La vita in ordine alfabetico
by Ugo Cornia
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"Per molto tempo, senza mai scriverne neanche una riga, ho avuto questa idea di fare una specie di Dizionario ragionato della mia vita, anche per vedere quale 'mia vita' ne sarebbe saltata fuori. Ero in cucina a Guzzano col computer davanti, avevo scritto Dizionario della mia vita perché non volevo perdere di nuovo questa frase che ogni tanto mi attraversava la testa, poi mi ero messo a scrivere una lista tipo: cravatte di mio padre, blatte tedesche, cimici, poi cravatte mie, la centoventiquattro special del nonno, la mia Lancia Dedra, sogni fatti a Guzzano tra le 4 e le 6 di pomeriggio in un periodo felice e così via. Era l'elenco delle prime cose che mi venivano in mente. E incredibile quanta roba ci stia in una vita (questo concetto 'vita' per fortuna è un concetto quanto più vago possibile, anzi, non è neanche un concetto, ma è questa cosa che ci capita a tutti noi viventi). Ti arriva addosso di continuo qualcosa da dovunque e tutti questi qualcosa quasi sempre non hanno la minima infrastruttura logica che li armonizzi e li renda funzionali a una specie di destino. L'eventuale destino forse lo si vede a posteriori, essendosi ormai perso tutto il ciarpame di cui felicemente siamo fatti." Ugo Cornia compone una sorprendente enciclopedia sentimentale di piccole e grandi storie da una provincia mitica, remota e vicinissima, tra eroi improvvisati e urgenze indifferibili. Un romanzo emiliano distillato in ordine alfabetico, uno sguardo ironico e spiazzante sul disordine della nostra vita.

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La birra mi era sempre piaciuta e ne avevo anche bevuta spesso ma verso i ventisei anni, forse in occasione di uno strano annodarsi e convergere sulla mia vita di circostanze negative si era creato questo strano fenomeno che io, per cercare di orientarmi nella mia catastrofe vitale, mi ero autoconcettualizzato il fenomeno dell’essersi staccata la mia anima dal mio corpo, col mio corpo che era restato lì, nel mondo, privo di una qualche armonizzazione col resto, e la mia anima che era andata non si sa dove e rientrava soltanto occasionalmente. Ero anche cosciente, e lo sono ancora, che questa mia autoconcettualizzazione di quello che accadeva nelle zone attraversate minuto per minuto dalla mia vita era molto imprecisa, ma era il massimo che potevo fare per orientarmi nel mio futuro immediato, cercando di renderlo possibile. Il problema che mi sembrava più immediato era riuscire a reincollare l’anima col corpo, ma mi chiedevo come si faceva, come si poteva reincollare tutto a tutto. Era uno di quei periodi in cui, quando arrivi verso una porta e devi aprire una maniglia, ti sembra che la maniglia pesi dei quintali e visto che la prima girata naturale di maniglia è fallita, dopo che hai messo troppo poca forza nel movimento naturale di apertura di maniglia, visto che l’apertura di maniglia 1 non è andata, devi rifare pensandoci e mettendoci molta forza per riuscire nell’apertura di maniglia 2. Di giorno andavo per tutto il giorno su e giù per i viali intorno al centro storico di Modena (quelli che avevano sostituito le mura) non so neanch’io il perché, in qualche tentativo di stabilizzazione della catastrofe interiore, ma senza grandi risultati. E comunque questa opera di reincollaggio al corpo della mia anima era poi avvenuto, dopo un primo mese di “puro spavento”, attraverso il calcio, perché andavo tre o quattro volte alla settimana a giocare a calcio, e all’inizio, grazie ai suggerimenti di un gelataio ex tossicodipendente, che conoscevo di vista, andando a giocare a calcio con un gruppo di ex tossici che lui conosceva e giocavano una, due volte alla settimana, e all’inizio c’erano quelle partite in cui sei sempre un po’ in ritardo rispetto a come si evolve il gioco, perché sei sempre un po’ da un’altra parte con mezza testa, ma poi, pian piano, di partita in partita, eri sempre un po’ più dentro al tuo corpo forse nella forma del “sudar fuori un po’ della tua disperazione” e far spazio a qualcos’altro, e comunque, dopo due settimane con gli ex tossici, avevo trovato altri due gruppi di gente per andare a giocare a calcio e pian piano mi sembrava di riuscire a rientrare nella mia vita. Ma l’altra cosa che succedeva era che la sera passavano i miei amici a prendermi per andare ai Cortili, una serie di antichi cortili interni di conventi medievali tutti collegati tra di loro, dove c’era della musica e si sbevazzava fino alle due di notte e anche lì faceva altri passi questa opera di reincollaggio, come ho capito dopo un po’, e si realizzava anche attraverso la birra, e io, come al solito, avevo pochi soldi in tasca e tutti bevevamo subito una birra da 33, e poi dopo un po’ l’avevamo finita, allora andavamo a prendere un’altra birra e ce la bevevamo e in genere in quel momento io finivo i soldi, e da lì in poi, ho ancora in testa come la foto istantanea che dopo dieci minuti arriva Lalo, con due birre in mano e me ne passa una e poi beviamo, ma sicuramente dopo un’altra mezz’ora arrivava anche Carlo con un’altra birra per me, e poi arrivava Magni, e insomma ogni mezz’ora qualcuno mi infilava in mano una birra e pian piano, grazie a questo schema dove c’era calcio di giorno e birra di notte (per tre quarti finanziata dagli amici) nel giro di alcuni mesi il reincollaggio dell’anima col corpo si era parzialmente realizzato e tutto, pian piano e lentamente, iniziava a riarmonizzarsi col resto, anche se per un reincollaggio completo forse ci sono voluti altri due anni. E da allora in poi la birra mi è rimasta cara come una forma di medicina
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La birra mi era sempre piaciuta e ne avevo anche bevuta spesso ma verso i ventisei anni, forse in occasione di uno strano annodarsi e convergere sulla mia vita di circostanze negative si era creato questo strano fenomeno che io, per cercare di orientarmi nella mia catastrofe vitale, mi ero autoconcettualizzato More