La vita come un romanzo russo
by Emmanuel Carrere
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Durante un viaggio in Russia Carrère riprende contatto con le sue origini, con la lingua russa che ha accompagnato la sua infanzia e, soprattutto, inizia a indagare sul nonno materno, che dopo una vita difficile scomparve nell'autunno del 1944, probabilmente ucciso perché sospettato di collaborazionismo con i tedeschi. È il segreto di sua madre, il fantasma che tormenta la sua famiglia. Proprio per esorcizzarlo ha deciso di andare in una piccola cittadina della provincia russa, dove rimane per un lungo periodo, in attesa che accada qualcosa. E qualcosa accadde: un crimine atroce. La follia e l'orrore tornano a impossessarsi di lui e, allo stesso tempo, della sua vita amorosa. Scrive per Sophie una novella erotica ("Facciamo un gioco") che dovrebbe irrompere nella realtà di un amore improntato a fughe, tradimenti, riprese; ma la realtà manda a soqquadro i suoi piani, facendo a pezzi il suo amore.

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kovalskikovalski wrote a review
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Cristina MeglioliCristina Meglioli wrote a review
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"Mi dico che sí, racconterò un’ultima storia di prigionia, e sarà anche la storia della mia liberazione."
Che Emmanuel Carrère sia ormai uno dei miei scrittori preferiti lo sapete già.

Detto questo, "La vita come un romanzo russo" non è il suo lavoro meglio riuscito, o quello che più mi ha appassionato.

Lo scrittore francese è di nuovo alle prese con il racconto di una storia vera, questa volta è quella di un reduce di guerra ungherese ritrovato dopo 53 anni, in un ospedale psichiatrico russo. Nessuno ha mai chiesto di lui e lui, non avendo mai imparato la lingua, è rimasto in silenzio dov'era quando sarebbe potuto ritornare a casa molti anni prima.

Un uomo abbandonato, la storia di un invisibile.

Carrère decide di scriverne un po' controvoglia ma poi, quel viaggio che lo porta in una piccola località russa, lo cambierà profondamente riportando a galla i ricordi delle sue origini russe, il contatto con la lingua che ha accompagnato la sua infanzia e, soprattutto, inizia a indagare sul nonno materno scoprendo e svelando il segreto di sua madre, il fantasma che tormenta la sua famiglia.

Come sempre, il vero protagonista di ogni suo libro è lui stesso e stavolta si mette davvero a nudo parlando non solo del suo passato ma della sua relazione con la fidanzata mostrando anche il peggio di sé. Adoro la sua franchezza, che usa a rischio dell’impopolarità, e con cui mette in piazza i suoi disastri sentimentali. Non ci fa sempre una bella figura, ma è talmente narcisista che gli va bene così; un uomo pieno di difetti, egoista ed egocentrico ma che sa parlare con il cuore.

Il libro è un insieme di storie completamente diverse e che lui riesce a legare in maniera quasi miracolosa, egregiamente scritte, ma che risulta un pò caotico e, rispetto ad altri, un po' freddo.

Leggere Carrère resta comunque un'esperienza unica perché si è di fronte a un uomo che sembra vivere per la verità, per scovarla, indagarla e raccontarla.



"Dico: è questa, la storia, ma non ne sono certo. Né che sia questa, né che tutto ciò costituisca una storia.

Ho voluto raccontare due anni della mia vita, Kotel´nič, mio nonno, la lingua russa e Sophie,

sperando di catturare qualcosa che mi sfugge e che mi consuma.

Ma continua tuttora a sfuggirmi e a consumarmi."

