La cittadina dove il tempo si è fermato
by Bohumil Hrabal
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"La cittadina doto il tempo si è fermato" (scritto nel 1973) è il secondo volume di una trilogia di cui le edizioni e/o hanno già pubblicato nel 1987 il primo volume ("La tonsura") e promettono la pubblicazione del terzo, "I milioni di Arlecchino". Fulcro del turbinare dei ricordi personali dello scrittore è Nymburk, la cittadina della Boemia dove appunto il tempo si è fermato; là Hrabal ha passato gran parte della sua adolescenza e della sua giovinezza, là si sono delineati i tratti essenziali della sua personalità. Di questi luoghi e delle persone che li abitano è importante solo ciò che assume nella memoria dello scrittore la dimensione di mito; il ricordo non è soltanto selettivo, è anche attività mitopoietica. I luoghi diventano di fatto dei momenti spaziali a cui la sua mente si aggrappa affinché le parole possano coagularsi; il tempo si è fermato, a Nymburk, ma non perché la storia si svolga altrove, in posti che stiano al passo con i tempi. La scena finale del romanzo racconta di Francin, il padre del narratore, che è uscito dall'ospizio in cui è stato ricoverato lo zio Pepin, e si ferma a guardare come stanno smantellando il vecchio cimitero; l'ovvietà (la "banalità" hrabaliana, appunto) di questa immagine è superata da una rapida notazione: "E papà stava lì a guardare e vedeva che i lavori di smantellamento del cimitero non li eseguivano persone del tempo nuovo, forse loro li avevano solo disposti, i lavori li facevano persone che conosceva fin da quando si era trasferito nella cittadina dove il tempo si è fermato".
Sono le persone del tempo vecchio che materialmente eseguono la cancellazione della propria memoria, perché il tempo è forse un'illusione, e il suo trascorrere non garantisce e non spiega niente; per leggere ciò che ci scorre davanti è assolutamente necessario fermarlo, annullarlo, anche a costo di annullarsi con esso. E questo è un po' il destino dei personaggi del romanzo (che sono quelli di tutta la trilogia).
Il carattere sospeso e aereo di questi luoghi-mito e di queste persone-mito è accentuato inoltre dalla particolare utilizzazione della funzione del narratore. Se ne "La cittadina dove il tempo si è fermato" è lo scrittore stesso, ne "La tonsura", così come nel terzo volume della trilogia, il personaggio narrante è invece la madre. Non esiste per Hrabal la possibilità di partire da un saldo "io" intorno a cui ruota la memoria personale, anzi, il mondo del ricordo è tanto più attivato quanto più chi ricorda sa spersonalizzarsi, o meglio sa dividersi nei tanti attori che hanno contribuito ad ammassare quel cumulo di immagini che è la propria vita. E non è un caso che nell'altro testo qui considerato, "Le nozze in casa" (scritto nel l904) il narratore non sia l'io che scrive la sua autobiografia, ma l'adorata moglie Eliska (Pipsi). Anche questo romanzo è parte di una trilogia il cui tema centrale è l'autore stesso, molto più che nel ciclo di Nymburk, dove dominano invece i climi e le atmosfere che avevano condizionato e influenzato la vita dell'autore. Il luogo intorno a cui ruota la memoria è qua, la casa al n. 24 della via na Hrazi, nel quartiere praghese di Liben, dove l'autore ha abitato ininterrottamente dal 1946 al 1973. Luogo che è indissolubilmente legato all'uomo Hrabal, alla sua precisa individualità di persona e di scrittore, luogo che nella sua banalità illumina pian piano la realtà dell'"'io" che viene indagato.
In questa che è una delle opere più complete e interessanti di Hrabal, da mettere vicino a un capolavoro come "Una solitudine troppo rumorosa", l'attenzione per le vicende della propria vita è la forma più diretta e immediata dell'interesse per l'uomo in quanto tale: Hrabal ormai non ha più dubbi (se ne ha mai avuti) che è l'uomo ad essere sempre e comunque più importante, più profondo, e quindi più degno di attenzione della sua epoca e della società. La bellezza dello stato umano sta nella capacità di ogni singolo individuo di vivere ciò che lo circonda, di incontrarsi con le cose sincere e con gli uomini sinceri. Ma la sincerità è a volte complicata e disordinata, la si trova comunque nei luoghi di periferia, come Liben, e nella gente di periferia, come gli zingari, o come chi abbia una qualsiasi forma di fissazione e di stranezza, la si trova comunque "da qualche altra parte". E il segreto vitale del personaggio Hrabal è, come pian piano capisce la narratrice Pipsi, proprio quello di essere sempre, in ogni momento della propria vita, da un'altra parte, di solito al posto sbagliato. Il suo destino quindi non poteva che essere quello di operare e vivere nello spazio dello scrivere, inteso come concreta attività scrittoria, che è per eccellenza il luogo dell'alterità e dello spostamento.
(recensione di Fazzi, G., L'Indice 1992, n.11)

