La ballata di Adam Henry
by Ian McEwan
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"Divino distacco, diabolica perspicacia": cosi si mormora negli ambienti giudiziari londinesi a proposito di Fiona Maye, giudice dell'Alta Corte britannica in servizio presso la litigiosa Sezione Famiglia. Sposata da trentacinque anni con lo stesso uomo e senza figli, il giudice Maye ha dedicato tutta la sua carriera alla composizione di dissidi sanguinosi spesso giocati nella carne di chi un tempo si è amato. Battaglie feroci per l'affidamento di figli non più condivisi, baruffe patrimoniali, esplosioni d'irrazionalità cui il giudice Maye oppone un paziente esercizio di misura e sobrietà nella convinzione di "poter restituire ragionevolezza a situazioni senza speranza". I casi su cui è chiamata a pronunciarsi popolano i giorni e ossessionano le notti di Fiona, calcandone la coscienza. Forse la rendono più sfuggente, distratta. Sarà dunque a questo che si deve l'oltraggiosa richiesta di suo marito Jack? "Ho bisogno di una bella storia passionale", un "ultimo giro" extraconiugale con la ventottenne Melanie, esperta di statistica. Umiliata, ferita, "abbandonata agli albori della vecchiaia", Fiona cerca rifugio, come d'abitudine, nel caso successivo. È quello di Adam Henry, violinista dilettante, poeta in erba, diciassette anni e nove mesi, troppo pochi per decidere autonomamente della propria vita o della propria morte. Adam è affetto da una forma aggressiva di leucemia che richiede trattamento immediato.

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Temi profondi, lettura veloce
Ho iniziato con curiosità e desiderosa di continuare questo romanzo (breve) di Ian McEwan che credevo recente e invece ha già sette anni.
Scritto con prosa semplice, chiara, precisa (anche se forse non così innovativa come ci si aspetterebbe dall’autore), mi ha incuriosito mentre seguivo le mosse della protagonista, alle prese con un banale ma importante problema famigliare, inframmezzato dai casi giudiziari di cui deve occuparsi per lavoro.
Poi, all’incirca a un terzo delle pagine, quando ormai si era precisato il nodo intorno al quale si sarebbe svolta tutta la storia, ho avuto come un déjà vu (sì, un francesissimo déjà vu) e ho ricordato un film che avevo visto tempo fa: The Children Act – Il verdetto.
Il titolo del film ricalca fedelmente il titolo originale del libro (a parte l’aggiunta avvocatesca tutta italiana) e si riferisce una legge del Parlamento inglese tesa a garantire e promuovere il benessere dei minori. E altrettanto fedele, da un certo punto in poi, è lo svolgimento della trama, così che sconsiglio vivamente la visione se qualcuno volesse prima leggere il libro: non perché il film sia brutto o fatto male, tutt’altro, visto che può godere anche dell’interpretazione di Emma Thompson e di un attore che a me piace molto, Stanley Tucci. È solo che, avendo visto il film, da un certo punto in poi la storia è tutto un déjà vu (appunto, di nuovo), con la sensazione che il romanzo parli di qualcosa di già visto, sentito, ripetuto.
Giudizio ingeneroso, perché in realtà McEwan riesce a tratteggiare sia le complicate vicende giudiziarie cui va incontro nel suo lavoro la protagonista, giudice dell'Alta Corte britannica presso la sezione Famiglia, sia le altalenanti, complesse emozioni che la tormentano quando è costretta improvvisamente a fare i conti con una vita diversa da quella immaginata e razionale, ed è messa a confronto con qualcuno che ancora di più la spinge a mettere in discussione le sue certezze.
Nonostante la fama di giudice dal “divino distacco, diabolica perspicacia” che l’ha circondata fino alle prime pagine del libro, Fiona Maye, infatti, si scopre incerta, improvvida nelle decisioni personali da prendere tanto quanto è sicura di quelle professionali, ondeggiante nei sentimenti e nelle sensazioni, insomma, una persona come tante, alla fine, anche se ciò che deve affrontare ogni giorno e di più ancora sul finale, non è certo quotidiano.
