La vita agra
by Luciano Bianciardi
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PappecePappece wrote a review
08
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Il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere
Non so voi, ma a me basta una frase come questa a farmi innamorare di un libri.
E di queste perle, in questo libro letto con così tanto colpevole ritardo, ce ne sono tante.
E' il controcanto della retorica del miracolo italiano. E', come detto acutamente da una consorella anobiana, la prosa ricca e densa di Gadda che si trasforma via via in cronaca. E' la baldanza dell'ideale che si accartoccia su se stesso a contatto con la realtà, le cambiali, i venditori a rate, le camere ammobiliate. E' il racconto di un solo inverno milanese, quello del 1961-62, che si fa metafora non solo di una vita - quella del protagonista - ma di un destino che si fa ciclicità, eterno ritorno senza speranza di soluzioni adeguate davanti al riproporsi degli stessi errori.
Crudele come l'epopea di Fantozzi, ma senza strizzatine d'occhio al grottesco: solo tanta umanità.
Anche per chi sfrutta la gente come lui, certo; anche per le acide segretarie rinsecchite e per i dirigenti sempre sul filo dei capricci della divinità, del padrone: perché si tratta pur sempre di vittime dello stesso sistema di cui fa parte l'io narrante.
In più, rispetto al ragionier Ugo più famoso d'Italia, l'io narrante di Bianciardi ha inoltre anche una coscienza politica: e anzi, uno sguardo così libero, indipendentemente selvaggio, che lo porta a capire in anticipo rispetto allo stesso Pasolini a cosa ci avrebbe portato lo sviluppo della civiltà dei consumi. Anzi, della civiltà dei consumi gonfiati ad arte.
Insomma, un capolavoro, capace di anticipare di decenni i temi della decrescita felice di un Latouche, di Pallante e Pertosa.
Aveva lo sguardo lungo, Bianciardi. Forse è per questo che non ha resistito e si è incamminato nel bosco con tanto, troppo anticipo.
TittigialloTittigiallo wrote a review
01
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LilithLilith wrote a review
03
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Datemi il tempo, datemi i mezzi e io farò questo e altro
„Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle.”

Luciano Bianciardi è stato un intellettuale italiano, morto fin troppo giovane nel 1971 a causa della sua dipendenza dall’alcol. Era scrittore, giornalista, traduttore, un uomo di cultura che ha scritto pagine meravigliose sull’impresa culturale, che criticava perché trasformatasi in una cosa politica, e “la politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere”. Sono righe scritte nei primi anni ’60, eppure più attuali che mai, e lo dico da qualcuno che lavora proprio in quel settore.

Così com’è attuale ogni suo pensiero riguardante la società, l’economia, il mondo del lavoro, la vita grigia a cui il sistema occidentale ci ha relegati.
Dopo essersi trasferito a Milano, inizialmente con l’intento di far esplodere un palazzo per vendicare la morte dei minatori della Maremma, è rimasto inghiottito dalla città e condannato ad un individualismo che consiste in una perenne lotta alla sopravvivenza, al lunario da sbarcare, alla gente che in metropolitana non riesce neppure a guardarsi negli occhi.
Nella Vita agra ci sono pagine intere, meravigliose, dedicate a tutto questo, e nonostante siano stati in tanti a scriverne in quegli anni, in queste ci sono un’umanità e una fragilità che le distinguono da tutte le altre.
Tutto il capitolo dieci è un manifesto che io farei studiare nelle scuole, appenderei nelle case, farei imparare a memoria a grandi e piccini.

“Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”.

All’inizio vi sembrerà che usi un linguaggio troppo labirintico, di difficile comprensione, ma vi chiedo di fare lo sforzo di addentrarvici, in quel labirinto, di perdervi in quei giochi di sintassi degni del miglior Quenau, perché nascondono tesori capaci di cambiare la vostra visione del mondo, di illuminare la verità.