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eddy64eddy64 wrote a review
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Malinconico e grottesco
In questo romanzo il tempo che si è fermato è quello dei ricordi: la cittadina dove lo scrittore è nato e vissuto è invece cambiata e molto, perché nel frattempo è cambiato il mondo.
Scritto come un flusso di coscienza, la voce narrante è quella di un ragazzino che rievoca la vita di una piccola cittadina di provincia della repubblica ceca negli anni 30 del secolo scorso; all'inizio racconta le sue imprese da piccola peste e la paura per le inevitabili punizioni, poi l'attenzione si sposta sul padre, Franzin, e sull'incredibile zio Pipin vero protagonista del romanzo.
Franzin è l'amministratore della locale fabbrica di birra e per questo fa parte dei benestanti della cittadina (tanto da avere un'abitazione di tre stanze!), lo zio Pipin è un semplice operaio che vive nello stanzone comune della fabbrica, dove fa i lavori peggiori e non ha mai un soldo. Franzin ha un carattere chiuso e controllato, ha una passione viscerale per i motori ma non riesce mai a coinvolgere nessuno, lo zio Pipin, gran millantatore di mirabolanti gesta, è sempre al centro dell'attenzione dovunque vada, in particolare nelle serate in birreria che anima da vero mattatore. E il tono della narrazione è sempre tra l'ironico e il grottesco, con punte di vera comicità.
Il ritratto di una cittadina “felice”, un piccolo mondo che inevitabilmente cede il passo agli eventi, prima la guerra con l'occupazione tedesca (e lo zio Pipin continua a distinguersi in barba ai divieti...) poi l'avvento della repubblica socialista e Franzin viene estromesso dalla fabbrica. Il racconto è più malinconico, i due fratelli, ormai ritrovati, si avviano sul viale del tramonto.
Una lieta conferma avendo già letto questo romanzo oltre vent'anni fa (ultimamente ne ho recuperati diversi di quel periodo), il flusso di coscienza mantiene fortunatamente sempre un filo logico e una certa sequenza temporale; la scrittura è fluida e la lettura mai faticosa, e poi è divertente senza essere banale: grottesco e malinconico ecco, ma il mix è perfetto.
Cassetto dei libriCassetto dei libri wrote a review
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La narrazione è un fiume in piena inarrestabile, è un flusso di coscienza senza fiato che scorre tra i ricordi di un bambino, immobili nella dimensione della memoria, mentre il tempo reale inevitabilmente scivola via.
Episodi stravaganti e personaggi fuori dal consueto si mescolano con ironia malinconica a condizioni di vita tutt'altro che straordinarie, alle vicende di dura realtà operaia, ad esistenze umane misere e drammatiche, alla guerra e poi all'avvento del comunismo. L'orologio sul campanile si ferma, pian piano la vecchia società, così come lo zio Pepin, non ha più forza, "la vita se ne va a dormire", "mentre un altro tempo, il tempo di altre persone, era pieno di entusiasmo e di fatiche e sforzi nuovi".
Non è facile entrare subito nella narrazione, soprattutto per lo stile, anzi l'ho apprezzato di più a distanza di tempo, leggendo anche altrove vari articoli. Omaggio anche in questo libro alla comicità drammatica di Chaplin, uno dei miti di Hrabal, con questi personaggi surreali e paradossali: un nonno che s'infuria per un nonnulla e deve spaccare a colpi d'accetta i mobili per poi tornare allegro, un macellaio mattatore di maiali che però va in giro a predicare con un grammofono la parola divina e l'Apocalisse, un guardiano con il fucile scarico che non vede l'ora che arrivino i ladri, un padre amministratore fin troppo buono con i dipendenti che viene cacciato dagli operai perché con la sua bontà ha "smussato la lama della lotta di classe" contravvenendo ai ruoli di buoni e cattivi, e tanti, tanti altri ancora.
enfant terribleenfant terrible wrote a review
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Nato nel 1914 e morto nel 1997, e, per rimanere nel girone abitato da molti scrittori della mitteleuropa, nel sospetto di un suicidio. Anche se la spiegazione fu di essersi sporto troppo da quella finestra del quinto piano per dar da mangiare ai piccioni.

