La stranezza che ho nella testa
by Orhan Pamuk
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Mevlut e Rayiha si sono incontrati una sola volta: i loro sguardi si sono incrociati per pochi secondi al matrimonio di un parente. Per tre anni Mavlut le scrive appassionate lettere d'amore finché un giorno decidono di fuggire assieme.
Ma quando finalmente l'ha strappata alla casa paterna e pu
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LettoerilettoLettoeriletto wrote a review
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ArlecchinoArlecchino wrote a review
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Massimo MolteniMassimo Molteni wrote a review
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Quegli occhi che ho nella testa…
Titolo: Quegli occhi che ho nella testa…

Una sterminata epopea del popolo turco e del suo emblema: Istanbul. Città carica di storia, ribollente di orgoglio e contraddizioni, costantemente alla ricerca di riscatto dal ruolo di nobile decaduta che il tempo le ha assegnato. E quindi pronta al nuovo e a un progresso che, anziché rilanciarla, la devasta ulteriormente.
Cinquant'anni abbondanti di questa storia vengono narrati attraverso le vicende di un personaggio del popolo. Umile e ipocritamente onesto al punto di accettare il fatto che la vita va presa e vissuta per quel che è e che gli imprevisti ne rappresentano spesso una delle parti più importanti e gratificanti.
Incarna tutto questo tortuoso percorso Mevlut, prolungando nei lustri la tradizione del Bozaci, il venditore di Boza, bevanda storica della tradizione turca e simbolo dell'umanità che ognuno di noi può provare a preservare nel suo piccolo e nella sua vita.
Tutto bene quindi? No. La trama è vittima di una bulimia narrativa che almeno per i primi due terzi del racconto imbriglia il lettore come i banderilleros il toro; poi tutto si riprende ma, a quel punto, il lettore ormai sfiancato fa davvero fatica a cogliere sino in fondo il frutto (abbondante) di tanto seminare.
Bello ed esaustivo ma penso proprio di fermarmi qui con Pamuk.


“Mevlut capí, in quel momento, che il gioco di luce e buio che sentiva da sempre dentro di sé non era diverso dal paesaggio notturno che aveva di fronte. E forse era per questo che da quarant’anni andava a vendere la boza per le strade addormentate della città, senza davvero preoccuparsi di quanto ci guadagnasse.”