La città dei vivi
by Nicola Lagioia
(*)(*)(*)(*)(*)(998)
Nel marzo 2016, in un anonimo appartamento della periferia romana, due ragazzi di buona famiglia di nome Manuel Foffo e Marco Prato seviziano per ore un ragazzo piú giovane, Luca Varani, portandolo a una morte lenta e terribile. È un gesto inspiegabile, inimmaginabile anche per loro pochi giorni prima. La notizia calamita immediatamente l'attenzione, sconvolgendo nel profondo l'opinione pubblica. È la natura del delitto a sollevare le domande piú inquietanti. È un caso di violenza gratuita? Gli assassini sono dei depravati? Dei cocainomani? Dei disperati? Erano davvero consapevoli di ciò che stavano facendo? Qualcuno inizia a descrivere l'omicidio come un caso di possessione. Quel che è certo è che questo gesto enorme, insensato, segna oltre i colpevoli l'intero mondo che li circonda. Nicola Lagioia segue questa storia sin dall'inizio: intervista i protagonisti della vicenda, raccoglie documenti e testimonianze, incontra i genitori di Luca Varani, intrattiene un carteggio con uno dei due colpevoli. Mettersi sulle tracce del delitto significa anche affrontare una discesa nella notte di Roma, una città invivibile eppure traboccante di vita, presa d'assalto da topi e animali selvatici, stravolta dalla corruzione, dalle droghe, ma al tempo stesso capace di far sentire libero chi ci vive come nessun altro posto al mondo. Una città che in quel momento non ha un sindaco, ma ben due papi. Da questa indagine emerge un tempo fatto di aspettative tradite, confusione sessuale, difficoltà nel diventare adulti, disuguaglianze, vuoti di identità e smarrimento. Procedendo per cerchi concentrici, Nicola Lagioia spalanca le porte delle case, interroga i padri e i figli, cercando il punto di rottura a partire dal quale tutto può succedere.

All Reviews

145 + 2 in other languages
AleSanAleSan wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)( )
Facciamo che sia un 3.75
Ero molto indeciso sul giudizio da dare a questo libro, non che sia obbligato a farlo, ma il senso di Anobii è anche questo, permettere a chi non è un critico di potersi esprimere anche attraverso un giudizio. Ero indeciso perché da un lato, nel suo genere, il libro è praticamente perfetto: scorrevole, coinvolgente, riflessivo e con la capacità di tenere in piedi un caso sul quale tutto è già reperibile online ma che, in questo libro indagine (romanzo mi sembra azzardato), mantiene uno sguardo che al tempo stesso quello distaccato di un cronista e quello di una persona coinvolta nei fatti narrati (e in un certo senso, vista l'ossessione maturata da Lagioia, è vero anche questo).

Dall'altra parte della bilancia pesa il fatto che alcuni espedienti utilizzati non abbiano un gran senso (il turista olandese in primis, una decina di pagine sparpagliate qua e là per assecondare malamente il taglio più romanzesco dell'opera), la didascalica sequela di deposizioni, che non aggiunge in realtà nulla al cuore del libro e porta il lettore a distaccarsi dal senso del tutto ritrovandosi quasi a leggere un reportage di nera pubblicata su qualche rivista. Questo passaggio, soprattutto, è molto più adatto per un podcast (che infatti è appena uscito e che ascolterò volentieri) che per la narrativa, e l'impressione che colpisce talvolta leggendo è proprio quella che Lagioia abbia sbagliato il "mezzo" con cui raccontare la storia. I passaggi più intimisti, una prosa a tratti arzigogolata, che ti sbatte un po' a destra e a sinistra, quasi a non capire davvero "come" l'autore ti voglia raccontare questa storia e !quanto" questo autore desideri anche parlare di sé e non dei protagonisti della vicenda. In ultimo c'è Roma, che l'autore inserisce come protagonista di sottofondo, talvolta culla del male, talvolta città di speranza, che serve però più a lui, per descrivere lo stato d'animo provato e mixarlo alla sua città "adottiva", che al lettore nell'immedesimarsi al tutto, perché quanto avvenuto in questo caso di omicidio poco ha a che fare con la romanità o con Roma. Ha a che fare con tante cose solo sfiorate nel libro, e nasce da una condizione che è vera a Roma come lo sarebbe a Milano, Londra, NY o qualunque metropoli mondiale.

