La Germania sapeva
by Eric A. Johnson, Karl-Heinz Reuband
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Axel HeystAxel Heyst wrote a review
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Questo libro è il risultato di una vasta indagine condotta mediante interviste a ebrei tedeschi sopravvissuti alla Shoah, vuoi perché emigrati prima della chiusura definitiva delle frontiere, o perché riusciti a scampare allo sterminio e a coetanei non ebrei.

Il lavoro è così suddiviso in due parti: la prima comprende la trascrizione di un campione rappresentativo delle interviste ad ebrei e non ebrei, la seconda è invece un'analisi quantitativa delle risposte ai questionari. Devo dire che la prima parte è risultata la più interessante e coinvolgente, sia per le vicende narrate, sia per il punto di vista ogni volta differente degli intervistati, benché spesso mi veniva da dubitare della sincerità o dell'assenza di influenze delle testimonianze. Mi spiego meglio: per quanto riguarda i non ebrei, il sospetto che - per tutelare se stessi, o l'immagine di se stessi che queste persone hanno costruito o ri-costruito dopo quasi cinquant'anni, non rivelino di aver avuto una parte più attiva nelle uccisioni di massa, sorge spontaneo. Analogamente, alla domanda se e quando si fosse venuti a conoscenza dello sterminio degli ebrei, come si può essere certi della risposta, dopo tutto quello che è accaduto e che si è venuti a sapere? La seconda parte, in cui si studiano e si aggregano i dati desunti dai questionari si colloca a metà strada tra una pubblicazione scientifica e un saggio di più ampia diffusione. Dopo un po' di pagine, ci si perde tra tabelle, percentuali e confronti, ma la conclusione finale è raggelante.

Амэж ДвcАмэж Двc wrote a review
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Nella seconda parte molto carente
Libro ammaliante come argomento, ma nei contenuti molto scarso.

Nella prima parte sono riportate quaranta interviste a 20 ebrei e a 20 tedeschi sulla shoa e sull'antisemitismo durante il Terzo Reich. Tutto sommato interessante, specie le testimonianze degli ebrei, si parte dall'antisemitismo dei primi anni del regime, fino allo sterminio, passando dalla Kristallnacht; anche se gli argomenti e i racconti sono quelli comuni alla gran parte dei libri sull'argomento. Invece nelle interviste dei tedeschi sembra, sempre, che tutti i testimoni vogliono apparire non antisemiti, poco convinti nazionalsocialisti e scarsamente coscienti degli abomini compiuti dai loro connazionali.

La seconda parte del libro invece analizza i risultati di una ricerca compiuta attraverso circa 500 questionari inviati, nei primi anni '90, ad altrettanti sopravvissuti. La disamina è molto statistica, e noiosa. Le deduzioni e i risultati appaiono più consoni a un libro di statistica e di sondaggi che ad un'opera storico/sociale.

A mio modestissimo parere, l'opera avrebbe dovuto sezionare e analizzare gli stati d'animo, i comportamenti, gli scritti del tempo, tipo diari o giornali, insomma affidarsi a fonti meno fredde dei questionari. Capire come sia stato possibile che i tedeschi, popolo con una grande tradizione: umanistica, filosofica e culturale invece abbiano creato la più imponente macchina di sterminio della storia dell'umanità.

L'obiettivo finale, secondo me, dovrebbe essere di riuscire a trovare una risposta all'interrogativo che probabilmente non avrà mai risposta, ovvero se i tedeschi furono solo degli esecutori materiali e ciechi esecutori di Hitler oppure complici attivi e consenzienti.
gattaneragattanera wrote a review
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La Germania sapeva
Il libro prende le mosse dalla controversia nata dopo la pubblicazione del famoso "I volonterosi carnefici di Hitler" di Daniel J. Goldhagen, che sosteneva una tesi provocatoria e contestata. L'antisemitismo, elemento costitutivo della cultura popolare (e non solo) tedesca, sarebbe stato il principale motore e motivo dell'adesione - spontanea - di molti tedeschi comuni alle operazioni di sterminio.
La tesi di Goldhagen, nonchè soprattutto l'impianto teorico di base e l'uso delle fonti, sono state duramente criticate (basta provare una ricerca su Google sulla "Goldhagen Finkelstein controversy", si trova anche un commento di Raul Hilberg sulla questione).
Il libro di Reuband e Johnson si pone un obiettivo in parte diverso, ossia vagliare l'effettiva conoscenza della Soluzione Finale da parte dei tedeschi ebrei e non ebrei, utilizzando un metodo di analisi tipico delle scienze sociali, ossia l'indagine diretta presso un campione di persone vissute all'epoca dei fatti.
Premesso che non ho titoli per disquisire sul metodo (che comunque non pare aver ricevuto critiche specifiche), il libro offre una interessantissima panoramica di opinioni, debitamente commentate, la cui lettura offre molti spunti di riflessione non solo propriamente storica ma anche umana.
La seconda parte del libro contiene l'analisi delle risposte ottenute dagli autori ed è ovviamente meno scorrevole ma altrettanto interessante e, fatto non trascurabile per un testo divulgativo, sintetica ed efficace.
Le conclusioni, come sottolineano gli autori, "attenuano ma non contraddicono le tesi di Goldhagen" quanto alla diffusione dell'antisemitismo in Germania. Tuttavia, emerge dallo studio che l'odio antiebraico fu significativamente influenzato dal progressivo affermarsi del nazismo nella società tedesca. Il che conduce a considerare che, almeno inizialmente, il successo del movimento hitleriano sia da ascrivere alla lotta alla disoccupazione e al ristabilimento dell'ordine pubblico.
Per quanto attiene alla domanda principale posta dagli autori, dalle risposte degli intervistati si desume che una percentuale significativa di tedeschi, ebrei e non, riuscì ad ottenere informazioni sufficientemente circostanziate dello sterminio ben prima della fine della guerra, il che non generò tuttavia alcun significativo movimento di opposizione alla dittatura.
La lettura di questo libro è stata per me molto interessante, anche per la sua struttura innovativa.
Il limite di questa, come di altre analisi "tradizionali" del fenomeno nazista, sta nell'assenza di una spiegazione credibile di come sia stato possibile convincere un numero non piccolo di persone comuni a partecipare ad azioni del tutto fuori dall'ordinario, anche in un contesto bellico.
Gli atti in questione erano estremamente violenti e sanguinari, oltre che palesemente privi di giustificazioni pratiche, dal momento che le vittime non potevano in alcun modo costituire (o apparire come) una minaccia.
Se la spiegazione data da Goldhagen non pare soddisfare gli altri storici del periodo, a mio parere questo resta comunque un interrogativo a cui dare una risposta.