SteficekSteficek wrote a review
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"Mi dico che sí, racconterò un’ultima storia di prigionia, e sarà anche la storia della mia liberazione."
"Mi dico che sí, racconterò un’ultima storia di prigionia, e sarà anche la storia della mia liberazione."
Che Emmanuel Carrère sia ormai uno dei miei scrittori preferiti lo sapete già.
Detto questo, "La vita come un romanzo russo" non è il suo lavoro meglio riuscito, o quello che più mi ha appassionato.
Lo scrittore francese è di nuovo alle prese con il racconto di una storia vera, questa volta è quella di un reduce di guerra ungherese ritrovato dopo 53 anni, in un ospedale psichiatrico russo. Nessuno ha mai chiesto di lui e lui, non avendo mai imparato la lingua, è rimasto in silenzio dov'era quando sarebbe potuto ritornare a casa molti anni prima.
Un uomo abbandonato, la storia di un invisibile.
Carrère decide di scriverne un po' controvoglia ma poi, quel viaggio che lo porta in una piccola località russa, lo cambierà profondamente riportando a galla i ricordi delle sue origini russe, il contatto con la lingua che ha accompagnato la sua infanzia e, soprattutto, inizia a indagare sul nonno materno scoprendo e svelando il segreto di sua madre, il fantasma che tormenta la sua famiglia.
Come sempre, il vero protagonista di ogni suo libro è lui stesso e stavolta si mette davvero a nudo parlando non solo del suo passato ma della sua relazione con la fidanzata mostrando anche il peggio di sé. Adoro la sua franchezza, che usa a rischio dell’impopolarità, e con cui mette in piazza i suoi disastri sentimentali. Non ci fa sempre una bella figura, ma è talmente narcisista che gli va bene così; un uomo pieno di difetti, egoista ed egocentrico ma che sa parlare con il cuore.
Il libro è un insieme di storie completamente diverse e che lui riesce a legare in maniera quasi miracolosa, egregiamente scritte, ma che risulta un pò caotico e, rispetto ad altri, un po' freddo.
Leggere Carrère resta comunque un'esperienza unica perché si è di fronte a un uomo che sembra vivere per la verità, per scovarla, indagarla e raccontarla.
"Dico: è questa, la storia, ma non ne sono certo. Né che sia questa, né che tutto ciò costituisca una storia.
Ho voluto raccontare due anni della mia vita, Kotel´nič, mio nonno, la lingua russa e Sophie,
sperando di catturare qualcosa che mi sfugge e che mi consuma.
Ma continua tuttora a sfuggirmi e a consumarmi."

thebloodyisland.it/single-post/2020/01/31/non-si-giudica-un-libro-dalla-copertina
MiKappaMiKappa wrote a review
15
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GresiGresi wrote a review
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La nostra forza non sta in questo, noi procediamo lentamente, a piccoli passi. Siamo la moltitudine, siamo legioni di legioni, siamo il mondo intero, e tu, chi sei tu?
I giorni passano, e le cose si riassestano nuovamente secondo la più piatta routine. Come sempre scrivo, leggo, esco, lavoro, vedo occasionalmente qualche amico. Emmanuel Carrère non compariva nel mio cerchio personale da qualche mese. Ho cominciato a pensare che da un giorno all'altro sarebbe ricomparso nel momento in cui meno me lo sarei aspettata, con un romanzo intenso proprio come il suo esordio nel mio panorama culturale con la storia di qualcosa di potente che mi avrebbe costretto a pensarci per giorni e giorni. Carrère è un autore che o lo si ama o lo si odia, dunque poteva essere possibile che i miei gusti di lettrice non coincidessero una seconda volta con la sua anima tormentata e impura. Ma non è accaduto nulla del genere. La meticolosa descrizione della vita dell'autore in un marasma di scene di vita quotidiana non ha provocato semplicemente innumerevoli emozioni, reazioni apprezzabili da parte mia nei riguardi dell'autore, ma adesso che è trascorso qualche giorno dalla sua intensissima lettura i miei pensieri continuano ad essere rivolti puntualmente in un'unica direzione. Tanti saluti alla semplicità, alla bellezza delle piccole cose. In Un romanzo russo c'è un mucchio di cose, atrocità, pervesioni dell'anima, tanta tanta violenza - fisica e morale -, peccati irrimediabili da cui non si potrà più tornare indietro.

In questo momento, il mio stato d'animo si può definire ambivalente e contradditorio. A momenti si avverte e si nota quanto il mio cuore ancora sanguini, destabilizzata da un gioco di effetti travolgenti e inspiegabili che mi hanno letteralmente fuso, saturato, stretto in un'unica e pulsante morsa, che per viverle, seguire di pari passo ogni cosa, decidendo quando proseguire e quando fermarmi, mi è bastato guardarmi dentro. Confrontare il mio essere con quello dello stesso autore. Di tanto in tanto mi sono invischiata nel procedere a seguirlo in condizioni davvero pessime, in spedizioni solitarie dell'anima che lo hanno allontanato da chiunque, sapendo benissimo che sebbene romanzata questa storia è completamente realistica. Come faccio a esserne sicura, rimane anche per me un mistero, dato che lo stesso Carrère ha affermato in un intervista che >. E in effetti, tutto ciò che qui è narrato è stato vissuto come una vera e propria follia. Delle volte mi sono sentita così estraniata dal mondo, isolata con il suo autore in una misura nera e assoluta da farmi perdere la coscienza della mia identità. La solitudine mi ha avvolto e mi ha reclusa, accompagnata da terrori atroci di qualunque altra cosa conosciuta. Mi sono stupita di trascorrere così rapidamente da uno stato a un altro, dover fare la spola a lungo fra gli estremi di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato senza sapere quale fosse vero e quale fosse falso.