Per questo il mio giudizio passava sempre, stando ai numeri, da un 3, massimo 3.5, ad un 4 meritato. Perché comunque la scrittura è elastica, si muove conforma bene a come l'autore la vuole tirare esagerando a volte, come setto sopra. Il libro è lungo, ma vola, scivola via, perché pur sapendo che non c'è un finale (il fatto è di pochi anno fa, quindi conosciuto o conoscibile) ti dà sempre l'idea di poterti dare un appiglio per avere finalmente un giudizio più concreto sul fatto. Tutto questo non avviene; non avviene per lo scrittore, non avviene per il lettore, si rimane avvolti dal vuoto che lascia una storia di queste dimensioni.

Alla fine è un libro che, proprio per la semplicità con cui lo si affronta (nonostante il tema, non è mai "troppo"), si può leggere per avere un'idea ed un ricordo di un episodio così tremendo. Avrei dato 3.75, per la media di tutto quanto sopra, ma non ho potuto e, dovendo scegliere, ho preferito stare sul 4 perché un merito vero questo "romanzo" ce l'ha, ed è quello di tenere viva la memoria della vittima di un caso che, al netto di quanto riportato nel testo, è rimasto molto meno celebre su suolo nazionale di quanto non si intenda, sparendo molto più rapidamente dall'informazione di quanto non sia successo con altri tremendi omicidi. Il motivo è forse dovuto al fatto che non esiste un perché, non c'è un vero movente e l'impressione potrebbe essere che il male che ha dominato quella notte romana sia un male che, in un modo o nell'altro appartiene a tutti noi, nessuno escluso. E, di conseguenza, diventa ingiudicabile e non ci può realmente far sentire persone migliori.
maomao wrote a review
11
(*)(*)(*)(*)(*)
La città dei vivi
Avessi avuto la possibilità di farlo, avrei letto "La città dei vivi" (Einaudi, 2020) tutto d'un fiato. Ci ho messo due giorni tra i tanti impegni di lavoro, ma ho sentito per tutto il tempo l'urgenza di arrivare fino alla fine. Tanto che a un certo punto, sul posto di lavoro, ho fermato tutto e mi sono messo a leggere il libro fino alla fine. La cosa bella poi è che quando ho finito, non mi sono sentito in uno stato di sospensione, ma mi sono sentito appagato. Le grandi inquietudini che uno ha sentito durante tutta la lettura del libro, inquietudini che sono quelle dei protagonisti delle vicende, ma poi sono soprattutto le mie. Sono inquietudini che non sono suscitate tanto dalle vicende in sé, ma sono inquietudini che già c'erano e che restano, ma che uno, per quanto sia lontano da tutti i punti di vista dai protagonisti, dalle vicende, dai luoghi geografici e nel tempo, sente, perché c'è quel punto di rottura, che qui viene richiamato, che poi è il nodo della vicenda, che io riesco a vedere nitidamente. Questo dovrebbe rassicurarmi. Sicuramente riuscire a vederlo significa che ci sono evidentemente delle solide basi che mi hanno permesso e mi permettono di riuscire a portare avanti determinati processi. Ci sono evidentemente anche ragioni di natura etica e morale, che dentro questa storia invece vengono meno, anzi sono già venute meno quando le vicende si vanno poi a incanalare in una direzione che appare inevitabile. Appare inevitabile. Però non lo è. Il narratore, il bravissimo Nicola Lagioia (non lo conoscevo, ma appena ho terminato la lettura del libro, ho voluto scrivergli di getto le mie sensazioni, non mi ha risposto ad ora, ma non è importante, penso che non abbia avuto neppure il tempo di leggermi tra i tanti impegni) che è documentato, ha seguito le vicende, le ha raccontate già durante lo svolgimento delle fasi che hanno seguito il delitto e delle fasi processuali, che ha la sensibilità per capire, che ha voluto provare a capire, ci fa capire, ci racconta passo dopo passo che cosa è successo dentro le teste dei protagonisti. Il racconto di quel marzo 2016 quando in un appartamento della periferia romana, due ragazzi di buona famiglia di nome Manuel Foffo e Marco Prato, hanno seviziato per ore un ragazzo più giovane di nome Luca Varani, portandolo a una morte lenta e terribile. Ricordo di avere letto e sentito di questa vicenda a suo tempo, ma non mi appassiono ai casi di cronaca nera, che sono raccontati da tv e giornali in maniera morbosa. Sono abbastanza disinteressato e non intendo cambiare prospettiva da questo punto di vista. Ma