Fece un po’ di tutto per vivere e molti di questi lavori compaiono nei suoi racconti e romanzi. Iniziò come poeta e continuò come narratore di brevi storie.
Nel 1968 ci fu uno stop creativo, una paio di libri mandati al macero (Una solitudine troppo rumorosa il macero ce lo descriverà nei dettagli), sette anni praticamente in silenzio.
Dagli anni 80 in poi cominciarono ad essere pubblicati i suoi testi, scritti prima e dopo, quella data spartiacque. Negli ultimi tempi i suoi scritti diventarono memorialistici o diaristici: il tempo e la memoria erano fondamentali per Hrabal.

C’era una volta, in Boemia, la cittadina di Nymburk in cui viveva una famiglia. La cittadina c’è ancora, la famiglia no.
Padre, madre, un ragazzo che sogna di fare il marinaio e di farsi fare il tatuaggio di una barchetta. Ospite per due settimane che si sono trasformate in un tempo indeterminato, il fratello del padre, zio Pepin .
Il padre è amministratore di una fabbrica di birra, lo zio è un operaio della fabbrica, un consumatore di birra, un gran parlatore. Personaggio conosciuto in tutto il paese, grande frequentatore delle cameriere di birreria a tempo perso dispensatrici di piaceri. Per Pepin gratis. Una volta ogni tanto diventa rivoluzionario: lascia la casa del fratello per spendersi tutto con le chellerine, dorme dove capita, ruba il mangiare alle galline e si riduce in uno stato pietoso dal quale il fratello lo ripesca a tempo debito e lo riporta all’ovile, cioè casa propria.

Conosciamo molti degli abitanti: il macellaio che adora macellare bestie e farlo bene, ma ha il cruccio di una moglie che ogni tanto si ubriaca, una donna dai capelli rossi lunghi fino a terra che quasi seducono l‘amministratore.
Il tizio che va in giro con un grammofono sulla bicicletta ed un disco che predica l’Armaggedon. L’operaio che ha fatto carriera e fa il sovrintendente.
Il guardiano notturno che gira con uno schioppo messicano scarico, alla ricerca di ladri che non ci sono.
L’ingegnere tedesco (la guerra è iniziata) che si trova a riprogettare i sotterranei della fabbrica e che si scontra con Pepin in un duello di vinceremo noi che porta tutti nell’ufficio di polizia: meno male che si può dimostrare che Pepin è fuori di testa.
Le chellerine fanno da gobbe e smettono di parlare tedesco (ognuno fa quello che può).
Il traghettatore che porta i feriti tedeschi dall’altra parte del fiume, dove ci sono i partigiani.
Quando arrivano i russi, l’amministratore viene licenziato e il sovrintendente se ne deve andare: ora la fabbrica è degli operai (dicono loro).

E il tempo trascorre. Arriva la vecchiaia che i due fratelli attraversano, uno verso la morte finendo per non muoversi né parlare più, l’altro che assiste alla demolizione del vecchio cimitero.

“”…ora vedo che il tempo si è fermato per davvero e il tempo nuovo è davvero incominciato, ma io ho solo la chiave dei vecchi tempi … e il tempo nuovo non posso viverlo.””

Parte col botto e mantiene il ritmo. Lo stile è tutto suo, affabulatorio (non lo volevo dire, mi viene subito in mente Baricco, ma i sinonimi non mi suonano bene), surreale, comico e grottesco. Sembra facile, ma non lo è. E ci perdiamo le derive linguistiche (dialetti compresi) dell’originale.
Pagine di poesia (il bimbo ed il sogno della barchetta, il profumo dei capelli rossi, la lavorazione del costume degli Arlecchini), di lirismo (e io mi ritrovai nella notte stellata, le stelle sguainate come pugnali d’argento tremolanti mi minacciavano taglienti nel cielo freddo), di drammatica fatica (la lavorazione del ghiaccio del fiume), di comico (lo smontaggio e montaggio della moto Orion e dell’auto Skoda), di amarezza (l’abbandono della fabbrica). Le storie sono tante, intrecciate le une alle altre, come lo sono un po’ tutte le storie di paese, soprattutto quando è la memoria a narrarle e non l’immediato.

Non piacerà a chi non ama le scritture veloci, chi ama i libri con una trama, chi si aspetta di Hrabal un romanzo solo divertente, chi si aspetta un Hrabal solo malinconico.

5.03.2014