La valle oscura
by Anna Wiener
(*)(*)(*)(*)( )(129)
Cosa succede, nella Silicon Valley?
Per quale ragione gli spazi di lavoro sono disegnati come appartamenti, e gli appartamenti come spazi di lavoro?
In base a quale idea del mondo anche chi hai seduto di fronte comunica con te solo via messaggio?
Come mai gli unici scambi diretti fra
... More

Svalbard's Review

SvalbardSvalbard wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)( )
...E il sogno si fece incubo
Ho recentemente letto e recensito “Microservi” di Douglas Coupland, un romanzo che racconta, con grande forza, il mondo all’epoca ancora nascente di Silicon Valley, delle startup e delle nuove economie. Quest’altro libro, curiosamente pubblicato da Adelphi il cui catalogo pare versato in tutt’altre direzioni - generalmente autori consolidati e di peso intellettuale in qualche modo riconosciuto - racconta cosa è diventato quel mondo vent’anni dopo.

Si tratta di un romanzo autobiografico. L’autrice, Anna Wiener, è una newyorkese impiegata nell’ambito dell’editoria, un ambito lavorativo che, inaspettatamente, anche da quelle parti presenta le stesse magagne che presenta dalle nostre, sostanzialmente un ferocissimo squilibrio tra domanda e offerta di lavoro, il che provoca dumping salariale, scarsità di posizioni professionali e la continua poco gradevole sensazione di essere facilmente sostituibili.

La sensazione che la situazione svolti le arriva quando alcuni startuppisti californiani sbarcano a New York con l’intenzione di mettere in piedi una società per la distribuzione di e-book sotto abbonamento. Lei viene assunta con il ruolo di portare in dote la propria conoscenza del mercato e della cultura editoriale; ovviamente, per un attimo le pare di toccare il cielo con un dito, sia a livello di interesse per il lavoro, che a quello retributivo. Ma è un sogno che dura poco; ancora piena di quella cultura aziendale tradizionale, in cui sostanzialmente si conoscono a priori i limiti della propria autonomia e si sta in una posizione gerarchica precisa rispetto a superiori e subalterni, fa molta fatica ad adattarsi ad un contesto in cui bisogna essere creativi, farsi venire a getto continuo nuove idee ed applicarle anche senza chiedere il permesso, in cui non esistono gerarchie chiare, al punto che spesso l’ufficio è uno stanzone con un grande tavolo al quale stanno seduti tutti i collaboratori, ognuno con il suo PC portatile e senza posizioni predeterminate. In breve, proprio per l’incapacità di adattarsi a questo tipo di cultura viene, per così dire, licenziata; «È troppo interessata a imparare, non a fare», dice qualcuno degli pseudocapi. I quali però la trattano con raro riguardo; in sostanza le consigliano di trasferirsi sulla costa occidentale, a S. Francisco, perché è lì che succedono le cose, e le procurano un colloquio con i responsabili di un’altra startup, che si occupa di “big data”, sostanzialmente lo sviluppo di un software che consente alle aziende presenti su internet di tracciare comportamenti ed abitudini dei propri clienti (in questo caso, come tutti gli altri, non si fanno mai nomi di persone e di società; non so per quale motivo questa cautela, visto che ad esempio Douglas Coupland i nomi li faceva e non mi risulta sia mai finito nei guai per questo, sebbene le perifrasi indichino con chiarezza a chi ci si riferisce; quale può essere la società “leader nel campo dei motori di ricerca”? Quale il “social che tutti odiano ma tutti utilizzano?” Quale la “piattaforma di microblogging”? Eccetera).

Lei parte, fa il colloquio di assunzione in cui sostanzialmente le pongono dei bizzarri quiz da risolvere e non le viene permesso di parlare delle sue competenze e poi, quando ormai pensava di essere stata rimbalzata via, le viene detto che è stata assunta. Ed eccola scendere armata di fiducia e convinzione nel folle agone della Silicon Valley, tra San Francisco e le altre località della parte meridionale della baia.

