La democrazia dei followers
by Alberto Mario Banti
(*)(*)(*)(*)( )(8)
Le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno arricchito una minoranza, approfondendo le disuguaglianze e riducendo la mobilità sociale. Eppure a questo stato di cose non corrisponde una reazione di massa, come se le persone fossero impoverite non solo materialmente e fossero incapaci di immaginare un altro scenario.E in effetti, sul piano politico nessuno mette veramente in discussione la logica del ‘libero mercato’, che viene considerata una legge di natura. La destra sovranista – con Salvini e Meloni – ha aggiornato la retorica nazionalista ottocentesca indicando negli immigrati e nell’Europa i nuovi capri espiatori. La sinistra ha passivamente seguito, illudendosi di poter dare una versione ‘progressista’ del patriottismo. Entrambe le parti politiche, in Italia come in tutto l’Occidente, si trovano perfettamente unite nell’accettare il ‘culto neoliberista’ della performance e della vita come competizione per il successo individuale.Questa narrazione ha trovato una potente linfa a suo sostegno in una cultura di massa – sapientemente alimentata dalle grandi corporation dell’intrattenimento – che ha eliminato ogni aspetto tragico della realtà, portando il pubblico a credere a una dimensione inverosimile e infantile in cui il bene trionfa sempre e il male viene punito. Una continua produzione di favoleche incantano e alla fine inducono ad accettare passivamente ogni iniquità e ogni sfruttamento.

All Reviews

3
NoloterNoloter wrote a review
01
(*)( )( )( )( )
Spoiler Alert
Titolo fuorviante e dichiarazione di intenti mendace.
Si propone come breve pamphlet sul tema, come da titolo, della cosiddetta "democrazia dei followers" ossia - pare di intendere - della riduzione sia del discorso pubblico a meri slogan ondivaghi che del dibattito politico a semplice caccia ai "like" come mezzo di distrazione di massa dalle vere decisioni prese nei luoghi che contano dalle persone che contano, azzardandosi pure ad addentrarsi negli effetti del neo-liberismo (dopotutto il titolo prosegue con "Neoliberismo e cultura di massa") e della globalizzazione in epoca pre e post SARS-CoV-2, in modo anche critico a giudicare dalle taglio proposto nell'introduzione.
Ma basta oltrepassarla, l'introduzione, per rendersi conto che in realtà per una larghissima porzione si tratta solo di una menata politica estremamente superficiale (e viziata di recentismo, dato che l'autore se la prendere con il "nemico elettorale" del momento - di quel momento) che dà buffetti a una parte (per fingere di colpire anche lì, ma il tentativo è risibile), ne minimizza un'altra (così da spingere a non prenderla proprio in considerazione come opzione valida), e attacca ferocemente una terza (il vero obiettivo), concentrando l'origine di tutto il male dell'universomondo (ma è dell'Italia che, provincialisticamente, parla, nonostante finga inizialmente di voler volare alto con il preambolo sull'ingresso della Iron Lady al 10 Downing Street e di Ronnie al 1600 Pennsylvania Avenue, e gli accenni alla crescita delle disuguaglianze sociali nel mondo occidentale a partire dagli anni '80 del XX secolo) nel Tricolore che sventola, nella tutela e valorizzazione dei monumenti nazionali, nel Canto degli Italiani suonato nelle cerimonie ufficiali e intonato in quelle sportive (e, addirittura, letto e commentato in diretta TV da Roberto Benigni), nelle commemorazioni dei caduti militari e civili, nella maglia azzurra esibita negli stadi, nel Made in Italy, nello studio della Letteratura italiana imposto da secoli nelle scuole (l'autore esplicitamente sostiene sarebbe meglio sostituire Dante Alighieri con Tolstoj e Shakespeare, perché Sogno di una notte di mezza estate e Guerra e pace sarebbero, a suo dire, opere più valide della Commedia), e i colpevoli sono anche indicati con nome e cognome (che non farò) in due recenti ex presidenti della repubblica, accusati non solo di aver ripescato dalla fossa biologica della Storia e della Cultura (dove presumibilmente l'autore l'avrebbe lasciato volentieri, poiché, per decenni, patrimonio solo di una piccola, minoritaria e controversa area dello spettro politico) ma di aver perfino restituito patente di liceità e presentabilità all'amor patrio (qui giudicato lo stadio gestazionale del nazi-fascio-xenofobo-tecno-pluto-teocon-turbocapital-ultraliberismo) visto che, è la conclusione, legittimandolo e privandolo del manto della vergogna hanno aperto le porte ai "barbari" convincendo le persone che accogliere come un valore il non disprezzare il proprio Paese, il preservarne i simboli, il non ignorare e non svilire la Storia e la Cultura nazionale, il non sentirsi intrinsecamente e in ogni ambito inferiori e subalterni a tutto ciò che è esterno fosse cosa buona e giusta. E questo a suo dire spiegherebbe la nascita e il successo del cosiddetto sovranismo in Italia (ma, ammesso e non concesso, non lo spiega per l'Europa). Sorvolando sul dubbio salto logico (più di uno in realtà), tutto ciò risulta ampiamente - diciamo così - fuori traccia. Ma tant'è. Si può pure essere d'accordo con le teorie dell'autore, beninteso, ma cosa c'entrino con "La democrazia dei followers. Neoliberismo e cultura di massa" probabilmente solo lui lo sa. Per quanto mi riguarda non mi piace essere attirato da qualcosa che mi viene promesso per poi ritrovarmi nel piatto ciò che non ho ordinato.
