La vita segreta delle api
by Sue Monk Kidd
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È la storia di Lily, una ragazzina di quattordici anni orfana di madre, che vive con il padre severo e Rosaleen, una generosa ed estroversa tata di colore. Lily vive con il rimorso di avere ucciso accidentalmente la madre dieci anni prima facendo partire un colpo di pistola durante una lite tra i ge... More

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GildaGilda wrote a review
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Un libro veramente molto leggero

Parla abbastanza poco delle api.

BatvaliBatvali wrote a review
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Anne_of_green_gablesAnne_of_green_gables wrote a review
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Una storia semplice e preconfezionata
Penso di non essere adatta a questo tipo di letture. "La vita segreta delle api" è un libro comprato per caso a 2 euro su una bancarella. Il titolo mi ispirava leggerezza, estate, magia, così in un impeto irrazionale l'ho preso senza pensarci due volte.
Ma appunto penso di non essere molto tagliata per "le mode libresche del momento", per un tipo di narrativa che di letterario non ha praticamente nulla, soprattutto a causa di uno stile anonimo che inficia l'andamento di una storia che mi è parsa carina, ma in fondo piatta e priva di originalità.
Ho apprezzato soltanto la pallida rievocazione del mondo della Carolina del sud degli anni '60, quando vigeva ancora la segregazione razziale, nonché la celebrazione della solidarietà al femminile al di là del colore della pelle, in uno scenario campestre ove tre sorelle di colore vivono praticando con amore l'apicultura.
Ma il libro, a mio avviso, è privo di potenza narrativa, la scrittura è abbastanza scialba e convenzionale nel raccontare le vicende di una ragazzina che scappa dal papà violento e anaffettivo insieme alla sua governante nera, nell'intento di ritrovare le origini di sua madre, morta per un tragico incidente dieci anni prima, ma anche per confermare a se stessa l'idea di essere stata comunque amata da qualcuno.
Quello che più ho sentito lontano poi è stato questo spirito religioso-devozionale che pervade l'intera opera, ma non per questo è in grado di trasmettere a chi legge un vero senso di spiritualità.
Sarà che non vivo di fedi o credenze, ma la religiosità che riempie le pagine di questo romanzo al femminile è spesso stucchevole, perché mostra - senza far sentire - in modo un po' ossessivo il culto della Madonna declinato in mille salse (la madonna delle catene, la madonna nera ecc), ma il risultato appare più didascalico e pedagogico anziché rifulgere di una sua onesta autenticità.
Viene insomma dato ampio spazio alla descrizione di aspetti rituali che personalmente mi sono parsi un po' ripetitivi, formali e fine a se stessi, incapaci di restituire il senso di una spiritualità a tutto tondo, lasciandomi indifferente o addirittura annoiandomi.
La storia è passabile, pur volendo essere a tutti i costi sentimentale, ma forse proprio per questo non è riuscita a comunicarmi qualcosa di veramente nuovo; la scrittura non mette in discussione il lettore, anzi si limita a consolarlo e rassicurarlo, evitando di problematizzare la realtà con le sue contraddizioni (come la questione relativa all'apartheid e al razzismo), limitandosi a descriverla senza particolare acume o presa di posizione.
I drammi umani - che in teoria dovrebbero essere al centro del racconto - sono smorzati nella loro potenziale carica negativa e/o sovversiva in quanto ricondotti all'interno di "un'ideologia cristiana" che conforma la storia al principio dell'happy ending e dei "buoni sentimenti" a tutti i costi.
Penso che questo libro possa entusiasmare il lettore più "ingenuo", desideroso di commuoversi o di ricercare ad ogni costo un fine educativo-pedagogico in ciò che legge, oppure semplicemente toccherà le corde di chi non chiede nient'altro che una storia semplice e graziosa, in grado di appagare l'animo senza scuoterlo, di consolare senza destabilizzare, nonché di far sentire la forza delle fede senza il bisogno di comunicare una spiritualità dal carattere più ampio o universale, che in teoria sarebbe dovuta sgorgare dalle fila della storia in modo naturale, qualora fosse stata raccontata in altra maniera.
Giogio53Giogio53 wrote a review
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Mamma Natalina - 23 dic 18