Mi rendo conto che sto parlando sempre di lei, di Fiona Maye, e altro ci sarebbe ancora da dire su questo personaggio ben riuscito, appassionato di musica e di poesia, coscientemente dedita alla legge come mare sicuro e controllato in cui muoversi, eppure precipitata nel “caos confuso dei sentimenti”, al quale tenta di opporsi con la prospettiva razionale che lei così bene incarna.
Così, se un difetto possiamo trovare in questa storia, è lo scarso spazio dato ad altri protagonisti: il marito, che pure possiamo indovinare nei brevi, precisi tratti con cui viene presentato; i genitori del ragazzo, Testimoni di Geova, di cui a stento conosciamo i pensieri e dei quali sarebbe stato bello sentire la voce, anche condita di fanatismo religioso; ma soprattutto lui, l’Adam del titolo, che ci è presentato soltanto attraversi i (brevi, significativi) incontri che ha con Fiona, sempre però visti con gli occhi di lei o attraverso o colloqui tra i due.
Ne risulta una storia che avrei preferito più equilibrata, non concentrata solo sulla vita (per certi versi ordinaria, tranquilla, sofisticata, a tratti piagnucolante) di lei, ma anche su quella (per certi versi, invece, strana, aliena, disperata e romantica) di Adam.
Nel complesso, tuttavia, un romanzo apprezzabile, benissimo scritto, che con apparente semplicità offre l’occasione per molte riflessioni anche importanti: il conflitto tra religione e legge, ad esempio. E qui viene in mente il mito di Antigone, dove è la religione a indicare alla protagonista la strada più “naturale”, cioè il dare sepoltura ai propri famigliari anche contro la legge, mentre nel romanzo è la legge (il “Children Act” del titolo inglese) a certificare l’inattendibilità della scelta religiosa in atto.
Oppure si può riflettere sugli interrogativi che toccano un giudice, costretto ogni volta a chiedersi se si muove correttamente sia dal punto di vista professionale che da quello personale. Magari per accorgersi che la risposta è tutt’altro che semplice e che spesso ciò che appare guidato dalla propria dirittura morale può avere conseguenze inaspettate e non volute.
PappecePappece wrote a review
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Cerebrale
Perché un libro come questo, che ha tutti gli elementi giusti, al posto giusto, e con la scrittura (indovinato) giusta non ti colpisce, non ti lascia il segno? Ti scivola addosso, insomma?
Me lo sto chiedendo da quando l'ho chiuso, rimanendo a guardarlo interrogativo, quasi parlandogli come nell'immortale dialogo tra Marina Confalone e la lavastoviglie in un film di Luciano De Crescenzo. Hai tutto, cosa ti manca per funzionare bene?
Azzardo una risposta. Troppi quadri, in questa galleria. Troppe storie, tutte drammatiche, equamente divise tra quelle oggetto della vita professionale dalla protagonista, un'apprezzata giudice londinese che ha fatto della misura e del distacco emotivo il suo dogma, e quelle che invece riguardano le persone in carne e ossa - se si può dire così - coinvolte in primo piano nella narrazione.
E cioè, fondamentalmente, la nostra giudice, suo marito ed il giovane, romantico, irrequieto, irrisolto Adam Henry.
E qui mi fermo, perché ogni parola in più sulla trama sarebbe un evidentissimo e imperdonabile spoiler.
Tutte queste storie non si fondono, non colpiscono, restano mero resoconto, narrazioni confinanti (una finisce, l'altra inizia), così che l'unica che meriterebbe un approfondimento maggiore - il rapporto tra la giudice e il ragazzo - non conosce sfumature. E' subito chiara, evidente, immediata. Telefonata, per usare terminologia calcistica.
