La figlia ideale
by Almudena Grandes
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Nel 1954 Germán Velazquez Martín decide di tornare a casa. Aveva lasciato la ­Spagna un attimo prima della caduta della Repubblica grazie all’aiuto del padre, illustre psichiatra perseguitato dai franchisti. Negli anni dell’esilio in Svizzera, Germán si è laureato e in seguito ha condotto una import... More

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CateCate wrote a review
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PiemmePiemme wrote a review
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AdiburAdibur wrote a review
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Almudena Grandes ci regala un altro episodio di una guerra interminabile.
La dittatura di Franco e la sofferenza degli spagnoli che la subirono per oltre quarant’anni, vengono raccontate questa volta attraverso gli occhi di German Velasquez, medico psichiatra che ritorna nel suo Paese dopo un lungo soggiorno in Svizzera. Si troverà ben presto a riconoscere che la Spagna non è la Svizzera e che la dittatura permea della sua soffocante presenza ogni aspetto della vita quotidiana intorpidendo ogni spinta di rinnovamento, ogni iniziativa personale. Non solo, il moralismo ipocrita e bigotto del governo totalitario, alimentato anche da una Chiesa cattolica troppo allineata (perché il fascismo è molto meglio del comunismo) ha spento ormai ogni sogno, costringendo il popolo a vivere senza ambizioni, senza aspettative, senza speranze. E se per gli uomini esistono ancora piccoli spazi di libertà, scampoli di individualità e di realizzazione, per le donne il regime rappresenta la totale mancanza di considerazione poiché si trovano costrette ad aderire all’unico ruolo che la dittatura assegna loro, quello di madri e di mogli.
Ancora una volta la Grandes ci porta nella Spagna franchista raccontandoci una storia inventata dal vero poiché il nucleo attorno a cui si dipana il racconto è un fatto di cronaca realmente accaduto. È ancora una volta un romanzo bellissimo, meno politico rispetto ai precedenti, ma con personaggi che entrano nel cuore. Personaggi talmente veri che non si può non soffrire insieme a loro, non partecipare delle loro vite e delle loro sofferenze. Un romanzo triste, come tristi sono molti dei romanzi di Almudena Grandes, in cui si respira l’atmosfera cupa e deprimente di un periodo storico che non è stato ancora dimenticato, ma che tanto dolore ha arrecato ad una grande parte di spagnoli.
La scrittura è come sempre eccellente, fluida e scorrevole, ma penetrante ed evocativa come poche. Ci porta avanti e indietro nel tempo e nello spazio, accompagnando il lettore in ogni piega del racconto senza lasciare che vi si perda nonostante i frequenti salti temporali e i cambiamenti di luogo.
Secondo me Almudena Grandes è una delle più grandi scrittrici contemporanee, è una di quelle di cui aspetto con ansia le nuove uscite e, terminato anche questo nuovo libro, sento una gran tristezza al pensiero di dover aspettare almeno un paio d’anni prima di leggere la sua prossima opera.
Lilli LuiniLilli Luini wrote a review
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Straordinario
Almudena Grandes è nella mia top five di autori preferiti. Dato che io non sono mai riuscita a essere una fan a prescindere, la posizione se l’è guadagnata non deludendomi praticamente mai. Questo suo ultimo libro conferma in pieno la sua bravura. Romanzo dopo romanzo, in questo suo progetto dal titolo “Episodi di una guerra interminabile” apre una finestra sulla Storia di Spagna, sul silenzio in cui ha vissuto un intero popolo per quasi quarant’anni, chiuso da muri che all’Europa non interessava scavalcare, schiacciato da una dittatura saldamente appoggiata sulle spalle della Chiesa Cattolica. In questo libro siamo negli anni 50, quando ormai ogni illusione è svanita. La Grandes – come spiega nella sua nota finale, che invito a leggere perché è altrettanto coinvolgente del romanzo – si basa su una storia vera, quella di Aurora Rodriguez Carballeira. Difficile spiegarla qui in due righe, perché questa donna è molte cose, tutte estreme, dalle più positive (era intelligentissima) alle peggiori. Nella Spagna insanguinata dalla guerra civile uccise la figlia, una ragazza prodigio, con la motivazione che non le era venuta bene, e dato che lei l’aveva fatta, si riteneva in diritto di distruggerla. Venne ricoverata in un manicomio femminile e proprio questo luogo è lo scenario del romanzo. Dove si incontrano vite vissute con fatica, soprattutto quella delle donne, schiacciate più che mai nel ruolo che il fasciocattolicesimo ha loro attribuito, un ruolo che non prevede diritti. E quella dei medici, il cui tentativo di curare le pazienti, o almeno di alleviare le loro sofferenze, finisce per scontrarsi con la psichiatria nazionale franchista, un’aberrazione che prescinde da ogni progresso scientifico. Le voci narranti sono tre: quella di German Velasquez Martin, psichiatra, che rientra nel suo paese dopo quindici anni di esilio in Svizzera, dove il padre -perseguitato dal regime – lo ha mandato a studiare prima di finire in carcere. Poi abbiamo Maria, nipote del giardiniere del manicomio, lì vissuta sempre, che ha un rapporto speciale con Donna Aurora. Infine, quella della stessa Aurora, in gran parte basata sui documenti trovati nella sta stanza dopo la morte, e salvati da un medico del manicomio che li ha poi pubblicati decenni dopo.
Mi fermo qui. Sono molti gli spunti per scrivere di un libro del genere, non è possibile elencare o riassumere un romanzo di tale portata. Assolutamente da non perdere.