Dovrò capire perché questo libro veniva consigliato dalle libroterapuete di “Curare con i libri”, perché, seppur non esaltante, ha comunque qualche punto a suo favore. Leggendolo in modo trasversale sembra quasi un fratello minore de “Il buio oltre la siepe” o un lontano cugino de “Il colore viola”. Eppur tuttavia, ha anche una serie di piccole frecce rivolte alla cristianità con qualche risvolto verso una “teologia femminile”, di cui conosco poco, ma che è, da come leggo, uno dei pallini dell’autrice. Sue Monk Kidd, iniziatasi come infermiera, svolge tutto il suo percorso di vita, ora che tra una settimana compirà settanta anni, seguendo una sua luce di misticismo cristiano. Sui trenta anni comincia a scrivere di percorsi cristiani, verso i quaranta si volge alla teologia femminile, e quindi, svoltati i cinquanta produce questo libro, che qualche freccia al suo arco ce l’ha. Ha però un andamento forse troppo “juvenilia”, quasi fosse quella la platea maggiore cui si rivolge. Dicevo molte frecce perché affronta i problemi della crescita di una circa quindicenne con padre violento e segnata dal fatto di aver, involontariamente, all’età di quattro anni, ucciso con un colpo di pistola la madre. Affronta i problemi dell’emancipazione negra, dato anche che l’azione si svolge nel 1964, quando il presidente Johnson firma il decreto sui diritti civili della gente di colore. Si impelaga nei rapporti bianchi – neri quando la protagonista Lily, scappando di casa con la tata negra Rosaleen, si trova a vivere le sue crisi presso la famiglia delle sorelle di colore August, June e May. Ed ancora di più quando Lily scopre la dolcezza e l’intelligenza dell’amico Zach, ovviamente anche lui di colore. E poi la devozione, cui viene dedicato forse troppo spazio, delle sorelle e delle loro amiche verso una Madonna Nera. Certo, ce ne sono molte in giro per il mondo, e questa, in particolare, è la Madonna Nera di Breznichar in Boemia, che è inventato come posto, ma che riflette l’iconicità delle Madonne di colore (vedi Chestokova, ma questo esula dal libro e dalle mie capacità). Per poi non tacere l’uso della metafora delle api come contraltare della vicenda (o forse della vita stessa): la regina triste, solitaria, ma indispensabile; le operaie, alacri e servizievoli; i fuchi; l’alveare senza regina muore; la dolcezza del miele; la sensitività delle api al mondo esterno, funerali compresi. Ma facendo un passo indietro, o ricominciando da capo, vediamo, o meglio seguiamo, la storia di Lily, madre scomparsa tragicamente come sopra detto, tata nera, padre manesco e meglio quando assente. Per salvare la tata da pestaggi bianchi stile KKK (ricordo che siamo nel 1964), e sé stessa dal padre, Lily fugge da casa con lei. Per andare a cercare un certo posto nella Carolina, trovato sul retro dell’unico ricordo lasciatole dalla madre: una scatola di miele con la faccia della Madonna Nera. Non facilmente, arriva lì, trova la famiglia delle api, dove lei e Rosaleen si installano. Da lì comincia tutto il percorso di crescita / maturazione di Lily. Inframezzato dagli inserti femministi, teologici e mariani che tralascio perché, per me, appesantiscono senza costrutto il racconto, seguiamo ancora Lily che apprende a curare le api, che, dopo una dura lotta, apre una breccia nel cuore di June, che ha un’empatia immediata per May che soffre “tutti i dolori del mondo”, che vede la bellezza negli occhi di Zach. E come motivo di fondo, il “duello” metaforico (forse avrei detto meglio, “ballo”?) tra lei ed August. Dove alla fine, ma noi lo si pensava dall’inizio, August rivela tutto quanto sa della madre alla sconcertata Lily. Cominciando dal fatto che August fu per alcuni anni proprio la tata della madre. Non entro nei particolari, né in quelli melensi né in quelli dolorosi. Non possiamo non aspettarci che, attraverso un percorso pur difficile, Lily comprenda il bene ed il male della propria vita. Coltivi il primo ed accetti che esista il secondo. Con un finale da impossibile happy end (cioè, l’autrice si ferma qualche passo prima del finale suggerendoci un lieto fine che noi, smaliziati lettori, sappiamo impossibile). Alcuni passi del romanzo possono essere utili a qualche “salviniano” per ripensare a prese di posizione che già erano da censurare 50 anni fa. Ma la confezione finale non mi lascia gran che soddisfatto.
“Le storie devono essere raccontate, altrimenti muoiono, e quando muoiono, noi non ricordiamo più chi siamo o perché siamo qui.” (109)
“Tutti … siamo umani. … Non c’è niente di perfetto … C’è solo la vita.” (248)
Lara GaLara Ga wrote a review
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