Posso solo aggiungere che, secondo me, questo romanzo andrebbe studiato nelle facoltà di giurisprudenza. Ancor più, dovrebbero leggerlo i giovani che aspirano a diventare magistrati e, ancor più, quelli che magistrati già lo sono.
Perché parla del luogo più misterioso, impervio, oscuro e complesso che esista nella vita di chi svolge questa meravigliosa e terribile professione: il posto di confine tra il giudice e l'uomo, tra la toga e l'essere umano che la indossa.
Luogo di contraddizioni, di paure, di timori, di errori,: e, soprattutto, di dilemmi spesso irrisolvibili e invariabilmente tragici, come ben sa la protagonista.
E' per questo che non si può dare un voto negativo a chi ha provato ad affrontare con la sola, modesta arma bianca del romanzo, della scrittura, un avversario così forte, barricato dietro le alte mura del potere del dubbio, come la difficoltà di trovare la giusta distanza quando devi giudicare della vita degli altri.
BallerinaBallerina wrote a review
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PassionePassione wrote a review
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AK-47AK-47 wrote a review
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Spoiler Alert
una storia un po' scontata
Secondo romanzo di Mc Ewan che leggo. Rispetto a "Cortesie per gli ospiti", del quale mi aveva colpito l'atmosfera di malvagità aleggiante e di sottile inquietudine, questo è stata una parziale delusione: una storia di buoni sentimenti, pur triste e malinconica, simile a tante altre che s'incontrano sugli scaffali delle librerie e che tanto favore riscuotono presso il pubblico. Manca qui quella descrizione, un po' compiaciuta, della cattiveria, che ho trovato nella precedente lettura e che, dai commenti altrui, intuisco essere un po' la caratteristica saliente di questo autore. La vicenda, ambientata nella Londra del 2014, è quella di un caso di coscienza che una giudice dell'Alta Corte si trova ad affrontare, a 59 anni e con un matrimonio che è appena entrato in crisi: il figlio quasi maggiorenne di una coppia di Testimoni di Geova, malato di leucemia e bisognoso di una trasfusione, che, in obbedienza ai precetti della sua Chiesa, rifiuta di sottoporsi alla cura. La giudice salverà la vita al ragazzo, dopo essere andata a trovarlo in ospedale e avergli fatto comprendere che la vita vale la pena di essere vissuta e che la religione che si oppone a questo non vale nulla. Mesi dopo, il ragazzo verrà a cercarla e le scriverà lettere, esternandole tutta la sua ammirazione e, di fatto, innamorandosene. Lei, però, dopo un'iniziale esitazione, sceglie di non dare corso alla cosa e continuare la sua solita, pur insoddisfacente e grigia vita (tutta incentrata sul lavoro). Qualche settimana dopo apprenderà che il ragazzo, nel frattempo divenuto maggiorenne, di fronte alla necessità di una nuova trasfusione, ha scelto di lasciarsi morire.
Arrivo comunque a dare la stentata sufficienza al romanzo perché mi piace lo stile di McEwan, soprattutto il modo in cui rende conto dei pensieri dei suoi personaggi, molto diretto e circostanziato.
Lady LibroLady Libro wrote a review
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Diciamocela tutta: Ian McEwan scrive bene. Forse troppo bene. In una maniera minuziosa e quasi maniacale, oserei dire. E questo romanzo ne è una prova lampante.
Si vede quando l’autore ci ha messo cura e dedizione nel raccogliere e narrare particolari legati a processi e vicende giudiziarie, cardine di gran parte della vicenda raccontata. Tanto di cappello, non c’è che dire.
Il problema è che questa perfezione, quasi immediatamente dopo poche parole, stanca. Annoia. Irrita, perfino.
Lascia da parte una premessa (il rapporto fra una donna giudice e un ragazzo Testimone di Geova che rifiuta una trasfusione di sangue che potrebbe salvarlo dalla leucemia) che di primo acchito sembrava molto profonda. Non vedevo l’ora di assaporare tutto e ciò e di lasciarmi coinvolgere.
