La società della performance
by Andrea Colamedici, Maura Gancitano
(*)(*)(*)(*)(*)(58)
In "La società della performance", Maura Gancitano e Andrea Colamedici proseguono la linea tracciata da Guy Debord con "La società dello spettacolo" e da Byung-Chul Han con "Psicopolitica", rivelando come la condizione dell'uomo contemporaneo sia strutturata per sostituire al mondo l'imitazione del mondo, all'espressione di sé l'esibizione di sé, alla narrazione lo storytelling, alla ricerca del senso della vita la ricerca di un livello sempre maggiore di benessere e visibilità. Una società che richiede costantemente opinioni, condivisioni ed esibizioni è una società che ha paura del silenzio, dello spazio, della costruzione, e dunque di un'autentica narrazione. Perché raccontarsi oggi significa fare addizioni, sommare like e post e immagini, non lasciare che qualcosa di sacro emerga da qualche parte di noi che si trova davvero in profondità. Come possiamo ritrovare la dimensione sacra e autentica dell'esistenza senza rimanere impigliati nelle maglie della società dell'immediatezza? Questo libro intende offrire una risposta, prendendo in esame il modo in cui sono cambiate le nostre relazioni e la condizione di disagio, attesa e paura di chi sente di non avere il proprio posto nel mondo.

All Reviews

4
MauriziaMaurizia wrote a review
04
(*)(*)(*)(*)( )
La società della performance
Ho letto divertita ed interessata “La società della performance”. Un bellissimo saggio che ci aiuta a riflettere sulla nostra “nuova” società tesa tra virtuale e reale. La società “liquida” per dirla con Baumann cioè una società in cui i valori a cui eravamo ancorati si stanno dissolvendo e mi chiedo: siamo sicuri che non ne verranno fuori di migliori? O, forse, non è stato sempre così? Sarà una forma di sclerotizzazione del mio cervello, ormai andato, ma non riesco a cogliere alcun cambiamento nell’uomo e nel suo modo di essere, di vivere. Vedo solo le forme cambiare, l’uso di una parola, di una espressione al posto di un’altra, il senso, le aspirazioni sono sempre le stesse e ho apprezzato molto il fatto che questo saggio ci aiuti a riscoprire la vera strada, la giusta strada che non è cambiata. E’ stato solo avviato un veloce processo di democratizzazione di cose che una volta appartenevano solo ad alcuni.
Riflettiamo sulla parola “performance”! Cos’è la performance se non il desiderio di riuscire a realizzare qualcosa nella vita. Il che mi sembra del tutto legittimo! Sbaglio se dico che Ulisse che voleva varcare i limiti della conoscenza era un “performer”. Certo è un termine che non si addice ai nostri eroi del passato! Erano performer Napoleone, Giulio Cesare, Carlo Magno o i grandi artisti Goethe, Novalis, Proust, Kafka e infiniti altri anche dei “performer”? Il problema è quando la performance è vuota, è quando la “performance” è priva di vocazione. E’ la vocazione che dà il senso a ciò che vogliamo fare e realizzare e che non ci fa sentire vuoti. Mi piace che ciò venga affermato dagli autori, mi sento sulla loro stessa linea.
L’altra immagine che emerge è quella del “flaneur” per dirla con Baudelaire, io la direi con Eichendorff, “Taugenichts”, il perdigiorno. Non abbiamo qualche volta o spesso il desiderio di fuggire dalla realtà in cui viviamo e bighellonare come dei perdigiorno senza date, ore e scadenze da rispettare e fare quello che più ci aggrada? Guardare ed osservare la natura, ma non solo, anche la città perché la città è il nostro nuovo spazio e imparando a fare “epoché”, a sospendere il giudizio, accettiamo il mondo nella sua complessità e nelle sue contraddizioni, lasciandoci guidare dalla meraviglia. E come dice Borges, nel corso degli anni un essere umano popola uno spazio con immagini di giardini, di strade, di bar, di luci, di fiumi, di palazzi, vicoli, astri, biciclette e persone. Poco prima di morire scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.
