La polvere del mondo
by Nicolas Bouvier
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Libro di viaggio, Baedeker e molte altre cose assieme, La polvere del mondo è il racconto di un viaggio, la prima avventura in Oriente condotta da Bouvier nel 1953. Partito da Ginevra su una Fiat "Topolino", raggiunge a Belgrado il suo amico pittore Thierry Vernet, in compagnia del quale continuerà il viaggio verso Est, fino a Samarcanda.
Il libro ha conosciuto in Francia un successo continuo (molte riedizioni, numerose traduzioni), al punto da diventare la bibbia di una generazione di viaggiatori e di scrittori di viaggio, non tanto per il suo fascino esotico, quanto per il modo inimitabile in cui si fondono humour e angoscia, il riso e le lacrime, l'innocenza dello sguardo e il sapore della conoscenza consapevole, il gusto dell'Ignoto e la costante umiltà del mettersi in cammino, la visione cosmica e il "rapimento" delicato, minuzioso, di certi piccoli dettagli celati nella singolarità degli esseri e delle cose più ovvie e quotidiane.

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Oblomov69Oblomov69 wrote a review
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GiaxGiax wrote a review
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Amo Annemarie Schwarzenbach, perdutamente. Nicolas Bouvier non racconta di un itinerario tanto diverso, eppure la qualità del lavoro è superiore. Forse perché la svizzera è spinta verso Kabul da una irrequietezza finalizzata, mentre lo svizzero arriva a Kabul per una modalità, un senso, un’itineranza che ha dato alla vita. E la capacità narrativa credo sia di un livello maggiore: il ricorso ad una frequente aggettivazione, quasi sempre perfettamente adeguata e molto spesso di apprezzabile eleganza; le rappresentazioni metaforiche efficaci e delicate; lo stile genericamente in souplesse e raramente drammatizzante o patiscente; le descrizioni capaci per ritrarre i paesaggi, le persone, le situazioni - come magari l’amico Thierry, ma con la macchina da scrivere a sostituire la tavolozza.
Descrizioni di aneddoti, magari per rappresentare cosa possa significare la parola felicità, e fotografare istanti speciali. Perché “in fin dei conti, ciò che costituisce l’ossatura della esistenza, non è né la famiglia, né la carriera, né ciò che gli altri diranno o penseranno di voi, ma alcuni istanti di questo tipo, sollevati da una levitazione ancora più serena di quella dell’amore, e che la vita ci distribuisce con una parsimonia a misura del nostro debole cuore”.
Quindi, con questa potente ed elegante capacità di racconto (e alla mia valutazione penso abbia concorso l’ottimo italiano di Maria Teresa Giaveri), Nicolas e Thierry girano il Medio Oriente su una Topolino, imbattendosi in una serie di imprevisti ed accidenti lungo la strada per Ceylon. Mesi bloccati dalla neve di Tabriz, settimane di attesa per le riparazioni dell’auto, giorni deliranti nel deserto di Lut. E la prigione, la malaria, la fame, gli incidenti persino le giornate a frugare nelle discariche di immondizie. Ma al centro resta il viaggio umano, e l’esplorazione delle culture, e la mimesi.
Anche se ogni tanto sembra che tutto il mondo sia paese, c’è sempre una considerazione sulla diversa interpretazione delle dinamiche, molto immediate e senza indorature della pillola. Un buon esempio: il vecchio ingaggiato nella rielezione a Ghilan che arringa verso il suo avversario “Quello che avete ascoltato è purtroppo ben vero… e anche io non sono tanto un uomo onesto. Ma voi mi conoscete: io vi prendo poco e vi proteggo da quelli più rapaci di me. Se questo giovanotto è onesto come dice, non saprà difendervi da quelli della capitale. È evidente. Se poi non lo è, ricordatevi che egli comincia adesso la sua carriera, e le sue casse sono vuote; io invece la sto terminando, e le mie casse sono piene. Con chi dei due rischiate meno?”
Un’onestà brutale per un contenuto brutale ma molto pragmatico, che non cela un pensiero che potrebbe benissimo ricorrere anche in molti governi occidentali, benché offuscato dalla ipocrisia. D’altronde come può un popolo ripagare una brutale onestà del genere? Siccome “indignarsi non serve a nulla” varrà la saggezza popolare del luogo che consiglia
“bacia la mano che non puoi mordere
e prega che essa sia stroncata”
Questo uno dei tanti aspetti e delle tante sfumature delle culture in cui Bouvier si bagna, per anni.
920
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Dello splendore per usura
Nicolas Bouvier, scrittore, fotografo e iconografo ginevrino non beneficia, purtroppo, di un largo seguito in Italia. L'editoria e il pubblico estero hanno viceversa riconosciuto ne La polvere del mondo un classico della letteratura di viaggio, anche se la definizione di genere è del tutto angusta al respiro e alla portata della sua scrittura.
