La strada per Roma
by Paolo Volponi
(*)(*)(*)(*)( )(126)

All Reviews

13 + 2 in other languages
226
(*)(*)(*)(*)( )
LA STRADA METAFORICA O METAFISICA DI PAOLO VOLPONI.
Ho ripreso in mano questo romanzo di Paolo Volponi, lui invece lo ha tenuto nascosto per più di trent'anni, sebbene sia senz'altro una delle sue opere più riuscite. E' un raccontarsi dalla giovinezza ad Urbino nei primi anni'50 e poi la la strada per Roma, una vita intera per l'appunto, metafora di un passato formato da un ieri dopo ieri fino a quest'ultimo romanzo, edito nel 1991 ma scritto nel 1961 con il titolo provvisorio di “Repubblica borghese”. Come racconta lo stesso autore il passaggio da monarchia a repubblica aveva acceso infinite speranze, soprattutto tra i giovani compagni di Urbino, città in decadenza ma pronta al riscatto in un Italia dalle piazze nuovamente libere e piene di nuovi fermenti vi era posto per le idee. Una situazione di rinnovamento che subito si arenò ancor prima di nascere e quella repubblica, tornata nelle mani della borghesia del Clero e degli americani, già ritornava ad una restaurazione apparentemente moderata ma in sostanza con forti valenze autoritarie e un mescolarsi nei punti nevralgici del potere, di nomi già sentiti nel ventennio fascista. “La strada per Roma” quindi, ha inizio con le vicende dei giovani Guido e Ettore, che dal “castello d'ammalati” che'è Urbino dove non accade mai nulla, cominciano le loro prime esperienze tra amori di niente e amicizie varie. Volponi, che intende la letteratura come Storia, tra senso civile e questione sociale, è dunque molto attento ai cambiamenti quanto ai flussi delle stagioni, espressioni di una tensione o storica o naturale che, nel combinarsi insieme, agiscono da detonatori o da cortocircuiti a seconda di quel che succede nel Paese: sono gli anni del centrismo e degli appoggi degli Usa alla DC, del fallimento della riforma agraria con conseguente impoverimento di un sud già stremato e isolato. Sono gli anni della “legge truffa” e della sua sconfitta alle elezioni di Giugno del 1953 ma anche dei reparti della “celere” e dei carabinieri, nuove unità speciali che sparano e uccidono i lavoratori in sciopero. Bisogna infatti, per capire Volponi nei suoi differenti livelli di lettura, comprendere anche la sua critica totale e radicale al sistema capitalistico: e così, mentre il tempo del racconto viene indicato con precisione quasi eccessiva, la coscienza va alla marcatura ed al controllo delle ore in fabbrica, al tempo morto che nel sistema economico occidentale non viene retribuito ed è quindi “rubato”; alla questione di una lotta di classe contro quelle forze reazionarie mai indebolitesi, a una società civile voce del rinnovamento e delle prime istanze e parole d'ordine. Come nella poetica di Pasolini, amico ed ispiratore("Il sogno di una cosa" potrebbe essere un lungo capitolo in più de "La strada su Roma") la definizione del tempo e dei luoghi vanno sempre ricordati, per ricondurre “ogni eresia al suo contesto empirico”, ed è così quindi che tra estate e inverno, i giorni scandiscono il vivere di Guido, con un rallentarsi nell'età della giovinezza in cui ogni scoperta emotiva, ogni rabbia e piacere, hanno l'eterno rientro graduale della primavera. E' qui il punto più prolisso e dialogico del romanzo, che presenta una scrittura a volte ostica e ridondante; devo dire che alcune pagine si leggono con fatica e che tale difficoltà sembra scaturire proprio da quella visione cervellotica della realtà immaginata dai suoi personaggi. A far da “cambio dell'ora” c'è quella partenza per Roma; un' emozione liberatoria, una certezza ma anche una questione indefinita, presagio forse che non tutto è come sembra, e il giovane Guido(alias Volponi) a differenza di Ettore, il suo miglior amico che vuole cambiare senza tuttavia andarsene, ha come il sentore che una parte di sé lo sta lasciando, e la strada per la capitale sembra sottolinearglielo senza indugi. Inoltre tra il tempo del progetto e quello della stesura del testo vi sono altri dieci anni, è la metà degli anni '60, gli anni dell'illusione e dell'ancor più rapida disillusione: dopo le aperture a sinistra e il miraggio del boom economico, già nel '64 si bloccano le riforme e rientrano in campo le forze reazionarie, da lì a poco si darà inizio alla stagione delle bombe e la percezione d'ognuno non sarà più la stessa.Va detto che tutta l’opera narrativa dello scrittore marchigiano sia incentrata sul conflitto interiore, sulla contrapposizione tra operai e industriali, tra il mondo dei lavoratori e quello delle imprese. Volponi, prima ancora che scrittore, è stato un dipendente della Olivetti di Ivrea in qualità di direttore dei servizi sociali, oltre che Presidente della Fondazione Agnelli, incarico quest’ultimo, che dovette lasciare a seguito della sua adesione al Partito Comunista. Sensibile alle problematiche lavorative, era profondamente convinto che i contrasti tra lavoratori e padroni potessero essere risolti solo attraverso una concezione umanistica del rapporto lavorativo, al di fuori delle ferree logiche di profitto e di sfruttamento. Un marxista libertario, un realista sognatore. In fine