La linea d'ombra
by Joseph Conrad
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Con questo lungo racconto, pubblicato nel 1917, Conrad torna ai suoi temi e scenari prediletti. Il protagonista è un giovane ufficiale a cui viene affidato il comando di una nave, dopo la morte del capitano in circostanze poco chiare. Approdato nel porto di Bangkok, egli viene a sapere che il precedente comandante era morto suicidandosi in mare e che prima di farlo aveva lanciato una maledizione sull'imbarcazione. Ripreso il viaggio, la nave sembra effettivamente attirare su di sé continue sventure, tra cui una bonaccia che perdura per alcune settimane. E per di più, nel corso di questo periodo, a uno a uno tutti i membri dell'equipaggio si ammalano di una febbre tropicale. Nell'ispirarsi anche a precedenti classici della letteratura inglese, quali la "Ballata del vecchio marinaio" di Coleridge, Conrad costruisce un'allegoria perfetta della guerra mondiale che allora imperversava in Europa. Come in guerra, anche sull'imbarcazione l'unica speranza di salvezza sta nel fare con abnegazione e sacrificio ognuno la propria parte.

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GentilmenteGentilmente wrote a review
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Maurizio A. R.Maurizio A. R. wrote a review
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Conrad è difficile: i suoi romanzi sono attraversati da una corrente elettrica che – dalla tensione narrativa – si cristallizza in una sorta di disagio, di angoscia.
Molti riconoscono in questa mano alla gola del lettore l’antesignano di Hemingway, ma gli eroi – e antieroi – conradiani non scaricano la tensione con bevute omeriche, ne` si affaccendano con belle donne: al contrario, le avversità, le fatiche dei personaggi trovano senso e compimento solo in una prospettiva religiosa o spirituale. Di questo secondo livello testimoniano i richiami biblici, e addirittura le citazioni dai profeti.
Ogni romanzo di Conrad è quindi anche romanzo di formazione e apologo morale: nella Linea d’Ombra il senso religioso della storia trova ulteriore supporto nella incompiutezza del viaggio, o meglio nel ritorno al punto di partenza dopo un periglio simbolico: calma piatta e impossibilità di liberarsi con le proprie sole forze dalla soggezione alla forza di natura; che a sua volta puo` simboleggiare la vanità - peccaminosa - del tentativo di sfuggire al destino umano e ai suoi limiti.
Coelum non animam mutant qui trans mare currunt.
Il protagonista – io narrante – è molto antipatico, e il suo sussiego molto snob. Anche le lodi ai marinai, sul cui spessore umano non viene sprecata una parola come se si trattasse delle macchine animate di Aristotele, sono paternalistiche, compiaciute.
Un imponente apparato critico ci spiega le similitudini della storia con le vicende vissute da Conrad, con un puntiglio didascalico che lascia il lettore del tutto indifferente, e anche annoiato.
Giudizio francamente difficile.
DaphneDaphne wrote a review
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Ship in a bottle
"Soltanto i giovani hanno momenti del genere. [...] Ci si chiude alle spalle il cancelletto dell'infanzia e si entra in un giardino di incanti. Persino la penombra qui brilla di promesse. A ogni svolta il sentiero ha le sue seduzioni. [...] Si va avanti ritrovando i solchi lasciati dai nostri predecessori, eccitati, divertiti, facendo tutt'un fascio di buona e cattiva sorte, zuccherini e batoste, si può dire. [...] Si va avanti. E anche il tempo va, fino a quando innanzi a noi si profila una linea d'ombra, ad avvertirci che bisogna dire addio al paese della gioventù."
Questa è la premessa con cui inizia la storia del primo incarico di un uomo di mare. Devo confessare di aver letto a fatica questo racconto lungo sia per l'argomento navale, che non è mai stato uno dei miei preferiti, che per il senso strisciante di immobilità, calma torrida e oscura malevolenza che permea tutta la storia. Al di là del senso letterale, riconosco comunque il suo valore come metafora del sofferto passaggio all'età adulta.
In un'interessante nota iniziale, l'autore ci tiene a sottolineare che, contrariamente a quanto hanno sostenuto alcuni critici, in quest'opera breve ma complessa, egli non ha mai avuto intenzione di toccare il mondo dei fatti preternaturali, poiché si dichiara convinto che tutto ciò che cade sotto il dominio dei nostri sensi deve appartenere alla natura. Come si spiega allora quella sensazione di trappola velenosa e maligno incanto? Ecco la sua risposta: "Il mondo dei vivi, quale è, non è certo privo di meraviglie e misteri; meraviglie e misteri che influenzano le nostre emozioni e la nostra intelligenza in modi così inspiegabili da giustificare quasi il concetto della vita come di una condizione incantata."
