La saga di Gösta Berling
by Selma Lagerlöf
(*)(*)(*)(*)( )(220)
Bello, giovane e alcolizzato, il sacerdote Gösta Berling è costretto a lasciare la sua parrocchia e a vivere di elemosina finché, a un passo dal suicidio, viene salvato dalla “Signora di Ekeby” e accolto nella sua stravagante comunità: un gruppo di dodici sedicenti “cavalieri” che trascorrono la lor... More

All Reviews

51 + 2 in other languages
Giogio53Giogio53 wrote a review
00
(*)(*)( )( )( )
Boreali 4 - 21 mar 21
Già si intuisce, dall’anno di scrittura, che si tratta di un libro impegnativo. Che si aggiunge al fatto che l’autrice, Selma Ottilia Lovisa Lagerlöf, pochi anni dopo diverrà la prima donna ad essere insignita del Nobel per la Letteratura. Ma è tuttavia un libro “storico”, cioè non impegna molto l’animo a seguirne le righe, non coinvolge la passione per accompagnare i personaggi nella loro vita. Rimane, ed in questo è di certo ben fatto, un libro pietra miliare della letteratura, che sena una svolta nel modo di scrivere scandinavo, e che ci restituisce, anche se sono passati 130 anni, la scrittura descrittiva di un mondo che non c’è più.
Ma la scrittura della Lagerlöf, pur se a me non piace, è capace di suscitare mondi. Descrive luoghi con mirabile capacità, e ce li fa visitare. Descrive personaggi che si comportano in modo “fiabesco”, ma non ce ne fa sentire l’assurdità, ma solo, realmente, l’umanità. Ed in effetti, Selma prende in prestito saghe, leggende e fiabe ancestrali, le rielabora e le ricuce, creando alla fine una narrazione coerente, che ha un suo filo complessivo coerente e seguibile. Anche se in realtà, ogni capitolo è un racconto che potrebbe avere vita propria.
Mentre la scrittura, come detto, è della fine dell’Ottocento, la storia si svolge negli anni Venti di quel secolo, ed è ambientata nel Värmland, non a caso la regione natia della scrittrice. L’eroe eponimo della saga è ovviamente Gösta Berling, che anche qui, per causa di scrittura, è un eroe pieno di contraddizioni. Prete spretato perché troppo dedito all’alcool, sin dalle prime righe è ambiguo. Ubriacone, imbastisce un sermone magistrale che commuove tutti. Poi, pieno di rimorsi, fugge cercando la morte. Viene salvato dalla maggiorente della tenuta di Ekeby, convinto alla vita ed incorporato nei cavalieri del posto. Qui, sobillato dal diavolo in forma del cattivo Sintram, insieme ai cavalieri, si rivolta a Margarita Samzelius, la maggioressa, la scaccia, ed inaugura un anno di baldoria, che porta la rovina al territorio di Ekeby.
Da qui, come detto, si partono tutte le storie dei vari personaggi, sempre collegati all’ambiguo Gösta, talvolta eroe, talvolta infingardo e cattivo. Ma sempre bello, e capace di far innamorare tutte le donne benestanti della zona come Anna Stjärnhök, Marianne Sinclaire e la contessa Elisabeth Dohna. Fino all’ultimo capitolo, dove Margarita torna, mette in riga i cavalieri, Gösta mette la testa a posto, si sposa, i cavalieri si disperdono e la maggioressa muore.
Per i “filologi”, diamo qualche altra informazione sui personaggi. Detto di Gösta, e di Margarita Samzelius, la maggioressa (intesa come moglie del Maggiore) responsabile di Ekeby, della sua crescita, della sua rovina e della sua rinascita, abbiamo già citato Sintram, il cattivo, che finirà giustamente male. Abbiamo allora, la figlia di uno dei più ricchi del posto, Marianne Sinclaire, prima cacciata di casa per aver baciato Gösta, poi riconquistatasi il suo posto (e perdonerà anche il baciatore a tradimento). C’è la famiglia del conte Dohna, composta dal conte Henrik, notoriamente stupido, dalla contessa Marta, madre di Henrik, ricca e altera, che finirà cacciata da Ekeby con il conte, dalla figliastra di Marta, Ebba, il primo amore di Gösta, estremamente religiosa, tanto che non si riprende dallo shock dell’abbandono e si lascia morire. Infine, c’è la contessa Elisabetta, che si innamora di Gösta, prima di lasciare il conte, passa infiniti tormenti, punizioni e patimenti, ma alla fine coronerà il suo sogno d’amore.
Citando di passaggio anche Anna Stjärnhök, fidanzata con un personaggio minore, un tempo innamorata di Gösta, ma poi rinsavita e sposa con amore e decoro. E per finire ci sono i 12 Cavalieri (dodici come gli apostoli?): il molto citato Gösta Berling, il Colonnello Beerencreutz, il Maggiore Anders Fuchs, il piccolo Ruster, Rutger von Orneclou, Kristian Bergh, lo scudiero Julius, Kevenhuller, il cugino Kristoffer, lo zio Eberhard, Lovenborg, Lilliecrona. E li cito, perché di ognuno Selma narrerà una storia ed un intreccio con gli altri e con Ekeby. Anche se, con la maestria della sua scrittura, Selma riporterà tutto nell’ordine del filo logico del suo racconto.
Devo dire che alla fine, quello che più mi rimane del libro è la capacità di descrizione dei luoghi scandinavi. L’ambiguità del libro, invece, sta anche nel messaggio contraddittorio che manda: un omaggio alla gioia di vivere di un tempo passato, ma allo stesso tempo una condanna di una vita senza lavoro.
Però, alla fine, è veramente una lettura filologica, che forse ci fa entrare in un mondo di fiabe e leggende, che di sicuro adombrano aspetti umani tuttora rilevanti: avarizia, invidia, odio, amore. Storia di intenzioni tradite, cadute, seconde occasioni e (probabilmente) redenzioni. È piena di intensità, ed ha un ritmo epico che trascina verso la fine, pur nella difficoltà di una scrittura centenaria. Ma il mondo di Selma è ormai molto lontano, e ci vuole fatica per farlo tornare all’oggi. Domandandoci, ad ogni pagina, se lo sforzo è realmente utile. Rimango nei miei dubbi.
“Non è una cosa facile … fare felice una donna.” (131)
“Aveva su molte cose le sue opinioni personali, come facilmente accade a chi vive solo ripensando di continuo a tutto quello che un tempo i suoi occhi hanno veduto.” (206)
