Le anime forti
by Jean Giono
(*)(*)(*)( )( )(40)
È la metà del Novecento, in un piccolo borgo della campagna francese: la servitù al castello di Percy trascorre la notte a vegliare il defunto padrone e, come puntualmente accade in quest'angolo sperduto della Francia, a banchettare e a sparlare liberamente. Tra sussurri e imprecazioni, allusioni e ... More

Lo's Review

LoLo wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)( )
Un dialogo continuo, da pagina 5 a pagina 286, tra le anime forti di un borgo rurale della Francia di metà Novecento. C'è tutta la bravura di uno scrittore che non assomiglia a nessun altro in questo romanzo scuro, misterioso, che disorienta e confonde ma che ti convince comunque a restare, per ascoltare il passato di quest'anime forti. Sentite questa:
«Nicolas muore alle sei di sera, in camicia e nel letto di una donna che non è la sua. Una vedova. Quella, con i mutandoni slacciati, non ci pensa né uno né due e corre dai vicini così come si trova. E là tutti restano interdetti. Cosa fare di quest'uomo immenso? Io l'avrei messo sul catafalco. Sarebbe stato molto istruttivo per i bambini, invece di insegnargli le favole. Loro avevano un'altra idea: portarlo più in fretta possibile nel posto dove avrebbe dovuto essere secondo la legge, ossia a casa di sua moglie. Ma, oltre al fatto che non si riusciva a vestirlo, quel gigante, non c'era modo nemmeno di farlo passare dalla porta, il leviatano. "Ma allora come faceva a entrare?" diciamo alla vedova. "Si piegava" dice "di sbieco." Ma hai voglia a provare, non si piegava più; al contrario. Era rigido come la giustizia. Non era mai stato tanto deciso in quel che voleva fare come in quel momento. Voleva restare là: era semplice e chiaro, si vedeva. Era in camicia; se ne fregava bellamente (è il caso di dirlo). Era circondato dai suoi concittadini che lo consideravano come una scoreggia durante la messa. Se ne fregava, lo ripeto: bellamente. Si trovò, come immaginerete bene, un modo per portarlo via, alla fine, ma scorticandogli il naso e le cosce. Se avesse avuto da vivo la metà del coraggio che aveva avuto da morto, avrebbe vissuto a suo piacimento.»
LoLo wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)( )
Un dialogo continuo, da pagina 5 a pagina 286, tra le anime forti di un borgo rurale della Francia di metà Novecento. C'è tutta la bravura di uno scrittore che non assomiglia a nessun altro in questo romanzo scuro, misterioso, che disorienta e confonde ma che ti convince comunque a restare, per ascoltare il passato di quest'anime forti. Sentite questa:
«Nicolas muore alle sei di sera, in camicia e nel letto di una donna che non è la sua. Una vedova. Quella, con i mutandoni slacciati, non ci pensa né uno né due e corre dai vicini così come si trova. E là tutti restano interdetti. Cosa fare di quest'uomo immenso? Io l'avrei messo sul catafalco. Sarebbe stato molto istruttivo per i bambini, invece di insegnargli le favole. Loro avevano un'altra idea: portarlo più in fretta possibile nel posto dove avrebbe dovuto essere secondo la legge, ossia a casa di sua moglie. Ma, oltre al fatto che non si riusciva a vestirlo, quel gigante, non c'era modo nemmeno di farlo passare dalla porta, il leviatano. "Ma allora come faceva a entrare?" diciamo alla vedova. "Si piegava" dice "di sbieco." Ma hai voglia a provare, non si piegava più; al contrario. Era rigido come la giustizia. Non era mai stato tanto deciso in quel che voleva fare come in quel momento. Voleva restare là: era semplice e chiaro, si vedeva. Era in camicia; se ne fregava bellamente (è il caso di dirlo). Era circondato dai suoi concittadini che lo consideravano come una scoreggia durante la messa. Se ne fregava, lo ripeto: bellamente. Si trovò, come immaginerete bene, un modo per portarlo via, alla fine, ma scorticandogli il naso e le cosce. Se avesse avuto da vivo la metà del coraggio che aveva avuto da morto, avrebbe vissuto a suo piacimento.»