La canzone di Achille
by Madeline Miller
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Dimenticate Troia, gli scenari di guerra, i duelli, il sangue, la morte. Dimenticate la violenza e le stragi, la crudeltà e l'orrore. E seguite invece il cammino di due giovani, prima amici, poi amanti e infine anche compagni d'armi - due giovani splendidi per gioventù e bellezza, destinati a concludere la loro vita sulla pianura troiana e a rimanere uniti per sempre con le ceneri mischiate in una sola, preziosissima urna. Madeline Miller, studiosa e docente di antichità classica, rievoca la storia d'amore e di morte di Achille e Patroclo, piegando il ritmo solenne dell'epica alla ricostruzione di una vicenda che ha lasciato scarse ma inconfondibili tracce: un legame tra uomini spogliato da ogni morbosità e restituito alla naturalezza con cui i greci antichi riconobbero e accettarono l'omosessualità. Patroclo muore al posto di Achille, per Achille, e Achille non vuole più vivere senza Patroclo. Sulle mura di Troia si profilano due altissime ombre che oscurano l'ormai usurata vicenda di Elena e Paride.

Enrico Sapienza's Review

Enrico SapienzaEnrico Sapienza wrote a review
05
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Il rammollimento di Achille
Portato qui dal grande parlare che si è generato nei confronti di questo libro, ho deciso di volermi fare un’idea in prima persona.
Ecco qui cosa ne penso: il libro è proprio brutto. 
L’ho letto molto in fretta non per il piacere di finirlo, ma per quello di iniziare un nuovo libro il prima possibile. Certo, “La canzone di Achille” non pone resistenze ad una veloce lettura, semplice com’è, anzi, sempliciotto, direi piuttosto, con numerose ripetizioni nelle descrizioni -eh no, non sono la stessa cosa degli epiteti identificativi del poema, no- che finiscono per irritare. È il tipico linguaggio, dal vocabolario impoverito e facilitato, delle peggiori e più consumistiche odierne serie TV.
Da una scrittura simile non potevano non nascere personaggi pessimi per appiattimento, noia provocata, volgarità: un susseguirsi di cliché prevedibili, già visti e già sentiti, già sbadigliati. 
Così, Patroclo diventa il tipico bishōnen, impacciato, debole, sensibile, puro di cuore eccetera eccetera; Achille, invece, il protagonista arrogantello, dai sentimenti e dalle reazioni semplici, lineari, amato da tutti eccetera eccetera; Teti la madre algida, perfetta, tipica star d’oltreoceano incorruttibile, piena di Botox, che, alla fine, mostra la bontà del proprio cuore eccetera eccetera; Odisseo il furbastro volgarotto, che sogghigna delle proprie astuzie -tali solo per la profonda idiozia degli altri, non per il proprio valore intrinseco- eccetera eccetera; Diomede il grosso-feroce-rozzo che fa da spalla eccetera eccetera; Agamennone il capo tiranno, sempre in torto, sempre sull’orlo di una crisi isterica, col volto rosso ed il fumo pronto a fuoriuscire dalle orecchie eccetera eccetera…
Mi fermo qui, ma nessun personaggio, nessuno, si salva da questa stretta corrispondenza con un’estetica ben chiara nel mondo contemporaneo ed usufruibile -monetizzabile.
Il modo di esprimersi dei personaggi è quello dei più omologati adolescenti contemporanei, con espressioni che bucano il pallone del mito e lo fanno afflosciare: se questa è la trasformazione della “più famosa epopea di guerra in una storia viva, emozionante e sexy” -The Independent- siamo di fronte ad uno zombie; L’Iliade avrebbe fatto meglio a restare morta. Giacché era morta, se la Miller l’ha “trasformata in viva”, giusto?
Per carità.
L’Iliade rivista da Miller è rammollita, completamente priva di pathos, completamente priva di tensione, sia essa erotica o di altro tipo, smielata e ridicola.
Ma Miller, cito ancora la quarta di copertina, l’ha resa “emozionante e sexy”. Forse i palati di chi è abituato ai sapori decisi dei fast food non si sono accorti del sapore complesso, non subito apprezzabile, del poema omerico, di quelle “emozioni” -parola qui usata in modo ridicolo- che in realtà sono valori, forse antichi, forse superati, ma valori potenti, che guidano fatidicamente i personaggi e che non sono votati allo sgorgare di qualche lacrimuccia facilona, bensì al rimescolamento dell’animo umano, al segnarlo nei suoi più profondi recessi.