“Ora ha il volto ingiallito, è avvizzita e vecchia. Forse non la riconoscerà nemmeno, sessantenne com’è, ma lei non viene per essere veduta, bensì per vedere … l’uomo amato in gioventù.” (283)
“Una donna non si vergogna mai di un uomo che ha amato.” (414)
“Sarebbe per me un onore sufficiente che … si ricordassero ancora del mio nome un paio di anni dopo la mia morte.” (429)
GennaroGennaro wrote a review
02
(*)(*)(*)(*)(*)
Scritto in uno stile tra poema epico moderno e racconto del mito, "La saga di Gösta Berling" narra le gesta di un giovane padre spirituale che macchiatosi con l'onta dell'alcol, nel quale trovava conforto dai faticosi doveri del ministero, viene destituito dal proprio incarico.
Nelle vesti di un mendicante inizia così a vagare per solitarie lande di ghiacci perenni, tra bufere di neve, venti gelidi provenienti da emisferi celesti che sferzano dandosi costante convegno. Un peregrinare che giunge al termine quando, nella rappresentazione di una scena memorabile, avviene l'incontro con la maggioressa di Ekeby, donna autoritaria e imponente, che gli consentirà di entrare a far parte dell'ordine dei suoi cavalieri. Un evento che renderà l'esistenza di Gösta il fulcro di suggestive vicende, di avvenimenti sospesi tra realtà e fantasia sullo sfondo di luoghi boreali dal fascino eterno.
Una voce gotica, durante la narrazione, pervade questa spirale di storie dalle quali emergono personaggi sinistri, leggende popolate da uomini e animali, riti celebratri contro il potere degli spiriti malefici, notti piene di visioni e d'avventure, capitani, cacciatori, contesse e contadine dai destini travagliati. Una meravigliosa tela, avvolta da un pulviscolo dorato, che brulica di vita e di comparse come in un paesaggio di Bruegel. Una saga di notevole bellezza in cui l'autrice, col tono evocativo di chi vuole incantare e poi infondere inquietudine, invita a osservare i segni della natura per comprendere in quale misura le cose inanimate dipendano da quelle viventi, raccomandando soprattutto di prestare attenzione alla sua indole, dominatrice e matrigna, le cui forze invisibili hanno in odio l'uomo.
Una scrittura magica che attraversa tutta l'esperienza di un personaggio sorprendente, quella di un poeta d'avventure che ha vissuto più poesie di quante altri poeti ne abbiano mai scritte!
newlifenewlife wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)( )
Non sapevo bene cosa aspettarmi da questa scrittrice svedese attiva all’inizio del secolo scorso, “autrice di numerosi romanzi e racconti basati sulla vita, gli usi, i costumi e le tradizioni della Svezia dei tempi andati”.
Devo dire che, nella sua semplicità, questa definizione è azzeccata: grazie a questo libro, il più noto di Selma Lagerlöf, sono penetrata in un mondo totalmente diverso dal mio, non solo nel tempo e nello spazio, ma anche nel modo di essere narrato. Come suggerisce il titolo, infatti, questo libro si inserisce nella tradizione delle saghe, delle leggende nordiche ammantate di superstizione e di magia. Vi è poco di realistico (per come lo intendiamo noi) in questo susseguirsi di avventure, solo debolmente collegate le une alle altre. Lo stesso protagonista, Gösta Berling, il prete spretato, colui che fu strappato alla volontà di morte da una donna forte e potente, la cavaliera di Ekebu, per entrare a far parte dei suoi protetti, è quasi un pretesto per raccontare tutto un mondo che è regno di spiriti e di una natura animata. Bellissime le pagine in cui gli elementi naturali sono quasi personificati: le terre del nord vi emergono in tutto il loro freddo splendore. È difficile non restare contagiati dalla bellezza trasmessa nelle descrizioni di questi paesaggi primitivi e incontaminati.
Certo Gösta Berling è il filo rosso che unisce un episodio all’altro: nella sua incontenibile voglia di vivere, egli infiamma i cuori e spesso conduce alla perdizione (come lui stesso vi sembra destinato, da quando ha dovuto rinunciare alla tonaca a causa della sua passione per l’alcol), ma tutto gli si perdona a causa della sua bellezza e della sua bontà d’animo. In lui, più che in tutti gli altri, virtù e umane debolezze si compenetrano perfettamente, fino alla grande lezione finale: “non supporre di trovare di che appagare la tua immensa vanità. Non c’è posto per l’eroismo, nè per i begli atteggiamenti, nel semplice adempimento del proprio compito. Non ti aspettare di sbalordire il mondo. Desidero anzi che il tuo nome non risuoni troppo spesso sulle labbra del popolo che ti ha così ingenuamente ammirato.”
Ma, come dicevo, la sua storia è anche l’occasione per raccontare decine di altre storie, altri personaggi, senza che manchi l’elemento soprannaturale, talmente mescolato alla realtà da non potersi distinguere da essa. Il risultato è un’opera sicuramene ricca di fascino, di cui sentiamo tutta la “distanza” (storica, geografica e di “stile”) ma che proprio per questo cattura e trascina.
Il finale merita di essere riportato perchè è la chiave di lettura di tutto il libro e la sua presentazione più bella:
...(il piccolo Ruster) non si stancava mai di decantare le meraviglie di quel paese del sud: la gente, diceva è alta e forte come campanili, le rondini grosse come aquile e le api come oche. “E i loro alveari?” Gli si chiedeva. “I loro alveari? Sono come i nostri alveari!” “Ma allora come possono entrarvi?” “Ma è affare loro!” rispondeva il piccolo Ruster.
Dirò come il piccolo Ruster: durante un anno le api gigantesche dell’immaginazione ci hanno volteggiato attorno. Come faranno ad alloggiare nell’alveare della realtà? È affare loro.”
Chiara WhiteChiara White wrote a review
420
(*)(*)(*)( )( )
L'insostenibile leggerezza di Gosta Berling
Conosco Selma Lagerlof da quando ero bambina: amavo il cartone animato su Nils Holgersson, di conseguenza il libro da cui è tratto, mi ha accompagnato nell’infanzia.