L'ultima edizione italiana in circolazione credo sia quella di Diabasis, anno 2009, cui perdono una delle copertine più respingenti del mondo in virtù della perfetta, magistrale prefazione di Jean Starobinski, esponente della Scuola di Ginevra e conterraneo di Bouvier ( Fermor ha invece curato quella di una edizione inglese).
La polvere del mondo è il diario di due anni di viaggio, 1953, dalla Svizzera all'India a bordo di una Topolino.
La dimensione del viaggio ha in sé una matrice sottile che attrae e condensa un istinto latente, un elemento quiescente, compattato e riposto che affonda nel nostro sostrato psichico più antico, nella memoria di specie. Siamo stati nomadi per migliaia di anni, decine di migliaia, e una manciata di millenni all'ombra di un tetto faticano a stingerne la traccia.
Percorso di conoscenza, cerca mistica, strada del pellegrino, solco di schiera cavalleresca, cammino metafisico, sentiero di fuga, formazione o scoperta, il viaggio è sempre, nella sua natura più profonda, narrazione delle rotte recondite dell'io.
"...e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo..."
Tracciare, annotare, testimoniare il segno intimamente impresso da questo rotte, e coniugarne l’onda di riflusso, sono le coordinate costanti dello spazio di Bouvier, dove a una geografia fisica rintocca sempre, coincidente, una interiore.
E così scrive all'inizio di questo diario, il cui titolo in francese, L’usage du monde, rivela già, come elemento centrale della sua riflessione, il rovesciamento del concetto di viaggio da tempo di disimpegno a quello di rinnovamento per usura, ad opera di ciò che, oltre la soglia, attende di assottigliarci come la trama di un tappeto sfilacciato:
" ...un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che basta a se stesso. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa, o vi disfa."
”Non si viaggia per addobbarsi d’esotismo e di aneddoti come un albero di Natale, ma perché la strada ci spiumi, ci strigli, ci prosciughi, ci renda simili a quelle salviette consunte che ci allungano con una scaglia di sapone nei bordelli”, annota ancora ostinatamente ne Il Pesce Scorpione.
Il viaggio è freccia nel tempo che ci attraversa, trafigge, ossida.
Ruvida e radiante, la prospettiva di Bouvier ha il suo punto di fuga nella spoliazione di sé, nell'offerta della propria fragilità, nella dilatazione della superficie di contatto tra l’individuo e il mondo, nell’esperire se stessi attraverso una scelta che genera accoglienza.
Un'accoglienza di certo rischiosa, perché contamina e porge, rompe e concepisce.
Ben lontana dall'attuale logica per accumulo.
Trovare sottraendo.
Oltre a ogni altra interpretazione dell'autore, il libro è poi bellissimo (proprio come dice "lui" qui sotto, cui va di nuovo il mio grazie), appaga, incanta e stordisce con una scrittura limpida, trasparente alla luce, alla visione, al paesaggio (un paesaggio che ci è ormai interdetto) :
"Addossati a una collina, si guardano le stelle, i movimenti vaghi della terra che se ne va verso il Caucaso, gli occhi fosforescenti delle volpi, Il tempo passa tra tè bollenti, qualche rara frase, sigarette; poi l'alba s'alza, si spiega, ci si mettono in mezzo le quaglie e le pernici ... e ci si affretta ad affondare quell'istante supremo come un corpo morto in fondo alla memoria, dove si andrà a ripescarlo un giorno. Ci si stiracchia, si fa qualche passo, pesando meno di un chilo, e la parola felicità pare troppo scarna e particolare per descrivere ciò che vi succede."
“Viaggiare ti lascia senza parole, poi ti trasforma in narratore”, scriveva Ibn Battuta, il più grande viaggiatore di tutti i tempi.
"Davanti a quella prodigiosa incudine di terra e di roccia, il mondo dell'aneddoto era come abolito. La distesa di montagne, il cielo chiaro di dicembre, il tepore di mezzogiorno, il crepitio del narghilè, fino agli spiccioli che mi tintinnavano in tasca, diventavano gli elementi di uno spettacolo a cui ero giunto dopo un'infinità di ostacoli, e in tempo per recitare la mia parte. > neanche io so più come dire ...perché per parlare con Plotino: >. "
Quando l'io fa un passo indietro, trova spazio l'essere.
ps la nota in apertura è ripresa dal seguente brano de Il Pesce Scorpione di Nicolas Bouvier:
"ll quartiere delle pietre preziose. Qui e là, dietro i sorrisi che sbarrano la soglia dei levigatori, dietro le loro minuscole bilance, riposano, fasciati da carta di seta, rubini occhio-di-gatto, topazi e pietre di luna, luccicando e sfolgorando segretamente. Quelle gemme che hanno pazientemente maturato al buio la loro bellezza sono una lezione di permanenze e di lentezza. La trasparenza e lo splendore per usura."