La magia quindi esiste, ma è dentro di noi.
La marchesa di MerteuilLa marchesa di Merteuil wrote a review
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Tra i mari d'oriente ...
Romanzo breve o racconto lungo (non so quale sia la differenza) in cui l'autore decide di narrare una vicenda autobiografica, ovvero la storia del suo primo comando; inizialmente l'opera doveva chiamarsi proprio “primo comando”.
Per spiegare la definizione di “linea d'ombra” riporterò ciò che disse l'autore in merito:
“Prima di tutto, lo scopo di questo mio scritto era di presentare una serie di fatti che erano certamente legati al passaggio dalla giovinezza, spensierata e fervida, al periodo più consapevole e tormentoso dell'età matura”.
Nella vicenda il nostro protagonista decide di lasciare la sua occupazione di primo ufficiale per affrontare questa svolta che sente inevitabile nel suo percorso formativo. Ha bisogno di cambiare rotta anche se non sa con precisione cosa lo attende, sa però che lo deve fare, che è giunto il momento. Si ritroverà in modo del tutto provvidenziale a diventare capitano di una nave orientale. Sicuramente un'ottima occasione di crescita e di prestigio.
Questo primo comando risulterà tutt'altro che semplice. La nave e la ciurma che riceverà in comando sembrano affette da una terribile maledizione, lasciata in eredità dal vecchio capitano defunto. Il protagonista, che altri non è che lo stesso autore, si rifiuta in tutti i modi di credere a questa maledizione. Le pagine che però descrivono questi giorni in mare tra pestilenze e venti sfavorevoli trasudano di un fantastico alone macabro, da me particolarmente apprezzato.
Lo stesso autore dirà in merito:
“ Questo è uno degli elementi della storia ma non vi è nulla di soprannaturale, nulla, per cosi dire, che venga da oltre i confini di questo mondo, che in tutta coscienza contiene in sé già abbastanza mistero e terrore”.
Detto ciò io non posso negare che leggendo questa parte del racconto ho provato quella sensazione di brivido che mi ha reso la lettura affascinante e preziosa.
Altro aspetto interessante dell'opera è la dedica:
“A Borys e a tutti gli altri che come lui hanno varcato nella prima giovinezza la linea d'ombra della loro generazione”.
È importante contestualizzare queste parole. È il 1915 quando il figlio di Conrad venne inviato sul fronte francese per combattere lungo la Somma. La “guerra di trincea” che molti figli si troveranno a combattere diventa nell'immaginario dell'autore una terribile “linea d'ombra”. Lui non può che sentirsi inetto, inutile e colpevole rispetto a questa generazione costretta a perdere la fanciullezza in modo così prematuro e ingiusto. Ricordiamoci che il libro viene scritto proprio in quegli anni.
È un testo breve che però mi ha donato molto.
Giogio53Giogio53 wrote a review
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Conrad, sempre - 21 lug 19
La nuova traduzione di Simone Barillari, con il corredo di esaustive note critiche, nonché forse delle consapevolezze diverse, mi hanno fatto apprezzare molto anche questo secondo regalo natalizio. In modo anche decisamente diverso della mia precedente lettura di quasi otto anni fa. È vero in fondo che i libri miliari della letteratura cambiano ogni volta che li leggi. Anche perché cambia il contesto in cui vengono letti. Mentre la prima volta la lettura avveniva in un periodo di stanchezze e di bisogni affermativi, questa si è svolta in un clima forse più disteso, forse senza prospettive pensose, forse anche ad un anno dalla perdita di mia madre, momento che, alla mia tenera età, mi ha fatto fare dei passi verso una mia consapevolezza diversa. Apprezzo, anche dopo le parole di Baricco nel precedente libro, meglio la scrittura di Conrad, ora che trovo spiegate le sue frasi sospese, i suoi passaggi per descrizioni che sembrano inutili, ma che servono a creare un clima nel lettore di attesa di qualcosa, che quando avviene sorprende per la sua rapidità. Sicuramente poi, l’ampio corredo di note è servito a calare il libro nel suo contesto di scrittura, facendomi capire meglio genesi e maturità. Il testo ripercorre un momento fondamentale della vita di Conrad, trasformando tratti autobiografici