Eppure, dopo una manciata di giorni intrisi di infelicità, malinconia, particolarmente insoddisfacenti, ha cominciato a mancarmi la compagnia. Adesso che sono alla scrivania, scrivo di lui una recensione particolarmente lunga e sentita, descrivendo come io ancora mi senta e cosa la lettura di questo ennesimo straordinario romanzo mi ha procurato. Emmanuel Carrère è un uomo di cui io non penso avrei mai potuto innamorarmi, ne tantomeno concepire dei figli, che tuttavia sa adoperare le parole constatando come da esse, come da una melodia proveniente chissà dove, ne riceve risposte con una bramosia che presto o tardi è divenuta ossessione. In un certo senso, chi abbraccia la scrittura e la letteratura in generale, penso sia ossessionato dalle nobili arti del linguaggio. Cosa però gli procura scrivere romanzi del genere è per me ancora un mistero! Non formulo nemmeno gli interrogativi; Lemonov, Un romanzo russo, sono esempi di scrittura che hanno un chè di monumentale, sono ricordati dalla sottoscritta con un certo ossequio, in cui le parole sono sempre state le stesse: luminose e straordinarie che nonostante ci parlano di ossessioni, inferni, perversioni, ti sbattono sempre addosso la cruda realtà.

Man mano che ho avanzato in questo labirinto, ogni cosa diveniva straziante, angosciante, irrazionalmente disperante. Ma questo non è quello in confronto a ciò che l'autore ha provato, in questo lasso di tempo in cui i fatti sono narrati. Perché Carrère non fa nemmeno un accenno all'idea di essere un povero disgraziato, vittima di sopprusi e violenze varie. Piuttosto esprime il suo essere violento e oppressivo. Non proprio un piacere a leggere o a vedere, ma per me è stato un caso davvero interessantissimo.

Lo scompiglio generale che imperversa dentro la sua anima - apparentemente semplice, ma macchiata da atrocità - ha coperto gran parte del suo essere arcigno, antipatico, irrispettoso nei confronti del prossimo, il suo essere amaro e pessimista. Eppure, i suoi pensieri non riuscirono a coprirne il rumore. Talvolta girano continuamente verso esiti all'insegna dell'erotismo, altre volte ti immobilizzano in un ambiente famigliare e varioripinto, come un quadro impressionistico, sempre a rischio di vita.

Come con il suo antagonista, Limonov, non è stato facile capirlo. Emmanuel Carrère è una figura talmente complicata, enigmatica, introversa, arcigna, malinconica, bellicosa, tracotente e irritante a cui penso non dimenticherò tanto facilmente; non a caso mi interessano molto i suoi scritti, sebbene le mie idee non coincidano con le sue. Eppure è la sua vita il trionfo della mia curiosità, la materia per cui si muovono le cose, destinate a recitare nel mondo una comparsa, amareggiata e sbalorditiva.

Nell'incanto della scrittura, ho accolto Un romanzo russo come consolazione o saluto da lontano, nel mio cantuccio personale. Non è una storia che molti potrebbero amare o apprezzare, se non addirittura capire. Solo una forte tormenta che infuria nell'anima di chi si appresta ad imbarcarsi in questo strambo viaggio, infuriosa, implacabile, consapevole del suo essere incredibile e allo stesso tempo incomprensibile, che trascende qualunque limite di razionalità o saggezza. Il fervore della vita come una burrasca, che avanza in una larga ondata, senza sapere dove, sulla terra o sulla città, abbracciandoci col suo fremito nel momento la si incontra nel nostro cammino.

Leggendo Un romanzo russo non mi è sembrato di assistere alla rinascita del suo stesso autore, sebbene il desiderio di scrivere è qui esaltato come espressione necessaria delle cose. Piuttosto di una lenta e crudele agonia in cui ci si trova immancabilmente coinvolti. E non c'è stato niente che abbia potuto fare o dichiarare, sebbene il mio volere.

Una storia che dilania letteralmente il cuore. Uno schiaffo che ancora brucia sul viso. L'anima stessa così pesante e insopportabile tanto è tenebrosa, netta, malvagia, senza passaggi o mezze misure, incrociata mediante oscurità che conferiscono una certa confusione, una certa inquietudine come la lettura di un necrologio o un sommesso borbottio.



Tutto passa, tutto crolla, tutto stanca, un'amara verità che ho sperimentato fin troppo spesso sulla mia pelle.