every day; or a Sisyphus, futilely pushing a boulder up a hill every day, only to have it roll back down every night. Yakov too seems sentenced by God to bear a punishment for all mankind, and he too bears up under it with superhuman strength and transcendent nobility. Superficially then it seems to resemble an existentialist novel, but Yakov derives his strength, and the story derives its universality and its power, from his determination to prove his innocence, a determination which would not matter to an existentialist.
Through the culture-consuming hegemony of the movies, Malamud is today best remembered for The Natural, but The Fixer is the book upon which his reputation should rest. It is a great novel; one that deserves a place on the shelf with the works of George Orwell, Aleksandr Solzhenitsyn, Arthur Koestler, and the other great novelists of the Twentieth Century whose theme was the struggle of the individual against the machinations of the State and against the soul-destroying ideological pathologies which under-gird totalitarian states.

TRADUZIONE

In questo libro, vincitore del “National Book Award” e del “Pulitzer Prize”, Bernard Malamud presenta un resoconto fittizio di un famigerato incidente antisemita, l'arresto e l'eventuale processo,dopo un grande clamore in Occidente, di Mendel Beilis nella Kiev pre-rivoluzionaria. Beilis è stato accusato dell'omicidio di un ragazzo cristiano, nonostante le prove indicassero la madre del ragazzo. Dopo essere stato trattenuto dal 1911 al 1913, fu finalmente portato in tribunale, dove fu assolto. In questo romanzo il protagonista è Yakov Bok, un tuttofare “nominalmente”ebreo. Nominalmente perché ha abbandonato il suo credo ebraico per una sorta di ”libero pensiero” influenzato da Spinoza -Lascia il suo villaggio dopo essere stato tradito e abbandonato dalla moglie. Finendo a Kiev, un giorno si imbatte in un uomo crollato per strada e decide di aiutarlo, nonostante si sia accorto che indossa una spilla nera (simbolo di una feroce organizzazione antisemita). L'uomo, che si rivela essere un mercante locale che era semplicemente ubriaco, offre a Yakov un lavoro di gestione della sua fabbrica di mattoni, senza rendersi conto che è ebreo. Yakov accetta, nonostante molta trepidazione, di andare a lavorare sotto falso nome, Yakov Ivanovitch Dologushev, esi trasferisce in un appartamento in una zona vietata agli ebrei.
Una volta al lavoro si scontra con: la figlia del mercante, di cui devia le avance sessuali; i ragazzi del posto, che insegue fuori dal cortile della fabbrica; e gli impiegati, che mette in guardia contro il furto di mattoni. Questi apparentemente piccoli disaccordi si rivelano disastrosi quando un ragazzo del posto viene trovato assassinato, pugnalato ripetutamente e prosciugato del sangue. Yakov, che le autorità hanno scoperto essere ebreo, è accusato di aver commesso l'omicidio in forma rituale per raccogliere il sangue cristiano da utilizzare inalcuni riti immaginari per la celebrazione della Pasqua ebraica:
“L'omicidio rituale ha lo scopo di rimettere in scena la crocifissione del nostro caro Signore. L'assassinio di bambini Cristiani e la distribuzione del loro sangue tra gli ebrei sono un segno della loro eterna inimicizia nei confronti dei
Cristianità, perché nell'uccidere il bambino cristiano innocente, ripetono il martirio di Cristo.”
La vittima è uno dei ragazzi che Yakov aveva inseguito, e sia la figlia che i colleghi sono troppo disposti a dare false testimonianze contro di lui. L’iniziale magistrato assegnato al caso è relativamente amichevole, e ovviamente scettico su questa teoria del caso, ma non dura a lungo.