La cultura startuppara di cui aveva avuto un piccolo assaggio quando lavorava a New York ora le si dispiega in tutta la sua interezza e la sua assurdità. Anche qui niente uffici, niente scrivanie, ma una caratteristica saliente che avevamo già visto in Coupland: aspettarsi che non si faccia alcuna distinzione tra vita lavorativa e vita privata. Il lavoro deve diventare la tua vita e la tua felicità, il che significa non solo che sei tenuto a “realizzarti” in esso ma anche che in qualche modo l’ambiente lavorativo ti fornisce tutta una serie di accessori con cui esprimere la tua ludicità e il tuo bisogno di piaceri edonistici: eventi sociali (cene, aperitivi) come se piovesse, bar interni con consumazioni gratis e illimitate, palestre, monopattini e skateboard con cui muoverti negli ampi spazi aziendali, totale compenetrazione tra tempi del lavoro e vita privata. L’obbligo di farsi venire nuove idee a getto continuo, essere creativi in ogni istante della propria vita. La consapevolezza altrettanto obbligatoria di essere dei capofila di un nuovo mondo, non dei privilegiati ma dei meritevoli che vengono valorizzati. Interessante il fatto, sottolineato dall’autrice ma visto anche in Italia, che il concetto di “meritocrazia”, nato con un’accezione non propriamente positiva, ora è diventato un valore e una virtù di cui andare fieri.

(Tanti anni fa avevo conosciuto, ed ero tra l’altro caduto ferocemente innamorato - senza alcun esito funzionale, inutile dirlo - di una ragazza più giovane di me di sei anni che lavorava al centro ricerche della Telecom, un ambiente che in sessantraquattresimo probabilmente funzionava un po’ come la Silicon Valley. Un giorno mi chiese perché cominciavo a lavorare così presto la mattina. Le risposi: perché così esco prima! Classica risposta da impiegato che cerca di trimbrare il cartellino al più presto possibile perché sa che la vita è fuori. Lei, che viveva il lavoro in modo molto più totalizzante, che lavorava ogni giorno fino alle 19 e oltre, spesso anche la sera a casa e nei fine settimana, e che considerava svalutante il suo stipendio di due milioni e mezzo di lire, mi guardò perplessa, quasi il mio punto di vista le sembrasse assurdo - allo stesso modo a me pareva assurdo il suo…)

La protagonista comincia quindi a muoversi in questo mondo nel ruolo di assistente alla clientela; prende parte alla vita sociale dell’impresa e di quelle che le stanno intorno; si rende conto di quanto la cultura tradizionale di San Francisco e dintorni (quella hippie ed alternativa in tutte le sue declinazioni) sia stata sistematicamente devastata dall’esplosione delle nuove tecnologie, con afflusso di una potentissima borghesia tecnologica che ha scalzato dai propri luoghi e dalle proprie case, causa ovvia bolla immobiliare con rialzi stratosferici dei prezzi, la cultura originale e fortemente alternativa di quelle zone (un altro libro che parla di questi aspetti della situazione, da un punto di vista che non è quello di chi ha il coltello dalla parte del manico, è “Io odio Internet” di Jarett Kobek, che potrebbe fare da perfetto contraltare a questo per chi l’esplosione tecnologica l’ha subita dall’esterno, anche come “utente finale” dei vari ambiti social che sono uno dei prodotti più eclatanti della cultura di Silicon Valley). Sebbene non si possa negare che ora un certo successo personale lo stia riscuotendo, Anna in quanto umanista continua un po’ a sentirsi vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro (dove i vasi di ferro sono gli ingegneri e gli informatici), o affetta, se si vuole, da sindrome dell’impostura (far credere di essere altro e di più da quello che ci si sente in realtà essere). Il che non le impedisce di vedere le storture del sistema: accando a venticinquenni che guadagnano milioni di dollari ci sono pletore di senza tetto che rovistano nei rifiuti, accanto all’obbligo aziendale di essere felici e realizzati c’è un continuo avvitarsi su sé stessi alla ricerca di obiettivi e motivazioni espresse a volte con frasi e motti di una banalità sconcertante, roba che l’armamentario new age al confronto pare la Fenomenologia dello Spirito, accanto al sentirsi pionieri di un mondo futuro in cui la tecnologia assicurerà maggiore felicità a tutti c’è la piccola sporca indicibile verità che il motivo di tutta questa iperattività è fare soldi, tanti, veloci. L’autrice parla di tutto questo con grande acutezza, con un evidente coinvolgimento emotivo, a volte con espressioni che, per quanto corrette, sono un po’ criptiche perché evidentemente riferite a culture e modi di dire che per noi sono alieni (qualche nota del curatore non avrebbe guastato); e poi si dà notizia di curiosi comportamenti decisamente poco in linea con l’etica generale, tipo che un responsabile tecnico della startup, uno dei suoi indiscutibili pilastri, va dall’amministratore delegato (uno dei soliti 25enni geniali e miliardari) a chiedere aumento e promozione e per tutta risposta viene licenziato in tronco, dopo di che l’amministratore delegato, come un padrone delle ferriere qualunque, fa capire ai rimanenti che chiunque prenderà le sue difese sarebbe stato il prossimo. Lo stesso amministratore delegato farà piangere per due volte Anna nel corso di un colloquio periodico di verifica, praticamente mettendo radicalmente in discussione le sue capacità e professionalità.