non c'è niente di morboso dentro questo libro, che non è un romanzo e non è esattamente una cronaca. Ovviamente a qualcuno verrà in mente Truman Capote. Io no lo so quanto stia in piedi il confronto. Un confronto scomodo comunque. Ma non lo so se e quanto questo abbia senso. Così come non so se abbia senso un confronto con libri come "L'adversaire" (2000) di Emmanuel Carrère. Quello che è sicuro comunque è che in questa ricostruzione dei fatti, Nicola Lagioia è veramente bravo. Non riesco a definire questo qui come un bel libro. Non c'è niente di bello dentro questo libro se non alcune considerazioni importanti fatte alla fine. L'incontro dell'autore con Luigi Manconi. Il suggerimento di leggere "Il libro dell'incontro" di Guido Bertagna - Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato, che raccoglierè sicuramente. Ecco: alla fine è l'incontro forse quello che è uno dei temi di una vicenda e di un libro che di spunti di riflessione ne offre veramente tanti. Ci sono due-tre frasi che in questo senso mi hanno colpito più che tutte le altre. Poi chiudo perché so che potrei scrivere veramente tanto, troppo e allora quello che vuole essere un breve commento, una annotazione, perderebbe di senso. L'avvocato di Manuel Foffo, Michele Andreano: "I mostri non esistono. I mostri li creiamo noi di volta in volta per scaricarci la coscienza". Giuseppe Varani, padre di Luca Varani, la vittima, dopo aver visto il cadavere del figlio: "Loro hanno saltato il fosso, mentre io sto sempre qua". Il pm, il dottor Francesco Scavo (che fa riflessioni molto rilevanti sul caso come lo stato della società in cui viviamo): "Se Marco e Manuel non si fossero incontrati, questo omicidio non sarebbe mai stato commesso". L'autore: "Poi Giuseppe Varani disse che non lo avevano chiamato. Chi, non l'ha chiamata, signor Varani?, chiesi io, Ledo Prato e Valter Fotto, rispose lui. Nessuno si era fatto vivo, nessuno gli aveva chiesto scusa, nessuno era riuscito a fargli anche solo una telefonata. Certo, ci voleva del fegato per prendere in mano il telefono e chiedere perdono, lui questo lo sapeva, visto l'enormità di ciò che era sucesso chiedere scusa poteva risultare persino offensivo, avrebbe potuto esporre chi lo faceva agli insulti, o peggio al silenzio raggelante. Poteva esere sbagliato, d'accordo. Ma anche non chiedere scusa era sbagliato. E loro scusa non l'avevano chiesta. Non c'era un'ipotesi davvero risolutiva, ma visto che non avevano chiamato, be', allora avevano fatto la scelta peggiore di tutti". L'autore: "Se tuttavia dovevo indicare, subito dopo l'istinto di sopraffazione, il male che mi sembrava precedere gli altri, l'avrei rintracciato in una particolare solitudine. La solitudine che, tanto più se affollata, ci fa marcire nel nostro ego, e che è tutt'uno con la paura di non essere compresi, di venire feriti, derubati, danneggiati, la paura che ingrassa le nostre sfere invisibili, che ci porta a calcolare nell'angoscia, la paura attraverso cui passa, pervertito, persino il bene che ci sforziamo di fare". L'autore, la frase con cui chiude il libro e che io credo dica moltissimo anche sulla città di Roma (e io mi rivedo moltissimo se non condivido del tutto la sua descrizione di Roma, con la differenza che io applico la stessa descrizione a una città diversa ma con molti problemi simili, una città che sta prendendo gli stessi problemi che a Roma sono già radicati e che li ha fatti suoi perfettamente, trovando terreno fertile, cioè Napoli): "Dal finestrino riconobbe il Colosseo. Chiunqeu avesse un libro nella vita sapeva che quella era l'eredità del mondo. Ti scippavano in metropolitana. Ti insultavano ai semafori. Ti spennavano nei ristoranti, ti tossivano in faccia. Ma alla fine il saldo era positivo. La città ti regalava molto più di quello che chiedeva in cambio". Non posso fare altro che raccomandare a tutti la lettura di questo libro. Ho ascoltato il podcast. Buono ma non vale la lettura del libro. Ho letto che forse ne faranno una serie. Francamente non mi sembra il caso, non ne capisco il motivo, però preferisco dire che la cosa non mi interessa. Del resto non ho mai amato le serie, in via generale non ne guardo mai.
FurettocuriosoFurettocurioso wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)(*)