E non finisce mica qui. Perché l'autore ha la pretesa di toccare tutti gli argomenti possibili per poter dire la sua. Troppi per poco più di un centinaio di pagine, e infatti si salta di palo in frasca, da un punto della lista a un altro, senza argomentare e soprattutto senza fare proposte. Alla fine suona tutto come una lamentela, non si sa bene rivolta verso chi.
Proseguendo la lettura, infatti, oltre a frasi fatte lanciate lì e non approfondite, troviamo frecciate che tendono ad alimentare la sterile invidia sociale tout court già di per sé dilagante invece che argomentazioni sul perché quest'invidia sociale sussista, che giustificazioni profonde trovi, da quali cause effettive tragga origine, come incanalarla in proposte produttive e come essa stessa sia divenuto un modo per derubricare la problematica della disuguaglianza sociale. L'autore lamenta la fine del senso di comunità e di solidarietà imposta dal sistema contemporaneo che definisce iperindividualista, atomizzante e straniante, però esalta la società liquida priva di appartenenza geografico-culturale e vede come fumo negli occhi l'idea di comunità nazionale intesa come "famiglia nazionale" che si prende cura dei suoi membri, quindi non si capisce cosa voglia suggerire.
Poi si passa all'accusa secondo cui le produzioni cinematografiche e televisive sarebbero monopolizzate da atmosfere solari, trame disimpegnate e a lieto fine, cosa che oltre a trasudare snobismo lascia supporre anche scarsa conoscenza dell'argomento dato che la maggioranza dei prodotti di maggiore successo e impatto degli ultimi anni è costituita da titoli come GOT, Breaking Bad, Westworld, Peaky blinders (per limitarmi all'ambito dei serial) che poco hanno di solare, disimpegnato, rassicurante e a lieto fine. E, in ogni caso, snobistico è anche bollare come soggetti intellettualmente infantili tutti coloro che le produzioni sì disimpegnate, solari e a lieto fine le apprezzano (senza contare che prodotti del genere esistono non solo dall'invenzione del cinematografo ma perfino dal Teatro antico). In questo risulta ancora legato ad una concezione gramsciana della cultura e dello spettacolo con quel disgusto verso l'intrattenimento allegro e disimpegnato inteso esclusivamente come mezzo tramite cui il "sistema neoliberista" (Gramsci avrebbe probabilmente detto, semplicemente, capitalista) controlla, distrae ed opprime le masse. Sa tutto di vecchio. La critica che muove alla TV commerciale intesa come araldo di tutti i mali della società contemporanea è stantia, retrograda, obsoleta nel XXI secolo inoltrato. Nel titolo del libro compare la parola "followers" ma, intendiamoci, nel testo si parla ancora di televisione catodica e del biscione di Cologno Monzese, non so se mi spiego, e i guai della società contemporanea deriverebbero così (parole sue) dai telequiz che hanno sempre messo in competizione tra loro i concorrenti - metafora della società ultracapitalista che erige a valore l'homo homini lupus e pone in competizione per la sopravvivenza economica tutte le persone con la condanna degli sconfitti e l'esaltazione del vincitore.
Il poco spazio che dedica ai socialmedia e allo strapotere dei cybercolossi nella vita quotidiana non è altro che una semplicistica riproposizione a parole sue di quanto già più o meno noto (i social invece che avvicinarci ci isolano sempre più; la privacy non esiste e il traffico di dati personali sensibili è la linfa vitale del web; fb, instagram, twitter ci fanno vivere in una bolla iperprofilizzandoci e selezionando persone e contenuti per noi gestendo le nostre vite e relazioni; Google ci profilizza e nelle ricerche ci mostra solo i risultati coerenti con quel che vogliamo trovare o che vuole farci trovare - e io aggiungerei, anche, "che crede vogliamo trovare") e argomentato in pubblicazioni più approfondite di altri autori.
In tutto questo ogni tanto viene menzionato il fantomatico neoliberismo ma senza chiarire mai né cosa sia né quantomeno cosa l'autore creda che sia. Mai introdotto, mai discusso, mai esposto al lettore.
Vorrebbe essere un Chomsky nostrano ma non gli riesce; il linguista del MIT infarcisce di documenti, prove e fonti tutto quello che afferma fino alla pedanteria, l'autore qui invece asserisce, pontifica e tante grazie - semplici opinioni, non fatti, allora. Di cattivo gusto anche il rimandare nelle note ad altre opere proprie, le autocitazioni trovo siano una caduta di stile in ogni caso.
Idee (poche) vecchie, spiegazioni (quando ci sono) approssimative, proposte assenti.
Bocciato.