Ad un certo punto, anche afflitta dai risvolti etici della sua startup la cui attività è poco meno che spionistica - e questo dovrebbe farci pensare tutti molto, Anna decide di cambiare lavoro e passa a un’altra startup, che si occupa di ambiti “open source” e gestisce una specie di superforum di cui diventa uno dei moderatori (c’entra qualcosa Reddit? Ovviamente anche in questo caso niente nomi). Assiste pertanto alla proliferazione di movimenti e ideologie di destra che avrebbero portato all’elezione di Trump, si fa domande sul concetto di libertà ed i suoi limiti, lavora adesso da casa o da qualsiasi altro luogo (il lavoro agile prima del covid), resta perplessa davanti alle tante bizzarrie dell’ambiente (un ufficio che è l’esatta riproduzione dello studio ovale del presidente degli Stati Uniti) e poi, ancora, riflette sul ruolo della donna nell’ambito delle nuove tecnologie. La presenza femminile, di fatto, è minoritaria; il luogo comune, tanto per cambiare, è che le donne non sono tagliate per i lavori di tipo informatico-ingegneristico (quando scrivono codici poi qualche ingegnere uomo si sente sempre in dovere di correggerli), ma viene data notizia anche di qualche esagerazione femminista: se, nell’ambito delle tante attività ludiche e di benessere che devono intercalare l’attività lavorativa le ragazze si mettono a fare l’hula-hoop, gli uomini LE GUARDANO! Ma pensa un po’...

Alla fine, Anna molla tutto.

“Avrei potuto tenere il mio lavoro per sempre, e fu così che capii che era ora di mollarlo. I soldi e lo stile di vita agiato non bastavano a mitigare il peso emotivo: il sovraffaticamento, la ripetitività, la tossicità ciclica. I giorni sembravano indistinguibili. Mi aggiravo ogni mattina nel mio monolocale, o ruotavo sulla sedia della scrivania, e sentivo un vuoto che si allargava sempre di più. Avevo il lusso, se non il coraggio, di poter fare qualcosa al riguardo.
All’inizio del 2018 lasciai la startup open source. Volevo un cambiamento, e volevo scrivere. Negli ultimi anni avevo seguito l’impulso di rimuovermi dalla mia stessa vita, guardare le cose dalla periferia e cercare di vedere i vettori, l’impalcatura, i sistemi in gioco. Gli psicologi potrebbero chiamarla dissociazione; io lo consideravo un approccio sociologico. Per me era una via di scampo dall’infelicità, e rendeva tutto più interessante. (...) Alcune verità poco lusinghiere: mi ero sentita inattaccabile dietro le mura del potere. La società era in trasformazione, e mi sentivo più sicura dentro l’impero, dentro la macchina. Era preferibile stare dalla parte di chi sorvegliava piuttosto che dalla parte di chi era sorvegliato.”

L’uscita dall’ambiente comunque porta in cambio qualcosa; Anna guadagna un bel po’ di soldi con le stock options e, probabilmente, raggiunge quell’indipendenza economica che le consente di poter tornare al mondo editoriale e mettersi a scrivere libri, tipo questo.

Lettura interessante, imbarazzante (per chi in qualche modo si avvantaggia e si compiace delle nuove tecnologie, tipo me) e inquietante. Non so, visto da fuori un mondo di gente che crede nel proprio lavoro al punto da farne una specie di missione, al punto da non vedere più il confine tra lavoro e vita privata, al punto da essere incentivata a fare in ufficio le stesse cose che farebbe a casa sua, tranne dormire, può essere affascinante, come io ero affascinato dalla giovane impiegata dei laboratori Telecom; nello stesso tempo, andando avanti nell’età, tendo a rivalutare quel mondo antico fatto di lavori routinari in cui a una certa si timbra il cartellino, in cui c’è posto anche per gli improduttivi e i fannulloni, che in qualche modo non ti cannibalizzano la vita privata. Un mondo di impiegati statali: ecco l’ideale.