in episodio universali. Momento poi visto ad una trentina di anni dopo, quindi maturato esso stesso, inciso nella vita quotidiana dell’autore. Perché, come dice Conrad stesso, il nocciolo del romanzo lo aveva sempre avuto dentro. Ora, all’inizio della Prima Guerra Mondiale, con il figlio Borys in partenza per il fronte (ma ne tornerà, cosa che Conrad sperava ma non sapeva) sente il bisogno di dedicare a lui ed a tutti coloro che passano da una fase “di ignoranza” ad una “di consapevolezza” un libro che proprio questo passaggio enfatizza e sottolinea. Come detto, la storia riprende alcuni tratti della vita di Conrad, quando il nostro giramondo vagava per i Mari del Sud. Tralasciando (e se ne volete sapere, leggete appunto le note al testo) quanto di Conrad ci sia nel narratore, la storia è discretamente lineare. Un marinaio, stanco senza motivo apparente, pur capace e promettente, chiede di essere sbarcato per tornare in patria. Mentre attende di capire come farlo, riceve una proposta: diventare capitano di un vascello che lo attende a Bangkok, il cui capitano è morto, e che deve essere portato a Singapore. Il nostro è l’uomo giusto perché, in un’epoca in cui si sta trasformando la navigazione verso l’utilizzo delle macchine a vapore, la barca che lo aspetta è un veliero. Ed il protagonista è un esperto conoscitore delle più piccole brezze, delle minuscole bave di vento che possono e debbono spingere una nave verso il suo destino. Preso il comando della nave, si trova di fronte ad una serie di problemi. Il capitano morto pare sia impazzito ed abbi lanciato maledizioni sulla nave. Maledizioni cui il primo ufficiale crede fermamente. Mentre aspettano gli ultimi momenti per poter salpare, quasi tutti i membri dell’equipaggio vengono presi da malori vari, curabili solo con abbondanti dosi di chinino. Solo lui ed il cambusiere-cuoco Ransome pare ne siano immuni. Lui è appunto il capitano di prima nomina. Ransome ha il cuore debole e non sopporta affaticamenti. Per adempiere al compito richiesto dagli armatori, il capitano deve partire al più presto per Singapore, anche con la ciurma debilitata. Quello che deve affrontare però sono quindici giorni di bonaccia, con la barca alla deriva o quasi, con il capitano alla ricerca del minimo alito di vento per avvicinarsi alla meta. Inoltre, con la necessità di curare i malati, soprattutto il più grave, il primo ufficiale. Non solo, ma, già in alto mare, si accorge che la scorta di chinino è fasulla, e non può fare nulla per gli uomini, se non essere lì con la sua presenza. Il peggio è che dopo quei giorni in cui tutti potrebbero morire, il golfo del Siam e la nave stessa vengono investiti da una pioggia improvvisa, unita a raffiche di vento inusuali. Bisogna serrare le vele, aggrapparsi al timone, ed altre diavolerie marinare che solo il mio amico Renato è in grado di seguire. Il capitano però è lì, a spronare, ad aiutare, a puntellare tutti. E quando sta per mollare, Ransome, il suo doppio malato, viene in suo aiuto. Forse ne pagherà il fio, ma quando c’è da far fronte ad un nemico (il vento, le onde, la guerra), bisogna tirar fuori tutto il meglio di sé. E tutti lo fanno, ed il capitano farà quel salto di coscienza varcando la linea d’ombra che separa la giovinezza dall’età adulta. Essendo punto di riferimento di tutti i suoi uomini, e di Ransome in particolare. Per poter concludere lui capitano-Conrad che sono loro ad essere degli della sua imperitura stima. Certo il libro, per gli esegeti ed i conoscitori, è pieno anche di altre sfaccettature, di rimandi (tante le citazioni, soprattutto di Shakespeare). Ma un libro è anche ciò che rimane nella mente e nel cuore del lettore. Che è quello che ho riportato, quello che mi è rimasto delle pur non tante pagine. Domandiamoci allora, ed io per primo, se, quando, come, abbiamo varcato quella linea. Delle mie risposte non vi dico, soprattutto se sono quasi su di una linea antitetica al nostro capitano, visto che faccio sempre mia la frase di Jacques Brel magistralmente cantata da Franco Battiato: “Ma c'è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti”.
“Tutte le strade che conducono a quello che il cuore desidera sono lunghe.” (55)