E invece mi tocca leggere 199 pagine (faticosamente finite in tre mesi, ci tengo a sottolineare) di processi, sentenze, accuse e verdetti totalmente a caso e spesso non attinenti allo svolgimento della trama, che mi hanno seccata, tediata e stancata parecchio.
Oltretutto coadiuvati da un linguaggio utilizzato dall’autore molto tecnico, arzigogolato, complesso e densissimo di metafore che tante volte ho faticato a comprendere, dovendo rileggere le stesse frasi più di una volta.
McEwan caro, volevi far vedere quanto sei figo nello scrivere e nel riportare fedelmente la vita reale, in questo caso nel contesto giuridico? Bravissimo, ci sei riuscito.
Ma non aspettarti che certe persone semplici come me, che amano le narrazioni fluide e senza troppe descrizioni, riescano ad apprezzarti.
Volevi parlare di processi su processi per caratterizzare al meglio il personaggio di Fiona, il giudice protagonista, mostrando quanto fosse coinvolta e integerrima nel suo lavoro e quanto questo incidesse sulla sua vita privata rendendola una donna severa, quasi fredda e scostante?
Obiettivo centrato, complimenti.
Ma che nella quarta di copertina non mi si venga a dire che la vicenda ruota attorno al caso di Adam Henry che, secondo me, meritava maggior attenzione e approfondimento, essendo appunto il
motivo per cui ho tentato di leggere questo mattoncino.
Per farla breve: da leggere solo se siete fan sfegatati di McEwan o dei processi giudiziari.
BeatriceBeatrice wrote a review
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"...lei apparteneva alla legge come certe donne del passato si erano votate spose di Cristo."
Con una scrittura chiara ed accurata viene descritto un caso giudiziario che è anche un caso di coscienza. Il giudice Fiona, che sta vivendo un difficile momento personale dovuto al tradimento del marito ed alla conseguente fine del suo matrimonio, emette un verdetto, il più possibile equo, ma con una partecipazione umana che travalica il suo ruolo professionale. Un giovane ragazzo, Adam, rischia la vita per il rifiuto delle cure mediche a motivo di convinzioni religiose e Fiona prende la decisione che la sua sensibilità, oltre che la legge, le suggerisce. Ma nel romanzo non vi è solo la storia di Adam, che peraltro si risolve a metà lettura, vi è anche, e soprattutto, la storia di Fiona. In quella particolare fase della vita, in cui i suoi nervi sono scoperti, tutto quello che accade al di fuori della sua epidermide la raggiunge toccando un'interiorità fin troppo fragile. Molto in ritardo si accorgerà di quanto quel confine tra donna e giudice sia stato reso sottile dalla vicenda di Adam e come sia difficile decidere per gli altri senza decidere nel contempo anche di noi stessi. Il finale è quello che non ci aspetteremmo ma, all'utilità del racconto, è ciò che necessita per chiudere un cerchio in cui successi e fallimenti si susseguono come le strofe di una ballata. Grazie alle note della canzone di Adam, ora triste ora allegra, che continuano a riecheggiare nella sua mente, Fiona da ora in poi guarderà alla vita con altri occhi.
La scrittura di McEwan è ineccepibile anche se in questo caso si ravvisano qualche forzatura, nel voler mantenere in relazione due protagonisti alquanto complessi, e taluni eccessi, nell’indugiare sugli aspetti giuridici e tecnici della professione legale che non aggiungono al personaggio di Fiona più elementi di quanti siano già forniti al lettore in altri passaggi. Tuttavia resta un libro che per il valore dei contenuti merita attenzione.
“Un bambino non è mai un'isola. Aveva pensato che le sue responsabilità non andassero oltre le mura dell'aula. Ma che assurdità era mai questa?” (cit.)