gli anni della pubblicazione: 1991. Perché così tardi? perché proprio il'91? intanto già la scelta del tempo verbale, l'imperfetto, funge come senso di ricordo, di processo mentale, costruendo un luogo psichico in cui le cose accadono e lo veniamo a sapere, poiché in provincia, ad Urbino, tutti sanno tutto di tutti e l'imperfetto di Volponi è quindi anche familiarità, conoscenza, aneddoto divertente ma mai cinico o meschino. In quest'opera vi è anche la componente affettiva per i personaggi, in particolare per Ugo che rappresenta degli aspetti mai riscontrati nell'etica severa e un po' moralistica dell'autore: piace e si piace, ama la sua casa e si diverte, è un po' voltagabbana e un po' opportunista ma riesce simpatico nella sua indulgenza, sia ai padroni che agli operai. Atteggiamenti che Volponi ha sempre disprezzato ma è proprio il materialismo dello scrittore a costruire un uomo con tutto il suo istinto di sopravvivenza ed è quindi il personaggio meno letterario a dare corpo e verosimiglianza all'intero romanzo: sopravvivere è anche osteggiare la propria angoscia per quanto profonda essa sia, è la consapevolezza della fine delle "belle bandiere" in cui ogni ribelle diventa un tecnocrate del Partito e la rivoluzione lascia il posto a un riformismo di facciata. Per Volponi, la letteratura non è il mezzo esistenzialista in cui si esprime e si vive il proprio dolore per poi liberarsene con una catarsi artistica ma, piuttosto, un completamento di azioni ed emozioni, una “contraddizione propulsiva” che riesce a risvegliare il sacro con il pagano, il lirismo epico con il realismo, il pensiero con l'azione. Una coscienza tanto giovane quanto felice di essere infelice, e che ormai è pronta per lasciare la provincia desertificata del proprio essere per cercare nuovi orizzonti di percezione, per un riaprirsi le strade verso il centro del conoscere la realtà delle cose, è un appello all'esperienza nella vita di ognuno, ma anche un'analisi della triste rinuncia che questo paese gli ha indotto, così, il dualismo tra la gioventù libertaria e il rischio di un'omologazione per divenire adulto è uno dei pensieri che si ripetono ma cambiano, proprio per quel diventar "maturo" in una media borghesia che lo aspetta a braccia aperte. C'è anche l'amore con Letizia, è forse lei come personaggio a inquadrare al meglio il protagonista: nudo dopo l'amore quel che ha, pensa la donna, è solo ciò che si vede ora. Ma cosa si vede? un corpo nudo e basta? impressioni mai dette? un ragazzino fattosi all'apparenza uomo? qui sarà sempre Volponi così abile nello scambio dei livelli letterari ad aprire un complesso rapporto con le donne, mai ritrovate uguali alla madre morta se non appunto Letizia che, sebbene sia viva e attraente è ormai assente, ritorna come un fantasma tra le mura di Urbino facendosi personaggio del rimpianto, determinando un'idea mancata, un progetto non forse sfumato all'interno di questa società industriale. E' quindi un viaggio soprattutto interiore che Volponi rappresenta, con tematiche puntuali quanto azzeccate. Qualcosa di simile o meglio una miscela, tra il "Donnarumma" di Ottieri, il “sogno di una cosa” di Pasolini o quello dei poeti Leonetti e Sanguineti, o GianCarlo Ferretti o Bettini. Ma sono più analogie di programma ad alto livello, di collaborazioni che vere analogie stilistiche. Ho saltato il contesto del padre, ma lo scoprirà chi vorrà leggere questo libro ormai un po' troppo dimenticato. Ancora tra le similitudini, ricorda alcuni concetti di Umberto Saba o di Gadda, Landolfi o Chiara....ma è già un altro tempo, un altra città, un'altra strada. Quella di Volponi come un po' tutte, porta a Roma.
12
(*)(*)(*)( )( )
Spoiler Alert
Tre stelle, lettura così così. Da un premio Strega con un titolo così suggestivo mi aspettavo molto di meglio. E le premesse per un’ottima lettura ci sono tutte: romanzo di formazione, affronta i temi della gioventù e della bellezza, l’immobilità della provincia con le sue difficoltà economiche e il suo ripiegarsi su se stessa, il rapporto di amore-odio per la città natìa, così come il rapporto di amore-odio per il genitore. Ma il grosso problema è il protagonista che non suscita nessuna empatia, neanche un po’ di compassione, irrita e basta. Raramente il protagonista di un romanzo mi è stato così antipatico: ho portato a termine la lettura sperando che gli capitasse qualcosa di brutto, o almeno qualcosa di forte che lo facesse smarinare. Svagato, smarrito, smidollato, pauroso, ipocondriaco, narciso, egoista e vanitoso, inconcludente e lascivo, con un modo tutto borghese di atteggiarsi. Contraddittorio in più di una situazione, ma in effetti è anche la narrazione con la voce del narratore onnisciente ad essere spesso contraddittoria anche nella descrizione di altri personaggi. Spulcio il libro, leggo e rileggo, annoto e sottolineo per trovare un senso in più oltre alla descrizione dell’italica provincia e di una serie di personaggi poco convincenti. Ma trovando poco altro sotto la superficie di questa totale mancanza di azione, tutto il manierismo e l’ermetismo della narrazione mi risultano superflui, rendono la lettura un po’ sbilanciata e cervellotica.