Ricordo che il libro trattava ogni capitolo un incontro diverso di Nils, era molto episodico e frammentato, di conseguenza di facile lettura, come se i capitoli fossero piccole favole.

Non pensavo di riscontrare la stessa caratteristica, dopo tanti anni, nel romanzo che ha reso celebre la Lagerlof, La saga di Gosta Berling.

Sembra si tratti di una serie di novelle o favole nere, a volte moraleggianti, a volte a sfondo religioso, che inizialmente non hanno un filo conduttore (a parte la presenza di Gosta, che è un uomo! Io credevo una donna dal titolo!), ma che pian piano vanno ad incastrarsi in un disegno complesso, nel quale a volte è difficile ricordare o distinguere alcuni personaggi.

Le donne, anche se siamo pure nel lontano 1891 e quindi con una concezione di vita ben diversa da quella attuale, sono loro malgrado motore di gran parte delle vicende: tutte in qualche modo innamorate-legate-tradite-abbandonate da Gosta Berling.

In molte occasioni ho avuto l’impressione che mi sfuggisse quello che effettivamente volesse sottintendere l’autrice o la morale di alcune novelle.

Sicuramente ci sono bei passaggi, belle riflessioni, ma l’ho trovato ferraginoso ed estenuante.

Obiettivamente se non lo avessi letto in coppia (santa Lisa!) non so se sarei riuscita a terminarlo, perché non sono riuscita ad appassionarmi alle vicende di questo ex-pastore maledetto, dedito all’acqua vite, donnaiolo, cavaliere ed infine redento e poeta, Gosta Berling.
Tulip67Tulip67 wrote a review
424
(*)(*)(*)( )( )