Silicon Valley, suca.
SvalbardSvalbard wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)( )
...E il sogno si fece incubo
Ho recentemente letto e recensito “Microservi” di Douglas Coupland, un romanzo che racconta, con grande forza, il mondo all’epoca ancora nascente di Silicon Valley, delle startup e delle nuove economie. Quest’altro libro, curiosamente pubblicato da Adelphi il cui catalogo pare versato in tutt’altre direzioni - generalmente autori consolidati e di peso intellettuale in qualche modo riconosciuto - racconta cosa è diventato quel mondo vent’anni dopo.

Si tratta di un romanzo autobiografico. L’autrice, Anna Wiener, è una newyorkese impiegata nell’ambito dell’editoria, un ambito lavorativo che, inaspettatamente, anche da quelle parti presenta le stesse magagne che presenta dalle nostre, sostanzialmente un ferocissimo squilibrio tra domanda e offerta di lavoro, il che provoca dumping salariale, scarsità di posizioni professionali e la continua poco gradevole sensazione di essere facilmente sostituibili.

La sensazione che la situazione svolti le arriva quando alcuni startuppisti californiani sbarcano a New York con l’intenzione di mettere in piedi una società per la distribuzione di e-book sotto abbonamento. Lei viene assunta con il ruolo di portare in dote la propria conoscenza del mercato e della cultura editoriale; ovviamente, per un attimo le pare di toccare il cielo con un dito, sia a livello di interesse per il lavoro, che a quello retributivo. Ma è un sogno che dura poco; ancora piena di quella cultura aziendale tradizionale, in cui sostanzialmente si conoscono a priori i limiti della propria autonomia e si sta in una posizione gerarchica precisa rispetto a superiori e subalterni, fa molta fatica ad adattarsi ad un contesto in cui bisogna essere creativi, farsi venire a getto continuo nuove idee ed applicarle anche senza chiedere il permesso, in cui non esistono gerarchie chiare, al punto che spesso l’ufficio è uno stanzone con un grande tavolo al quale stanno seduti tutti i collaboratori, ognuno con il suo PC portatile e senza posizioni predeterminate. In breve, proprio per l’incapacità di adattarsi a questo tipo di cultura viene, per così dire, licenziata; «È troppo interessata a imparare, non a fare», dice qualcuno degli pseudocapi. I quali però la trattano con raro riguardo; in sostanza le consigliano di trasferirsi sulla costa occidentale, a S. Francisco, perché è lì che succedono le cose, e le procurano un colloquio con i responsabili di un’altra startup, che si occupa di “big data”, sostanzialmente lo sviluppo di un software che consente alle aziende presenti su internet di tracciare comportamenti ed abitudini dei propri clienti (in questo caso, come tutti gli altri, non si fanno mai nomi di persone e di società; non so per quale motivo questa cautela, visto che ad esempio Douglas Coupland i nomi li faceva e non mi risulta sia mai finito nei guai per questo, sebbene le perifrasi indichino con chiarezza a chi ci si riferisce; quale può essere la società “leader nel campo dei motori di ricerca”? Quale il “social che tutti odiano ma tutti utilizzano?” Quale la “piattaforma di microblogging”? Eccetera).

Lei parte, fa il colloquio di assunzione in cui sostanzialmente le pongono dei bizzarri quiz da risolvere e non le viene permesso di parlare delle sue competenze e poi, quando ormai pensava di essere stata rimbalzata via, le viene detto che è stata assunta. Ed eccola scendere armata di fiducia e convinzione nel folle agone della Silicon Valley, tra San Francisco e le altre località della parte meridionale della baia.