Sul sexy non mi pronuncio, semplicemente rabbrividisco di imbarazzo con una mano sugli occhi. 
La colpa è mia, avrei dovuto riconoscere l’inganno, essere come Laocoonte e diffidare del Cavallo di Troia che qui accanto a me, oltrepassata la soglia di casa e finalmente chiuso, mi guarda beffardo dicendomi: “mi son fatto comprare”.
Enrico SapienzaEnrico Sapienza wrote a review
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Il rammollimento di Achille
Portato qui dal grande parlare che si è generato nei confronti di questo libro, ho deciso di volermi fare un’idea in prima persona.
Ecco qui cosa ne penso: il libro è proprio brutto. 
L’ho letto molto in fretta non per il piacere di finirlo, ma per quello di iniziare un nuovo libro il prima possibile. Certo, “La canzone di Achille” non pone resistenze ad una veloce lettura, semplice com’è, anzi, sempliciotto, direi piuttosto, con numerose ripetizioni nelle descrizioni -eh no, non sono la stessa cosa degli epiteti identificativi del poema, no- che finiscono per irritare. È il tipico linguaggio, dal vocabolario impoverito e facilitato, delle peggiori e più consumistiche odierne serie TV.
Da una scrittura simile non potevano non nascere personaggi pessimi per appiattimento, noia provocata, volgarità: un susseguirsi di cliché prevedibili, già visti e già sentiti, già sbadigliati. 
Così, Patroclo diventa il tipico bishōnen, impacciato, debole, sensibile, puro di cuore eccetera eccetera; Achille, invece, il protagonista arrogantello, dai sentimenti e dalle reazioni semplici, lineari, amato da tutti eccetera eccetera; Teti la madre algida, perfetta, tipica star d’oltreoceano incorruttibile, piena di Botox, che, alla fine, mostra la bontà del proprio cuore eccetera eccetera; Odisseo il furbastro volgarotto, che sogghigna delle proprie astuzie -tali solo per la profonda idiozia degli altri, non per il proprio valore intrinseco- eccetera eccetera; Diomede il grosso-feroce-rozzo che fa da spalla eccetera eccetera; Agamennone il capo tiranno, sempre in torto, sempre sull’orlo di una crisi isterica, col volto rosso ed il fumo pronto a fuoriuscire dalle orecchie eccetera eccetera…
Mi fermo qui, ma nessun personaggio, nessuno, si salva da questa stretta corrispondenza con un’estetica ben chiara nel mondo contemporaneo ed usufruibile -monetizzabile.
Il modo di esprimersi dei personaggi è quello dei più omologati adolescenti contemporanei, con espressioni che bucano il pallone del mito e lo fanno afflosciare: se questa è la trasformazione della “più famosa epopea di guerra in una storia viva, emozionante e sexy” -The Independent- siamo di fronte ad uno zombie; L’Iliade avrebbe fatto meglio a restare morta. Giacché era morta, se la Miller l’ha “trasformata in viva”, giusto?
Per carità.
L’Iliade rivista da Miller è rammollita, completamente priva di pathos, completamente priva di tensione, sia essa erotica o di altro tipo, smielata e ridicola.
Ma Miller, cito ancora la quarta di copertina, l’ha resa “emozionante e sexy”. Forse i palati di chi è abituato ai sapori decisi dei fast food non si sono accorti del sapore complesso, non subito apprezzabile, del poema omerico, di quelle “emozioni” -parola qui usata in modo ridicolo- che in realtà sono valori, forse antichi, forse superati, ma valori potenti, che guidano fatidicamente i personaggi e che non sono votati allo sgorgare di qualche lacrimuccia facilona, bensì al rimescolamento dell’animo umano, al segnarlo nei suoi più profondi recessi.
Sul sexy non mi pronuncio, semplicemente rabbrividisco di imbarazzo con una mano sugli occhi. 
La colpa è mia, avrei dovuto riconoscere l’inganno, essere come Laocoonte e diffidare del Cavallo di Troia che qui accanto a me, oltrepassata la soglia di casa e finalmente chiuso, mi guarda beffardo dicendomi: “mi son fatto comprare”.