Inizialmente vi ho trovato somiglianze con le atmosfere di Montefoschi, i giovani in passeggiata hanno la stessa tranquilla inquietudine. Poi, con il procedere della lettura, emergono le differenze tra il protagonista Guido e l’amico Ettore, ed allora ho notato piuttosto le somiglianze di Guido con il Fabrizio di Stendhal e con il Frederic Moreau di Flaubert. E alla fine mi sono convinta che questo libro è decisamente il remake de L’educazione sentimentale di Flaubert. La differenza è che nel libro di Flaubert la staticità derivante dall’inconcludenza del personaggio non è così opprimente e irritante come invece avviene per questo personaggio di Volponi.

Cercando di guardarlo da un punto di vista più obiettivo, questo Guido rappresenta, con la sua indeterminatezza e la sua inquietudine fatta di niente, il non sapere cosa fare di sé e della propria vita e del proprio futuro. E non si capisce nemmeno se questi tratti intendono farlo apparire più maturo o più infantile dei suoi ventitré anni. Un elemento decisamente spiazzante è il fatto che per questo personaggio la guerra, pur finita da poco, è completamente dimenticata: ha vissuto un dramma così totalizzante ma lo ha rimosso del tutto. Per non parlare dell’assenza di reazione alla morte del padre, e il suo modo di sfruttare e/o bistrattare gli amici. La strada per Roma rappresenta la sua via verso il proprio futuro, verso il successo, verso il miglioramento della propria condizione. Una strada che inizialmente sembra non venga mai imboccata, sembra rappresentare tutti quei buoni propositi sempre rinnovati e mai mantenuti. Alla fine riesce effettivamente a trasferirsi a Roma, con un impiego e con un nuovo giro di contatti, ma anche così sembra essere rotolato fino a Roma solo perché si è lasciato portare dagli eventi, l’unica vera strada che egli percorre intenzionalmente è questa eterna passeggiata dal loggiato alla piazza, da un caffè all’altro, da un cinema all’altro, da una vetrina all’altra sempre rimirandosi per avere conferma della propria bellezza. Vero è che nel romanzo non c’è solo questo Guido: seguendo le sue mosse, si vede comunque agire tutto un campionario di umanità che inizia a riprendersi dopo il disastro della guerra, ognuno con le sue idee, ognuno con i suoi mezzi e i suoi tentativi, operai e contadini, chi parte e chi resta, chi vota per questo o per quel partito. Così come Flaubert racconta le gesta di Moreau e nel frattempo descrive una splendida Parigi, anche qui c’è un interessante sfondo, ma la narrazione rimane comunque troppo concentrata sul personaggio negativo, tutti gli altri sono solo una sbiadita scenografia a lui funzionale.

Il libro non mi è piaciuto granché ma riconosco che offre numerosi spunti di riflessione. E’ uno di quei libri dal contenuto assai ricco, di cui si potrebbe continuare a parlare per ore facendo della sana e intelligente conversazione, indipendentemente che il libro sia piaciuto oppure no.
pepearmandopepearmando wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)(*)