La parte dell'altro
by Éric-Emmanuel Schmitt
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Il male è in ognuno di noi. Per esplorare questa terrificante idea, il romanzo segue le vite parallele dell'Hitler vero e di un Hitler fittizio e "buono". Quale sarebbe stato il corso della storia se l'8 ottobre del 1918 Adolf Hitler fosse stato ammesso all'Accademia di Belle Arti? Lungi dal ricostr... More

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newlifenewlife wrote a review
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Capire, ma non per giustificare. Capire, ma non per smettere di condannare. Capire per soffrire meno.
Non voglio mancare di rispetto all'opera di uno scrittore come Eric-Emmanuel, ma avete presente Sliding Doors, il film? "Cosa sarebbe successo se..." Ecco: applicate la stessa formula all’adolescenza di un aspirante artista come era (nella realtà storica) Adolf Hitler ed ecco sfornato un capolavoro!
L'attimo che decide tutto, in questo caso, non è fortuito come la chiusura delle porte di un tram, ma è l'esito di un esame... “Adolf Hitler: respinto”: questo è ciò che è realmente accaduto un giorno, anzi due, nel 1907 e nel 1908 presso l’Accademia delle Belle Arti di Vienna; “Adolf H.: ammesso”: da questo evento alternativo prende avvio l’immaginaria vita parallela di quello che sarà chiamato “Adolf H.”, per distinguerlo dall’Hitler che purtroppo conosciamo.
Il commento più bello sul confronto fra questi due personaggi proviene dalla penna dello stesso Schmitt, nel suo Diario su ‘La parte dell’altro’: “Elaboro un doppio ritratto antagonista. Afolf H. cerca di conoscersi, mentre il vero Hitler si ignora. Adolf H. riconosce che in sè vivono dei probemi, mentre Hitler li seppellisce. Adolf H. guarisce e si apre agli altri, mentre Hitler sprofonda nella propria nevrosi troncando ogni rapporto umano. Adolf H. affronta la realtà, mentre Hitler, se contraria ai propri desideri, la nega. Adolf H. impara l’umiltà, mentre Hitler diventa il Führer, una specie di dio vivente. Adolf H. si apre al mondo, Hitler lo distrugge per rifarlo”.

Ciò che più mi ha affascinato di questo inedito parallelismo è che il punto di partenza è uno: è lo stesso Adolf Hitler che ha dato origine ai due protagonisti di questa storia. Ed è proprio questo su cui ci induce a riflettere l’autore: Hitler, il “vero” Hitler, non è un pazzo, non è un genio del male, non è un perverso; non è insomma diverso da ognuno di noi. Il male, anche quello più assoluto, non è qualcosa di alieno, non si pone su un livello differente dalla realtà. Il male nella vita di Hitler, suggerisce coraggiosamente Schmitt, è stato il frutto di eventi e circostanze e, soprattutto, di scelte. Per cui se è vero che l’essere ammesso o meno all’Accademia di Belle Arti di Vienna non è dipeso da Hitler stesso, è vero che il resto della sua vita è stato un susseguirsi di scelte, più o meno consapevoli, più o meno gravide di conseguenze, ma comunque di scelte, le quali hanno dato vita a un percorso e a una personalità ben definiti. Non per niente gli anni più importanti, quelli nei quali si decide il destino di Hitler e di Adolf H., sono quelli dell’adolescenza, durante i quali è risaputo che un giovane “forma” se stesso.
Riducendo il “mostro del male” per antonomasia a un giovane che, a partire da un bruciante fallimento, non è più capace di crescere in modo sano, di realizzare la propria vita, Schmitt ci dimostra che nessuno di noi è al sicuro, mentre ognuno è responsabile di se stesso. Hitler sarebbe potuto diventare una persona diversa, ma se non esiste “fato” o “predisposizione congenita al male” per lui, non esiste nemmeno una “congenita estraneità al male” per noi.
Un libro audace, credibile (ogni singolo passaggio è, di volta in volta, fedele alla storia quando si riferisce a Hitler o verosimile quando si riferisce ad Adolf H.), appassionante. Ho amato tutto di questo romanzo: l’intreccio narrativo, lo stile, il messaggio. Mi sono piaciuti molto i capitoli dedicati all’Hitler immaginario, ma ho apprezzato moltissimo (e forse di più) anche il modo in cui Schmitt, con uno sforzo non indifferente, ha cercato di riscostruire la vita psicologica del vero Hitler, cercando di capire come sia stato possibile.
“Capire, ma non per giustificare. Capire, ma non per smettere di condannare. Capire per soffrire meno.” Queste sono le parole che Schmitt mette in bocca ad Adolf H., l’alter ego “buono”. Buono perché, complice un percorso terapeutico con Freud (inventato ma storicamente possibile), che lo libera dai suoi traumi infantili, e l'incontro (di fantasia) con una donna chiamata Stella, che lo guarisce dal suo “egocentrismo”, insegnandogli ad aprirsi alla “dimensione dell’altro” (da qui il bellissimo titolo), riesce, a differenza dell’Hitler storico, a trovare una propria dimensione, a conoscere l’amicizia, l’amore, la compassione.

Un altro aspetto che mi è piaciuto moltissimo è stato che anche dopo la “separazione” fra Hitler e Adolf H., quando la distanza fra i due è diventata ormai insormontabile, Schmitt ci ricorda, attraverso la tecnica del “rovesciamento”, che non stiamo parlando di due personaggi differenti, ma di due esiti possibili del medesimo punto di partenza. E così se Adolf H. diventa un amatore di primo livello, il quale ha imparato ad andare “oltre il suo piacere per entrare nella dimensione del piacere condiviso”, Hitler, che “schiacciava i compagni dall’alto della sua castità”, impara a far “godere la folla”. Magnifico questo passaggio (lungo una pagina e mezzo) in cui l’autore descrive un vero e proprio “amplesso” fra Hitler e la folla che lo acclama, laddove lui “fa godere la folla, ma non gode. La disprezza per aver goduto così facilmente senza essere riuscita a far godere lui. E nel disprezzo si sente superiore. E in questo disprezzo conserva il potere.”

Sono davvero felice di aver scoperto questo autore e sono assolutamente certa che fra noi è iniziata una “storia” bellissima. Ma a prescindere da ciò, consiglio questo libro a chiunque, io l’ho divorato e vi assicuro che non vi deluderà.
ZidoraZidora wrote a review
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james_bondjames_bond wrote a review
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