La cultura startuppara di cui aveva avuto un piccolo assaggio quando lavorava a New York ora le si dispiega in tutta la sua interezza e la sua assurdità. Anche qui niente uffici, niente scrivanie, ma una caratteristica saliente che avevamo già visto in Coupland: aspettarsi che non si faccia alcuna distinzione tra vita lavorativa e vita privata. Il lavoro deve diventare la tua vita e la tua felicità, il che significa non solo che sei tenuto a “realizzarti” in esso ma anche che in qualche modo l’ambiente lavorativo ti fornisce tutta una serie di accessori con cui esprimere la tua ludicità e il tuo bisogno di piaceri edonistici: eventi sociali (cene, aperitivi) come se piovesse, bar interni con consumazioni gratis e illimitate, palestre, monopattini e skateboard con cui muoverti negli ampi spazi aziendali, totale compenetrazione tra tempi del lavoro e vita privata. L’obbligo di farsi venire nuove idee a getto continuo, essere creativi in ogni istante della propria vita. La consapevolezza altrettanto obbligatoria di essere dei capofila di un nuovo mondo, non dei privilegiati ma dei meritevoli che vengono valorizzati. Interessante il fatto, sottolineato dall’autrice ma visto anche in Italia, che il concetto di “meritocrazia”, nato con un’accezione non propriamente positiva, ora è diventato un valore e una virtù di cui andare fieri.

(Tanti anni fa avevo conosciuto, ed ero tra l’altro caduto ferocemente innamorato - senza alcun esito funzionale, inutile dirlo - di una ragazza più giovane di me di sei anni che lavorava al centro ricerche della Telecom, un ambiente che in sessantraquattresimo probabilmente funzionava un po’ come la Silicon Valley. Un giorno mi chiese perché cominciavo a lavorare così presto la mattina. Le risposi: perché così esco prima! Classica risposta da impiegato che cerca di trimbrare il cartellino al più presto possibile perché sa che la vita è fuori. Lei, che viveva il lavoro in modo molto più totalizzante, che lavorava ogni giorno fino alle 19 e oltre, spesso anche la sera a casa e nei fine settimana, e che considerava svalutante il suo stipendio di due milioni e mezzo di lire, mi guardò perplessa, quasi il mio punto di vista le sembrasse assurdo - allo stesso modo a me pareva assurdo il suo…)

La protagonista comincia quindi a muoversi in questo mondo nel ruolo di assistente alla clientela; prende parte alla vita sociale dell’impresa e di quelle che le stanno intorno; si rende conto di quanto la cultura tradizionale di San Francisco e dintorni (quella hippie ed alternativa in tutte le sue declinazioni) sia stata sistematicamente devastata dall’esplosione delle nuove tecnologie, con afflusso di una potentissima borghesia tecnologica che ha scalzato dai propri luoghi e dalle proprie case, causa ovvia bolla immobiliare con rialzi stratosferici dei prezzi, la cultura originale e fortemente alternativa di quelle zone (un altro libro che parla di questi aspetti della situazione, da un punto di vista che non è quello di chi ha il coltello dalla parte del manico, è “Io odio Internet” di Jarett Kobek, che potrebbe fare da perfetto contraltare a questo per chi l’esplosione tecnologica l’ha subita dall’esterno, anche come “utente finale” dei vari ambiti social che sono uno dei prodotti più eclatanti della cultura di Silicon Valley). Sebbene non si possa negare che ora un certo successo personale lo stia riscuotendo, Anna in quanto umanista continua un po’ a sentirsi vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro (dove i vasi di ferro sono gli ingegneri e gli informatici), o affetta, se si vuole, da sindrome dell’impostura (far credere di essere altro e di più da quello che ci si sente in realtà essere). Il che non le impedisce di vedere le storture del sistema: accando a venticinquenni che guadagnano milioni di dollari ci sono pletore di senza tetto che rovistano nei rifiuti, accanto all’obbligo aziendale di essere felici e realizzati c’è un continuo avvitarsi su sé stessi alla ricerca di obiettivi e motivazioni espresse a volte con frasi e motti di una banalità sconcertante, roba che l’armamentario new age al confronto pare la Fenomenologia dello Spirito, accanto al sentirsi pionieri di un mondo futuro in cui la tecnologia assicurerà maggiore felicità a tutti c’è la piccola sporca indicibile verità che il motivo di tutta questa iperattività è fare soldi, tanti, veloci. L’autrice parla di tutto questo con grande acutezza, con un evidente coinvolgimento emotivo, a volte con espressioni che, per quanto corrette, sono un po’ criptiche perché evidentemente riferite a culture e modi di dire che per noi sono alieni (qualche nota del curatore non avrebbe guastato); e poi si dà notizia di curiosi comportamenti decisamente poco in linea con l’etica generale, tipo che un responsabile tecnico della startup, uno dei suoi indiscutibili pilastri, va dall’amministratore delegato (uno dei soliti 25enni geniali e miliardari) a chiedere aumento e promozione e per tutta risposta viene licenziato in tronco, dopo di che l’amministratore delegato, come un padrone delle ferriere qualunque, fa capire ai rimanenti che chiunque prenderà le sue difese sarebbe stato il prossimo. Lo stesso amministratore delegato farà piangere per due volte Anna nel corso di un colloquio periodico di verifica, praticamente mettendo radicalmente in discussione le sue capacità e professionalità.