L’altra domanda è: dove vive oggi il “performer”? C’è un performer del mondo virtuale, dei social, che poi è pubblico e come dice Hannah Arendt in”Vita Activa”, pubblico e privato sono due spazi che cambiano a seconda della cultura e dello spirito del tempo. Il virtuale ci aliena perché ci fa sentire soli, non c’è mai un Noi ma un Io. Anche se viviamo in un mondo affollato, siamo soli! E se ci viene l’istinto di tirarci fuori dal mondo dobbiamo abbandonarlo e tornare a sporcarci le mani, a mischiarci alla gente del mercato, a non sentirci superiori agli altri e ad essere umili lavorando con gli altri.
MauriziaMaurizia wrote a review
110
(*)(*)(*)(*)( )
La società della performance
Ho letto divertita ed interessata “La società della performance”. Un bellissimo saggio che ci aiuta a riflettere sulla nostra “nuova” società tesa tra virtuale e reale. La società “liquida” per dirla con Baumann cioè una società in cui i valori a cui eravamo ancorati si stanno dissolvendo e mi chiedo: siamo sicuri che non ne verranno fuori di migliori? O, forse, non è stato sempre così? Sarà una forma di sclerotizzazione del mio cervello, ormai andato, ma non riesco a cogliere alcun cambiamento nell’uomo e nel suo modo di essere, di vivere. Vedo solo le forme cambiare, l’uso di una parola, di una espressione al posto di un’altra, il senso, le aspirazioni sono sempre le stesse e ho apprezzato molto il fatto che questo saggio ci aiuti a riscoprire la vera strada, la giusta strada che non è cambiata. E’ stato solo avviato un veloce processo di democratizzazione di cose che una volta appartenevano solo ad alcuni.
Riflettiamo sulla parola “performance”! Cos’è la performance se non il desiderio di riuscire a realizzare qualcosa nella vita. Il che mi sembra del tutto legittimo! Sbaglio se dico che Ulisse che voleva varcare i limiti della conoscenza era un “performer”. Certo è un termine che non si addice ai nostri eroi del passato! Erano performer Napoleone, Giulio Cesare, Carlo Magno o i grandi artisti Goethe, Novalis, Proust, Kafka e infiniti altri anche dei “performer”? Il problema è quando la performance è vuota, è quando la “performance” è priva di vocazione. E’ la vocazione che dà il senso a ciò che vogliamo fare e realizzare e che non ci fa sentire vuoti. Mi piace che ciò venga affermato dagli autori, mi sento sulla loro stessa linea.
L’altra immagine che emerge è quella del “flaneur” per dirla con Baudelaire, io la direi con Eichendorff, “Taugenichts”, il perdigiorno. Non abbiamo qualche volta o spesso il desiderio di fuggire dalla realtà in cui viviamo e bighellonare come dei perdigiorno senza date, ore e scadenze da rispettare e fare quello che più ci aggrada? Guardare ed osservare la natura, ma non solo, anche la città perché la città è il nostro nuovo spazio e imparando a fare “epoché”, a sospendere il giudizio, accettiamo il mondo nella sua complessità e nelle sue contraddizioni, lasciandoci guidare dalla meraviglia. E come dice Borges, nel corso degli anni un essere umano popola uno spazio con immagini di giardini, di strade, di bar, di luci, di fiumi, di palazzi, vicoli, astri, biciclette e persone. Poco prima di morire scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.
L’altra domanda è: dove vive oggi il “performer”? C’è un performer del mondo virtuale, dei social, che poi è pubblico e come dice Hannah Arendt in”Vita Activa”, pubblico e privato sono due spazi che cambiano a seconda della cultura e dello spirito del tempo. Il virtuale ci aliena perché ci fa sentire soli, non c’è mai un Noi ma un Io. Anche se viviamo in un mondo affollato, siamo soli! E se ci viene l’istinto di tirarci fuori dal mondo dobbiamo abbandonarlo e tornare a sporcarci le mani, a mischiarci alla gente del mercato, a non sentirci superiori agli altri e ad essere umili lavorando con gli altri.