Le anime forti
by Jean Giono
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È la metà del Novecento, in un piccolo borgo della campagna francese: la servitù al castello di Percy trascorre la notte a vegliare il defunto padrone e, come puntualmente accade in quest'angolo sperduto della Francia, a banchettare e a sparlare liberamente. Tra sussurri e imprecazioni, allusioni e ... More

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LoLo wrote a review
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Un dialogo continuo, da pagina 5 a pagina 286, tra le anime forti di un borgo rurale della Francia di metà Novecento. C'è tutta la bravura di uno scrittore che non assomiglia a nessun altro in questo romanzo scuro, misterioso, che disorienta e confonde ma che ti convince comunque a restare, per ascoltare il passato di quest'anime forti. Sentite questa:
«Nicolas muore alle sei di sera, in camicia e nel letto di una donna che non è la sua. Una vedova. Quella, con i mutandoni slacciati, non ci pensa né uno né due e corre dai vicini così come si trova. E là tutti restano interdetti. Cosa fare di quest'uomo immenso? Io l'avrei messo sul catafalco. Sarebbe stato molto istruttivo per i bambini, invece di insegnargli le favole. Loro avevano un'altra idea: portarlo più in fretta possibile nel posto dove avrebbe dovuto essere secondo la legge, ossia a casa di sua moglie. Ma, oltre al fatto che non si riusciva a vestirlo, quel gigante, non c'era modo nemmeno di farlo passare dalla porta, il leviatano. "Ma allora come faceva a entrare?" diciamo alla vedova. "Si piegava" dice "di sbieco." Ma hai voglia a provare, non si piegava più; al contrario. Era rigido come la giustizia. Non era mai stato tanto deciso in quel che voleva fare come in quel momento. Voleva restare là: era semplice e chiaro, si vedeva. Era in camicia; se ne fregava bellamente (è il caso di dirlo). Era circondato dai suoi concittadini che lo consideravano come una scoreggia durante la messa. Se ne fregava, lo ripeto: bellamente. Si trovò, come immaginerete bene, un modo per portarlo via, alla fine, ma scorticandogli il naso e le cosce. Se avesse avuto da vivo la metà del coraggio che aveva avuto da morto, avrebbe vissuto a suo piacimento.»
CorneliaCornelia wrote a review
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Spoiler Alert
✰✰✰ e 1/2
Per cominciarlo è meglio prendersi un paio di orette.
Sono necessarie ad entrare in un dialogo teatrale che non ha, sulla sinistra, l’indicazione dei personaggi, né in testa delle indicazioni sulla scenografia. Ma si può anche ignorare il problema, e allora le stelline possono diventare 4.

Cmq la scena è una stanza del castello di Percy (in Francia), dove alcune (3?) donne della servitù vegliano il morto in una lunga notte di racconti.

Una specie di castello dei destini incrociati. La protagonista delle vicende e una o due (non l’ho capito) testimoni più giovani ma informate sui fatti.

Il filo conduttore è la più vecchia delle domestiche, Thérèse, 89 anni, come minimo ben portati.
La scena si svolge a metà del 900 ed inizia nel 1882, quando Thérèse con Firmin (maniscalco mancato) fuggono dal castello di Percy verso una vita insieme. Si sposeranno tra le scommesse paesane se il bambino nascerà prima o dopo le nozze. Per un pelo, dopo. Thérèse è giovanissima, un po’ rotondetta, dalla pelle freschissima e occhi grandi ed innocenti. Firmin non è niente di particolare: futuro uomo rotondo, di furbizia contadina, fissato con investimenti strampalati, padre di 3 figli, dei quali solo del primo è padre.
Ma il nocciolo della vicenda è la storia di Thérèse con la signora Numance. Ci sono più versioni della vicenda. Una è quella di Thérèse, le altre sono quelle delle altre serve.
Una specie di Rashomon francese. La signora Numance, senza figli, con un marito adorato, entrambi rovinati da una carità che è autodistruzione, si innamora di Thérèse, come di una figlia finalmente ritrovata. Ma Thérèse è la ragazzina innocente e adorante, per la quale la signora rappresenta tutto ciò che l’affascina: la signorilità, l’eleganza, la riservata distinzione? O è l’accorta sfruttatrice della situazione, che gioca coi sentimenti della signora e le avidità del marito?
E’ la fanciulla senza soldi, dalla vita difficile, e che è ritornata, alla fine, non si sa per quali strade al castello della sua fuga? O è una donna che della manipolazione degli altri ha fatto il suo scopo principale? Non solo manipolazione, ma distruzione.

Come spesso accade, la risposta giusta è la seconda che ho detto.

Che c’entrano le anime forti? Be’, indubbiamente Thérèse non è una debole, come non lo è la signora Numance. Entrambe seguono il destino scelto, senza tentennamenti.

Al termine anche il traduttore scrive brevemente sulla difficoltà di traduzione di un testo semplice nella scrittura, più complesso nella struttura.
Procedendo nel racconto, tutto diventa più interessante. Ci si dimentica di contare chi sta parlando. All’inizio non va fatto, perché sono chiacchiere femminili in una serata di veglia, tè, caffè e polpettine. Poi non serve più perché la storia prende corpo da sola nella notte che avanza. Il buio (solo candele) e il silenzio fanno emergere ricordi. Verso un’alba fredda e nevosa, la sola fresca come una rosa è Thérèse.
Endimione BirchesEndimione Birches wrote a review
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