La cavalcata selvaggia
by Carlo Grande
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Un'avventura di umano coraggio all'interno di una cornice naturale eselvaggia. Il protagonista, Pribaz, è un pilota da guerra italiano fattoprigioniero dalle truppe britanniche durante la Seconda guerra mondiale edeportato in un campo di prigionia ai piedi dell'Himalaya. Costretto a farfronte alla durezza di un'esistenza che pare ormai senza scopo, giunto allostremo delle forze dopo un fallito tentativo di fuga, Pribaz rinnega ilfascismo e ottiene il permesso di compiere escursioni con i compagnidi prigionia. Compirà una lunga marcia verso il lago Tso Moriri attraverso unaterra popolata da pastori, orsi e carovane. Una marcia che sancirà il suoriscatto.

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Io sto leggendoIo sto leggendo wrote a review
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SvalbardSvalbard wrote a review
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Non abbastanza
Questo libro racconta di un gruppo di soldati italiani della seconda guerra mondiale, prigionieri degli inglesi, che, per vincere la noia e il senso di inutilità della loro condizione, cominciano ad effettuare, con il permesso degli inglesi, scalate ed esplorazioni sulle montagne nepalesi che si antepongono al massiccio dell'Himalaya. Si tratta peraltro di eventi realmente accaduti.

Tuttavia, a questo libro, per essere veramente "un bel libro" manca qualcosa. Più dettagli, una maggiore descrittività dei luoghi, delle situazioni e dei sentimenti; ad esempio il fatto che nel campo di prigionia gli italiani possano coltivare verdure, andare al cinema e addirittura studiare in una specie di università autogestita lo si scopre quasi per caso (il tutto va ad onore degli inglesi; insomma, il campo di Yol non sarà un villaggio Valtur, ma non è nemmeno Auschwitz). E quando si scrive non si può dire che tizio è triste e caio è esaltato se non si descrivono situazioni nelle quali questa tristezza e questa esaltazione vengano fuori, possibilmente anche con un po' di discorso diretto. Va un po' meglio quando si comincia a parlare delle imprese alpinistiche - le descrizioni delle salite montane sono molto buone - ma disgraziatamente esse occupano solo le ultime poche decine di pagine delle oltre duecentocinquanta del romanzo. Dato che doveva essere l'argomento principale del libro, mi aspettavo che venisse loro dedicato decisamente più spazio.
Qualcuno, qui su Anobii, aveva paragonato questo romanzo ai reportage sull'Estremo Oriente di Terzani, dichiarando che le descrizioni di questo volume sono molto più veridiche e comprendono meglio quel mondo rispetto a quanto non faccia Terzani. Personalmente non sono per nulla d'accordo; anche se questo libro fosse scritto con una prosa entusiasmante, (tra l'altro non mi piace il fatto che ad ogni punto fermo si vada a capo) paragonarlo a Terzani sarebbe come paragonare le penne all'amatriciana e il panettone, non ha nessun senso perchè sono cose del tutto differenti a parte il fatto che si mangiano (o, in questo caso, che si leggono).
Sandra SimonettiSandra Simonetti wrote a review
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