Ad un certo punto, anche afflitta dai risvolti etici della sua startup la cui attività è poco meno che spionistica - e questo dovrebbe farci pensare tutti molto, Anna decide di cambiare lavoro e passa a un’altra startup, che si occupa di ambiti “open source” e gestisce una specie di superforum di cui diventa uno dei moderatori (c’entra qualcosa Reddit? Ovviamente anche in questo caso niente nomi). Assiste pertanto alla proliferazione di movimenti e ideologie di destra che avrebbero portato all’elezione di Trump, si fa domande sul concetto di libertà ed i suoi limiti, lavora adesso da casa o da qualsiasi altro luogo (il lavoro agile prima del covid), resta perplessa davanti alle tante bizzarrie dell’ambiente (un ufficio che è l’esatta riproduzione dello studio ovale del presidente degli Stati Uniti) e poi, ancora, riflette sul ruolo della donna nell’ambito delle nuove tecnologie. La presenza femminile, di fatto, è minoritaria; il luogo comune, tanto per cambiare, è che le donne non sono tagliate per i lavori di tipo informatico-ingegneristico (quando scrivono codici poi qualche ingegnere uomo si sente sempre in dovere di correggerli), ma viene data notizia anche di qualche esagerazione femminista: se, nell’ambito delle tante attività ludiche e di benessere che devono intercalare l’attività lavorativa le ragazze si mettono a fare l’hula-hoop, gli uomini LE GUARDANO! Ma pensa un po’...

Alla fine, Anna molla tutto.

“Avrei potuto tenere il mio lavoro per sempre, e fu così che capii che era ora di mollarlo. I soldi e lo stile di vita agiato non bastavano a mitigare il peso emotivo: il sovraffaticamento, la ripetitività, la tossicità ciclica. I giorni sembravano indistinguibili. Mi aggiravo ogni mattina nel mio monolocale, o ruotavo sulla sedia della scrivania, e sentivo un vuoto che si allargava sempre di più. Avevo il lusso, se non il coraggio, di poter fare qualcosa al riguardo.
All’inizio del 2018 lasciai la startup open source. Volevo un cambiamento, e volevo scrivere. Negli ultimi anni avevo seguito l’impulso di rimuovermi dalla mia stessa vita, guardare le cose dalla periferia e cercare di vedere i vettori, l’impalcatura, i sistemi in gioco. Gli psicologi potrebbero chiamarla dissociazione; io lo consideravo un approccio sociologico. Per me era una via di scampo dall’infelicità, e rendeva tutto più interessante. (...) Alcune verità poco lusinghiere: mi ero sentita inattaccabile dietro le mura del potere. La società era in trasformazione, e mi sentivo più sicura dentro l’impero, dentro la macchina. Era preferibile stare dalla parte di chi sorvegliava piuttosto che dalla parte di chi era sorvegliato.”

L’uscita dall’ambiente comunque porta in cambio qualcosa; Anna guadagna un bel po’ di soldi con le stock options e, probabilmente, raggiunge quell’indipendenza economica che le consente di poter tornare al mondo editoriale e mettersi a scrivere libri, tipo questo.

Lettura interessante, imbarazzante (per chi in qualche modo si avvantaggia e si compiace delle nuove tecnologie, tipo me) e inquietante. Non so, visto da fuori un mondo di gente che crede nel proprio lavoro al punto da farne una specie di missione, al punto da non vedere più il confine tra lavoro e vita privata, al punto da essere incentivata a fare in ufficio le stesse cose che farebbe a casa sua, tranne dormire, può essere affascinante, come io ero affascinato dalla giovane impiegata dei laboratori Telecom; nello stesso tempo, andando avanti nell’età, tendo a rivalutare quel mondo antico fatto di lavori routinari in cui a una certa si timbra il cartellino, in cui c’è posto anche per gli improduttivi e i fannulloni, che in qualche modo non ti cannibalizzano la vita privata. Un mondo di impiegati statali: ecco l’ideale.

Silicon Valley, suca.