La peste a Bergamo
by Jens Peter Jacobsen
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Francesco PlatiniFrancesco Platini wrote a review
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Sei racconti, piccola collezione in linea con una produzione limitata da una vita troppo breve – ma ammirata, per fare un nome, da Rilke –, costruiti su impressioni visive, con minuta cura dei dettagli, e sperimentazioni psicologiche ad anticipare la rivoluzione in arrivo di là a poco.

Nell’armonia di storie senza lieto fine, al meglio malinconiche, risalta Mogens, il cui protagonista, omonimo, è natura semplice che passa dalla felicità all’abiezione per un torto subito dalla vita. Nonostante il destino appaia segnato, condannato dallo stigma di malvagio –l’intellettuale progressista e il conservatore concordano –, gli viene accordata una seconda possibilità, pazienza di donna fragile in apparenza, che attende la fuoriuscita da se stesso e la possibilità, che lui solo può accordarsi, di una felicità nuovamente possibile.
Trascrivo un passaggio di tenerezza, siamo nel momento in cui la salvezza è possibile, a Mogens spetta la decisione ultima: si chiude anticipando i celebri versi di Wisława Szymborska.
Piano piano andò e, giunto presso la camera di lei, si fermò sulla porta: tutto era silenzioso e tranquillo: quando egli tendeva l’orecchio in ascolto, era come se egli sentisse il suo respiro. Come batteva il suo cuore! Sembrava che egli stesso se lo sentisse battere in petto.

Si arrende di contro all’abiezione il protagonista di Un colpo di fucile nella nebbia, solo che, a differenza di Mogens, è abile a occultarla e non avrà mosche cavalline a dargli la patente di malvagio – lui che la meriterebbe.

Due mondi è una variazione sul tema del mandarino cinese: a una donna è concesso di guarire da una malattia a condizione che la passi a un’altra donna, sconosciuta. Il senso di colpa comincerà immediatamente il suo lavorio, impedendo alla protagonista di scoprire se la sua non fosse solo superstizione e a entrambe le donne fosse stato accordato di essere felici.
Pur scandagliando l’abisso interiore, il racconto non è privo di momenti di umorismo.
«Va bene. Dunque dicevamo: I Greci…»
«Ma che Greci! Prima i Fenici!»
«Che cosa sai tu dei Fenici?»
«Niente. Ma perché non si deve parlar mai dei Fenici? Forseché è gente così trascurabile?»


L’elegiaco Qui dovrebbero esserci state delle rose è un dialogo sull’amore, in maschera, due paggi che sono in realtà due attrici, ma conversano come paggi, riproponendo l’eterna dialettica tra l’amore che è estasi e l’amore che è dolore. E l’eterna diatriba a stabilire chi, tra le portatrici di ciascuna visione, sia più felice della compagna.

Si sposta dalle pianure danesi all’Italia barocca, Jacobsen, per raccontare La peste e Bergamo, la malattia che diventa pretesto di abiezione e consacrazione a tutti e sette i vizi capitali. L’atmosfera si fa sempre più oscura, nonostante il sole soffocante che, in tempi d’epidemia, è ben più pernicioso di una giornata piovosa – Manzoni docet – e l’apparizione dei penitenti la rende, se possibile, più oscura, mostrando ai bergamaschi lo scempio che non è la peste ma il rigetto di Dio, con una rappresentazione, però, così cupa e senza soluzione, che lascia i reclusi di Bergamo alta attoniti e i lettori ignari della loro sorte. Avranno tratto giovamento dalla terapia d’urto?

La signora Fönss, ultima opera in assoluto dello scrittore danese, fa parteggiare inevitabilmente per la madre a cui i figli, gelosi e possessivi, per quanto già grandi, lui in procinto di sposarsi, lei convalescente da una delusione d’amore, vogliono impedire di colmare la lunga vedovanza sposando un antico innamorato per caso incontrato ad Avignone, in un clima soffocante non diverso da quello bergamasco, Provenza ben poco poetica e attraente. La donna finirà abbandonata e molto amata, consolata dalla devozione del marito nella malattia mortale e col rimpianto per i figli. No, è impossibile trovare giustificazione al comportamento dei due giovani, incapaci di comprendere che l’amore della madre, sconfinato, non viene diminuito se una parte viene accordata a altri in cambio di una forma d’amore che due figli non possono dare, incapaci di provare compassione e desiderare per la donna la stessa felicità – lui, addirittura vergognandosi di fronte alla futura moglie di avere una madre innamorata come una giovinetta, seppure la donna ribadisca la sua mezza età e la maturità nell’amore – e che non sperimenti lo stesso dolore – lei.