La notte delle farfalle
by Aimee Bender
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La notte in cui sua madre viene portata in un ospedale psichiatrico dopo un accesso di follia, Francie ha solo otto anni e rimane sola con la sua babysitter aspettando di poter prendere, la mattina dopo, il treno che la porterà a Los Angeles a vivere con gli zii. Accanto al divano sul quale dorme c’è una lampada con un paralume decorato di farfalle. Al risveglio, Francie vede una farfalla morta, identica a quelle sul paralume, che galleggia dentro un bicchiere d’acqua. Senza farsi vedere dalla babysitter, la deglutisce. Vent’anni dopo Francie si trova costretta a fare i conti con quel momento, immergendosi nel passato e ripescando nella memoria altri due incidenti, molto simili: la scoperta, in un quaderno di scuola, dello scheletro essiccato di uno scarafaggio, e la presenza di un bouquet di rose che riproduce il motivo floreale delle tende di casa. Mentre il mondo intorno a lei sembra quasi perdere di consistenza, i ricordi si fanno sempre più luminosi, e gli insetti e i fiori sembrano aprire lo sguardo verso una terza dimensione. Comincia una dolce battaglia, nella quale salvare e proteggere la farfalla, lo scarafaggio, le rose è forse l’unico modo possibile per ritrovare l’amore di una madre adorabile e folle, e poter ricominciare, una volta per tutte, a vivere. A dieci anni dal suo ultimo romanzo, Aimee Bender torna a esplorare, con una lingua unica per eleganza e limpidezza, un mondo nel quale gli oggetti più banali e quotidiani si trasformano in finestre verso un’altra dimensione e in amuleti di salvezza. E rinnova la dolce magia che ha fatto dell’Inconfondibile tristezza della torta al limone un libro di culto.

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la patologia mentale è un tessuto sfilacciato attraverso il quale il presente scivola via per diventare un luogo altro



Francie ha otto anni ma, come le altre protagoniste di Bender, ne ha molti di più


e questo vuol dire "responsabilità" direbbe Fossati,

anche se per lui erano meno gli anni che davano responsabilità,

ma mi è venuto in mente leggendo del viaggio in treno di Francie e della sua (ri)scoperta dei ricordi nella tenda sul balcone


lei, come anche la zia che l'ha adottata, teme di aver geni materni

ma la mamma ha un serio problema mentale causato dallo sbattimento della testa dopo il parto, quindi non è possibile ereditarne la patologia...


ma tant'è, lei e la sorella svolgono a mano a mano le sue esperienze come fossero un rotolo antico di delicata fattura,

e alla fine lei ha tutto davanti

passato e presente, con una speranza per il futuro


i temi di Bender sono pressapoco sempre gli stessi: patologia mentale, bambini e famiglie disfunzionali


qua combinati in maniera più fluida e meno oscura che in L'Inconfondibile tristezza della torta al limone e successivi racconti, si direbbe un romanzo adulto


più convincente e allo stesso tempo più esile


triste nella sua linearità e nell'assoluta mancanza di pathos


ma piacevole da leggere e avendolo letto dopo Crossroads di Franzen, assai meno pesante, colpevolizzante e finto cattolico di quello


molto meglio la realtà, sia pure di quelle difficili e dure da digerire, con un tocco di pazzia surreale e tanta volontà di farcela


senza aiuti divini o altri deliri socialmente accettati


qua il delirio è reale e come tale fa giustamente paura, come deve essere

ii wrote a review
08
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Tra le figure retoriche più affascinanti, a mio parere, c’è la sinestesia.
Definizione da interrogazione liceale: “figura retorica di significato che consiste nell’accostare in un’unica espressione elementi appartenenti a sfere sensoriali diverse”.
Esempio da manuale di letteratura italiana del biennio: “odore di fragole rosse” (G. Pascoli, da “Il gelsomino notturno”).
Spiegazione dell’esempio: l’odore delle fragole lo senti con il naso, ma il fatto che siano rosse no, quello è un elemento visivo (anche se sinceramente non sono d’accordo: l’odore di una fragola matura è ben diverso da quello di una fragola acerba. E così, d’un botto, senza senso, mi scaglio contro una certezza granitica della scuola superiore italiana nonché della critica letteraria di tutti i tempi, sbàm).

Comunque, Pascoli a parte.
La sinestesia è affascinante perchè rivela che quella tendenza che abbiamo a chiudere le cose dentro a dei confini è un’illusione.
Passiamo molta parte dell’esistenza a tracciare contorni e dare definizioni. Di noi, degli altri, delle situazioni.
La verità è che è un’operazione necessaria e sicuramente utile, ma spesso inesatta, per essere generosa, definitivamente molto lontana dalla realtà delle cose, che invece si rivelano mutevoli e fluide e complesse, compresi noi stessi.

Se c’è un momento emblematico di questo, nelle nostre esistenze, è il passaggio dal mondo infantile a quello adulto.
Gli adolescenti, i ragazzini, vivono in maniera privilegiata la domanda: chi sono? Dove finisco io e iniziano gli altri? Cosa sono le cose? (E via dicendo). Ed è infatti un passaggio in cui tendenzialmente si rifiutano definizioni e chi prova a rinchiuderci in uno schema o una descrizione si schianta inevitabilmente sulla reazione (a volte magari spropositata nei modi) di chi si ribella a tale procedura, avvertita come violenta e ingiusta (e a ben ragione)

L’ultimo (attesissimo, da parte mia) romanzo di Aimee Bender (amo alla follia) credo parli di questo.
Di noi che siamo noi e altro. Delle cose, che sono in noi e poi smettono di esserlo. Dei confini da tracciare come righe sulla sabbia per poi farne scempio di vento e onde. Di tentativi di conoscersi e conoscere, di incontrarsi e fondersi e trovare la giusta distanza che è quasi sempre uno starsi vicini, in realtà, senza confondersi, però, né sostituirsi.
E di chi sa aspettare. Di chi non ha il problema di definirci, ma solo di accoglierci. Di chi ci ascolta senza comprenderci, ma non importa.
Resterà lì, ad aspettare che, quando saremo pronti, gli restituiremo lo sguardo e il sorriso. E sarà bello.