I suoi rivali e i suoi sostituti cercano con grande brutalità di strappare una confessione a Yakov. In parte, sono motivati dalla consapevolezza che le prove che hanno contro di lui sono terribilmente inadeguate: sono determinati a impedire che il caso vada in giudizio. Yakov, d'altra parte, riconosce che se riesce ad arrivare in un'aula di tribunale ha la possibilità di liberare se stesso, e gli ebrei in generale, da questa calunnia. Segue una straziante, lunga anni, battaglia di volontà, in cui Yakov assume dimensioni veramente eroiche: un semplice, non politico, non credente, si trasforma davanti ai nostri occhi in un potente simbolo di resistenza all'antisemitismo, all'ingiustizia, alla tirannia e all'odio. Alla fine della storia non assomiglia a niente di più di uno dei Titani: un Atlante che tiene sulle spalle il peso del mondo; un Prometeo, che ogni giorno si fa strappare le viscere da uccellini cariatidi; o un Sisifo, che ogni giorno spinge inutilmente un masso su una collina, per poi farlo rotolare giù ogni notte. Anche Yakov sembra condannato da Dio a sopportare una punizione per tutta l'umanità, e anche lui la sopporta con una forza sovrumana e una nobiltà trascendente. Superficialmente allora sembra un romanzo esistenzialista, ma Yakov trae la sua forza, e la storia deriva la sua universalità e il suo potere, dalla sua determinazione a dimostrare la sua innocenza, una determinazione che non avrebbe importanza per un esistenzialista. Attraverso l'egemonia culturale dei film, Malamud è oggi meglio ricordato per The Natural, ma The Fixer è il libro su cui dovrebbe basarsi la sua reputazione. È un grande romanzo, che merita un posto sullo scaffale con le opere di George Orwell, Aleksandr Solzhenitsyn, Arthur Koestler, e degli altri grandi romanzieri del Novecento il cui tema era la lotta dell'individuo contro le macchinazioni dello Stato e contro le patologie ideologiche distruttive dell'anima che sottendono gli stati totalitari.
sandro'ssandro's wrote a review
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Cupo, ossessionante, ossessivo e delirante all’estremo. Eppure anche pieno di luce e di bellezza, pieno di amore per la vita e per l’uomo.
Un Malamud ancora più “solito” del solito, dove l’uomo viene ridotto a brandelli, umiliazione dietro umiliazione, buio su buio, fino all’onirico finale illuminato da una esplosiva luce di speranza.
Il tema centrale è quello solito: l’ebraismo nelle sue mille sfaccettature, visto dall’ebreo ma questa volta anche e soprattutto dall’altro, dal cristiano. Sorprende, a tratti, questa commistione tra l’ebraismo e il cristianesimo, quasi che Malamud voglia cogliere quei numerosi punti di contatto, quelle fonti in comune che rendono le due regioni uno lo specchio dell’altro. Attraverso questo viaggio nel contrasto tra le due religioni, Malamud evidenzia una ineluttabilità, una predestinazione nell’uomo e nella sua vita terrestre.

“ Tutti siamo nella storia, questo è sicuro, ma alcuni ci son dentro
più degli altri. Gli ebrei, più della maggioranza.”

Non cercate nella lettura dell’Uomo di Kiev segni esteriori di pentimento, di concessioni né al contrario segni di rinuncia, di debolezza. L’ostinazione di Yakov a professare la sua innocenza non solo davanti alle promesse e le sirene, ma anche dopo le violenze e le barbarie immense tanto da apparire paradossali e, a tratti, fumettistiche, questa ostinazione ha sua bellezza che risponde principalmente alla sete di giustizia che impossessa l’accusato e tutti noi che seguiamo le sue vicende, che è propria e naturale dell’uomo.
Una lettura per buona parte immersa nell’aria soffocante di una prigione e circondata di personaggi abbruttiti dalla condizione umana ma soprattutto dalle consuetudini, dagli idealismi, forse anche dalle paure che la religione riesce ad infondere nel credente.
Chi si approccia alla lettura lo sappia: non c’è luce, non c’è speranza. Eppure tutto sopravvive.

"Dormite, ora, senza nessun timore per la vostra vita, e se mai uscirete di prigione, ricordatevi che lo scopo della libertà è di creare la libertà per gli altri."
paolompaolom wrote a review
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