La morte di Ivan Il'ič - Tre morti e altri racconti
by Lev Nikolaevič Tolstoj
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Se si vuole avere il senso immediato, incontrovertibile della grandezza di Tolstoj già in poche pagine, basta aprire questo libro. Storia apparentemente delle più comuni – un personaggio mediocre e senza profilo scopre, dopo un banale incidente casalingo, di essere affetto da una malattia mortale –, la vicenda di Ivan Il'ič è forse l'opera dove, più che mai, la morte diventa presenza, interlocutore, addirittura potenza evocatrice di una nuova realtà. E questo prodigio narrativo si manifesta a noi con l'impassibile sicurezza di cui Tolstoj aveva il segreto. Come accadde per i Ricordi dal sottosuolo di Dostoevskij, Landolfi volle cimentarsi con un testo fra i più alti di Tolstoj – e ne risultò una traduzione memorabile. Insieme alla Morte di Ivan Il'ič, il lettore troverà qui le altre versioni landolfiane da Tolstoj: il racconto lungo Tre morti, Paleček il giullare e un fascio di racconti brevi. Quale 'envoi' per esse, potranno valere alcune felici parole che Landolfi dedicò una volta a Tolstoj: «Di fatto sta che egli, per motivi che alla più serrata analisi restano e devono restare oscuri, in quasi ogni suo scritto ci colpisce al cuore; e ci lascia, è vero, senza consolazioni e come vuoti (indice d'una forza eppure anche d'una debolezza), ma da quella stessa disperazione, da quel lavacro ciascuno potrà trarre nuova energia per procedere ovvero per tracciarsi daccapo la propria via, meglio ancora se diversa dalla sua».

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Daisy (in perpetuo volo)Daisy (in perpetuo volo) wrote a review
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Il morire di Ivan Il’ič

Nell’ultimo tempo di questa solitudine in cui si trovava giacendo colla faccia contro la spalliera del divano; di questa solitudine in mezzo a una città popolosa e ai suoi molti amici e ai suoi familiari – che più completa non avrebbe potuto essere sulla terra e neppure in fondo al mare…


Ennesima rilettura di un racconto straordinario. Bene ha fatto Adelphi a ripubblicarlo nella traduzione di Tommaso Landolfi, tra quelle che ho letto è la mia preferita.
In quanto alla trama c’è poco da dire: non tratta di chissà cosa, non ci dice niente di speciale in fondo, niente di straordinario. Anzi ci narra un accadimento naturale (“Tutti morremo, perché non dovrei fare quello che faccio?”, dice Gerasim, il servo, l’unico che capisce e che prova una sincera compassione). Il titolo però è fuorviante secondo me, tanto che ho osato cambiarlo, perché il racconto non parla “solo” della morte. Non sarebbe così traumatizzante se parlasse solo della morte. Lo diceva già Epicuro: la morte non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Quindi perché preoccuparsi?
Narra invece del “morire”, tutta un'altra cosa, tutta un'altra faccenda.
E qui mi vien da citare W. Allen: "Non è che ho paura di morire. È che non vorrei essere lì quando succede".
Invece è quello che accade al protagonista, a Ivan Il’ič – e a tutti prima o poi: lui è lì quando succede, ma soprattutto è lì prima che succeda. E Tolstoj ne disseziona la psiche e ci mostra le graduali trasformazioni psicologiche e affettive non solo di colui che sta morendo – e ne è perfettamente consapevole – ma anche di quelli che lo circondano, in particolare i suoi familiari, ma anche i colleghi e i medici alle cui inutili cure si affida nella speranza sempre più vana che tutto torni come prima. Ma prima come? Ed ecco allora che Ivan Il’ič riavvolge la sua vita come un nastro e facendolo nasce in lui il sospetto di aver sbagliato tutto, “come se avesse a poco a poco discesa una montagna figurandosi di salirla”. Ma è troppo tardi per rimediare.
È bravissimo Tolstoj nel raccontarci questa discesa (“Io cado…”). Ci mostra il lento avvicinarsi del finis vitae non risparmiandoci neppure i dettagli più intimi e dolorosi, e lo fa con una grande e al tempo stesso spietata partecipazione, con una straordinaria introspezione psicologica.
E proprio per questo il racconto è micidiale. Bello e micidiale.